Chi vuol fare il prof? In Italia quasi nessuno: solo uno studente su 100

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di Orsola Riva,  Il Corriere della Sera  10.12.2015.  

L’ultima indagine Pisa in Focus evidenzia la difficoltà di selezionare docenti di alta qualità per recuperare il gap dei ragazzi italiani. «Colpa degli stipendi troppo bassi»

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Cosa vuoi fare da grande? L’astronauta, il calciatore, la ballerina, il cuoco o il dottore? In tutto il mondo le speranze dei ragazzi sono grandi come ai tempi di Dickens: quasi un 15enne su due (il 44 per cento) vorrebbe fare un lavoro che presuppone la laurea. Ma di questi quasi nessuno oggi vorrebbe più fare il maestro o il professore, lavori un tempo molto reputati e oggi caduti in disgrazia sia per la scarsa considerazione sociale sia per gli stipendi mediamente molto più bassi di quelli di altri professionisti.

Gli studenti migliori? Non vogliono andare a insegnare
A rilevarlo è l’ultimo rapporto Pisa in Focus dell’Ocse. I numeri sono sconsolanti: solo il 5 per cento degli studenti vorrebbe fare il prof, ma se questa è la media Ocse, l’Italia sta quasi in fondo alla classifica: da noi solo un quindicenne su 100 subisce il fascino della divisa da prof (1,1 per cento) e sono quasi solo donne (nei maschi la percentuale scende allo 0,3 per cento: cioè solo 3 ragazzi su mille vorrebbero insegnare da grandi). Il dato è tanto più drammatico se si considera il ritardo medio dei nostri ragazzi nelle competenze di base come matematica e italiano. Come è ormai acclarato da un’infinità di studi, la qualità dei docenti è un elemento fondamentale nella riuscita dei ragazzi. Per risalire la china bisognerebbe riuscire a selezionare i migliori mentre da noi quei pochi che vorrebbero fare i prof mediamente hanno risultati in matematica peggiori dei loro compagni che invece ambiscono ad altri lavori. Il che vuol dire che i più bravi vanno tutti a fare altro. Al contrario di quanto accade nei Paesi che primeggiano nei test Ocse-Pisa come la Finlandia e la Corea che riescono invece a reclutare come prof i migliori della classe.

Il gap maschi-femmine
«Se l’attrattiva in Italia è così bassa – spiega Francesca Borgonovi, ricercatrice Ocse – è a causa del fatto che gli insegnanti sono pagati troppo poco rispetto ad altre professioni e che non hanno possibilità di carriera». Questo spiega anche perché la professione docente da noi sia declinata quasi interamente al femminile: 8 insegnanti su dieci sono donne, che notoriamente nella scelta dell’impiego sono – e non certo per scelta loro – guidate più dalla necessità di conciliare lavoro e famiglia che dall’ambizione. «Il fatto che la professione docente sia ancor meno attraente per i maschi – dice ancora Borgonovi – è un problema ulteriore perché i ragazzi hanno in genere voti più bassi delle femmine, sono meno propensi a iscriversi all’università e anzi tendono più facilmente ad abbandonare gli studi prima del diploma. La mancanza di un figura maschile di riferimento dentro la scuola non li aiuta a impegnarsi di più: al contrario rischia di facilitarne l’allontanamento, soprattutto in chi proviene da contesti socio-economici più svantaggiati».

Circolo vizioso
Per recuperare il gap con i loro coetanei, i quindicenni italiani avrebbero bisogno di prof molto «forti», soprattutto nelle materie scientifiche, mentre dall’indagine Piaac sulle competenze degli adulti risulta che i nostri docenti hanno competenze scarsissime in matematica, tanto più se paragonate a chi esercita altre professioni che richiedono un titolo equivalente. Un dato che si incrocia con quello della femminilizzazione della professione docente. Le donne si trascinano dietro i luoghi comuni culturali che le vogliono meno portate per i numeri. «E le ansie delle insegnanti si perpetuano nelle studentesse – conclude Borgonovi – . Esiste tutta una letteratura sul fatto che le femmine tendono a identificarsi più dei maschi con le loro professoresse. E a interiorizzarne le insicurezze». Un circolo vizioso insomma che danneggia ugualmente, anche se per ragioni e in modi diversi, maschi e femmine. Per spezzarlo l’Ocse individua una sola soluzione: pagare più e meglio i prof.

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