Abrogare una “forma mentis” ventennale

Insegnare_logo1di Mario Ambelinsegnare  22.12.2017

– “Abrogare” significa revocare una legge, un ordine, una norma con un atto di pubblica autorità che si dice “abrogazione”.
La “forma mentis” è una struttura mentale, una configurazione del pensiero, una impostazione della mente individuale o collettiva. Si usa questa espressione soprattutto quando ci si riferisce a un modo di pensare o di agire frutto di un condizionamento, di una qualche coartazione diretta o indiretta.
La “moratoria” è invece la sospensione temporanea della scadenza o dell’adempimento di un obbligo di legge.

In campagna elettorale, la politica, che già da tempo trasmette la sensazione di non essere in grado (come sistema, ancor prima che come specifiche aggregazioni o come singoli interpreti) di affrontare i problemi complessi del nostro tempo, vive un suo momento assai particolare. Una sospensione fra idee programmatiche e pulsioni propagandistiche: se le due cose si mescolano e sovrappongono il rischio di perdere di vista il bene comune e la lucidità di giudizio si fanno assai elevati.

In ogni caso, nei periodi preelettorali, è o sarebbe costume della politica non solo fare proposte, ma ascoltare i pareri, le esigenze, le opinioni di chi vive e opera nei diversi settori della realtà sociale. Quindi, questo è il momento di fare proposte di politica scolastica. Su due versanti solitamente, corrispondenti a due esigenze: che cosa si chiede di cambiare o confermare rispetto al passato; che cosa si propone per il futuro.

Ebbene, in termini di politica scolastica (e già non chiamarla governance sarebbe un passo avanti), io credo che la scuola italiana (forse non solo la scuola, ma qui è di questo che ci occupiamo) abbia bisogno di procedere a una radicale abrogazione della “forma mentismaturata nell’ultimo ventennio e di ricominciare da capo, ovvero dalla fine del secolo scorso. Ancor più precisamente dal 1997.

Qual è il tratto dominante della “forma mentis” che andrebbe cancellata in modo drastico e senza rimpianti? Direi il prevalere della valutazione e del giudizio di quanto si presume che si sia fatto o non fatto o di quanto alcuni avrebbero voluto che si facesse  sulla sostanza e la legittimità delle cose da fare e soprattutto sul come farle e sulle condizioni e il lavoro necessari per farle bene. E’ stata questa la conseguenza dell’asservimento della scuola a logiche e priorità che le sono estranee e in parte antagoniste e così sulla finalità di creare e consolidare le condizioni e le scelte per la trasmissione/ricostuzione dei saperi e della cultura e per l’educazione e l’istruzione a una cittadinanza consapevole e competente hanno preso il sopravvento altri disvalori: individualismo, competitività, meritocrazia, spendibilità, produttività, efficientismo, managerialità, adattamento all’esistente, ecc. ecc.

Ed è questo anche il succo del tradimento delle potenzialità migliori dell’autonomia, ottenuta dalle singole istituzioni scolastiche nel 1997. Il sistema di valutazione avrebbe dovuto essere il contrappeso dell’autonomia. In realtà si è fatto poco o nulla per realizzare l’autonomia della responsabilità, si sono fatte scelte strutturali  e ideologiche che hanno favorito il consolidarsi di un mix fra neocentralismo e velleitarismo competitivo e si è consolidato un sistema di valutazione che affatica, deprime e stravolge la scuola a tutti i suoi livelli.

Questo è il senso della politica scolastica degli ultimi vent’anni, certamente i più tristi e contraddittori della storia della scuola italiana del dopoguerra. Un ventennio in cui è cresciuta un’ansia di valutazione che ormai ha pervaso ogni contesto, al punto che è sempre più difficile distinguere fra adempimento consapevole, adattamento rassegnato, ubbidienza coatta.

Ho detto che bisognerebbe abrogare la “forma mentis” che è stata indotta in questo ventennio e non solo le norme che l’hanno perseguita o alimentata perché la gravità del fenomeno va al di là degli articoli di legge, delle deleghe, delle circolari, che andrebbero certamente cancellate, ma ciò non basterebbe. Bisogna scavare più a fondo.

La scuola avrebbe bisogno di abrogare quelle norme e di fermarsi a riflettere per darsi una rinnovata coscienza di sé e una nuova dignità. Nel frattempo non è il caso di stare proprio inattivi. Si potrebbe ricominciare a occuparsi di che cosa insegnare e soprattutto di come farlo, sospendendo per almeno un trennio ogni forma di valutazione. Solo allora potremo di nuovo chiederci se e quali sono le forme di osservazione e riflessione che accompagnano i processi di insegnamento/apprendimento.

Certo, le mentalità non si abrogano per legge. Cambiare una “forma mentis” è un fatto più culturale che politico. La politica, quella vera, quella finalizzata al governo della polis nella prospettiva del bene comune e della redistribuzione delle potenzialità e non della governance  finalizzata alla salvaguardia di qualche interesse particolare, potrebbbe dare una mano.
O quanto meno smetterla di impegnarsi nella direzione opposta.

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