La generazione dei genitori gamer

Corriere-scuola_logo14di Federico Cellaa,  Il Corriere della Sera  2.9.2016 

– Il 58% delle mamme e dei papà italiani «usa» videogiochi. Che fanno meno paura.

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Tra le mamme e i papà italiani sta avvenendo un cambio generazionale: è scontato, inevitabile e si avverte in vari campi culturali. Ma di particolare interesse è la crescita di quella fascia che potremmo definire dei «genitori videogiocatori», cioè quelle mamme e papà che condividono la passione per anni incompresa dei propri figli. Quella per i giochi elettronici. In più della metà dei nuclei familiari italiani con figli, il 58%, gli adulti utilizzano i videogiochi almeno una volta al mese. Ecco dunque come arriva a comporsi quel numero incredibile di 25 milioni di videogiocatori in Italia: che ci fossero tanti giovani era scontato (tra i 6 e i 14 anni gioca il 90% dei bambini-ragazzi italiani), ora sappiamo che sono tanti, la maggioranza, anche gli adulti gamer. Lo scopriamo in termini numerici per la prima volta, grazie all’indagine commissionata da Aesvi alla società di ricerca Ce&Co per ilCorriere della Sera. Rispetto alla media della popolazione, i genitori-videogiocatori sono concentrati tra i papà (54% contro il 46% delle mamme) e tra i segmenti di età più giovane, ossia i genitori sotto i 40 anni. E si trovano più (video)giocatori nelle famiglie più numerose: il genitore gamer è più presente nelle famiglie con 2 o più figli (76%) che in quelle con uno (24%).

La nuova televisione

Sono tutti dati che spostano il tema «videogiochi e giovani» verso un’evoluzione più consapevole, e dunque man mano più lontana dal luogo comune che i videogame in qualche modo fanno male. Generalizzazione mai verificata che entra nella fase matura in cui i genitori iniziano a conoscere quella «strana» forma d’intrattenimento che strega i propri figli, e passano dall’accettarla passivamente – magari anche come baby-sitter alternativa alla televisione – al sceglierla attivamente, in compagnia dei ragazzi. L’85% dei genitori-videogiocatori conosce il Pegi, il sistema europeo di classificazione dei giochi in base all’età (contro il 57% dei non-gamer), e lo controlla insieme ai figli al momento dell’acquisto di un videogame. Non solo: il 35% dei genitori decide consapevolmente il tempo che i figli possono dedicare ai giochi, il 62% interviene quando pensa che si sta esagerando. Perché finalmente inizia ad avere i mezzi per capirlo. Sta avvenendo in sostanza quanto accaduto più di 30 anni fa con la televisione: il «nuovo» linguaggio inizia a essere conosciuto anche da mamma e papà, che possono dunque iniziare a parlarne con i figli. Le scelte diventano condivise, e così a volte anche la pratica. «Giocare assieme ai genitori è una delle esperienze più importanti per i bambini, che si tratti di giochi tradizionali o videogiochi non fa differenza. Giocare è la cosa più importante che abbiamo, attraverso il gioco impariamo a comunicare da piccoli, ed è così che si sviluppa il nostro cervello». Che, continuando a giocare, rimane giovane. È la ricetta ludica di Spartaco Albertarelli, il più longevo autore di giochi da tavolo italiano, uno dei massimi esperti sul tema «gioco»: collabora da 30 anni con Editrice Giochi e ha vinto una decina di premi internazionali per il suo lavoro.

Giocare è comunicare

«I modi cambiano, ma il gioco rimane parte integrante della nostra cultura. Siamo l’unico essere vivente che gioca: i cuccioli di animali simulano la realtà, noi giochiamo con delle regole, che condividiamo. Ed è grazie a questa condivisione che inizia la comunicazione». Per esempio tra genitori e figli, anche grazie ai videogiochi. «I videogame sono la nuova pratica di contenuti nati con l’uomo», prosegue Albertarelli. «Anche il fenomeno di Pokemon Go non ha inventato nulla. Se non la magia di rendere la caccia al tesoro un evento planetario». I mezzi però sono diversi, e il fatto che siano conosciuti anche da un numero sempre maggiore di genitori è importante. «Quando ho detto a mia mamma che di lavoro avrei fatto giochi le è quasi venuta una sincope», conclude Albertarelli. «Ora dovrei chiederle di fare una pausa da Candy Crush prima di dirglielo: sarebbe diverso». Mamme e papà che sanno ancora cosa vuole dire giocare. Ma che forse non sono ancora del tutto in grado di coniugare il proprio essere gamer con una presenza del tutto attiva nel rapporto tra videogiochi e figli. Candy Crush d’altronde è un’esperienza di gioco isolante, e se andiamo a leggere a fondo la ricerca di Aesvi, scopriamo che solo l’11% dei genitori dice di «videogiocare» regolarmente con i propri figli. C’è maggiore consapevolezza ma non ancora condivisione. E anche qualche dubbio rimane: i videogiochi, al primo posto delle preferenze dei figli per il proprio tempo libero, scendono al quarto in quelle dei genitori. Perché se come detto sono il 58% i genitori-videogiocatori, «solo» il 46% del totale ne ha un’opinione positiva nel confronto dei propri figli. Ma è anche vero che si riduce al 16% chi ancora esprime resistenze nei confronti dei giochi elettronici, e al 2% chi ne ha un’opinione negativa.

Maschi e femmine

Si tratta dunque di un rapporto in crescita, sul quale è interessante evidenziare ancora qualche distinzione. In particolare quella sulle differenze notevoli che ci sono tra la pratica quotidiana, quella di fatto agevolata dai genitori, e i desideri (vedi la classifica nel grafico), in particolare quelli espressi direttamente dai figli. E quindi ancora tra le preferenze dei maschi e quelle indicate dalle femmine. A livello di pratica, la televisione rimane regina del tempo libero, la baby-sitter più comoda (e che permette di tenere i figli a casa, sotto controllo). La guardano tra il 96 (femmine 11-14 anni) e il 91% (maschi 11-14 anni) degli intervistati. I videogiochi sono al secondo posto, con percentuali tra il 94 (maschi 11-14 anni) e l’84% (femmine 6-10 anni). Al terzo e al quarto posto c’è la musica da ascoltare (96% femmine 11-14 anni, 80% maschi 6-10 anni) e il fare giochi all’aperto (92% maschi-femmine 6-10 anni, 72% femmine 11-14 anni). Le classifiche cambiano quando passiamo ai desideri: i videogiochi sono al primo posto tra i maschi tra i 6 e i 10 anni (39%, con il giocare a pallone) e ancora di più tra 11-14 anni (49%), mentre scendono tra le bambine (quarto posto con il 20%) e le ragazze (quinto posto al 18%, con il guardare la tv). Al primo posto qui troviamo andare in bicicletta (il 33% delle femmine tra i 6 e i 10 anni) e ascoltare musica (41% tra gli 11 e i 14 anni). Al terzo posto, per le ragazze, compare poi, con il 26%, il leggere i libri (insieme a navigare in Internet), dato del tutto assente nelle prime posizioni tra i maschi. Ma questa è un’altra storia.

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