Addio al contratto nazionale

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È l’effetto del combinato disposto delle deleghe della riforma della scuola e della pa.
Anche l’orario di lavoro e le retribuzioni fissate per legge

di Carlo Forte,  ItaliaOggi  2.6.2015.  

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Il contratto collettivo nazionale di lavoro va in pensione. Dopo l’approvazione del disegno di legge sulla scuola da parte del senato, prevista per i primi di giugno, il governo potrà regolare tutto il rapporto di lavoro dei docenti e del personale Ata tramite dei semplici decreti legislativi. I decreti potranno riguardare non solo la parte strettamente normativa (orari di lavoro, permessi e assenze) ma anche le retribuzioni. È quanto si evince dall’articolo 22 del disegno di legge 1934, approdato in senato il 22 maggio scorso e attualmente all’esame della settima commissione.
Mentre i docenti continuano a protestare per la cancellazione dei diritti alla titolarità della sede e contro l’introduzione del superpreside, la parte più insidiosa del disegno di legge sta passando pressocché inosservata. Quella cioè che, cancellando la contrattazione collettiva, consente al governo, unilateralmente, di imporre condizioni peggiorative del rapporto di lavoro, senza che nessuno possa evitarlo. I sindacati hanno lanciato l’allarme già da tempo. Ma l’attenzione della categoria e dei media resta ancora focalizzata su questioni, certamente ansiogene, ma sicuramente marginali rispetto a ciò che sta per accadere.
È ormai chiaro che la contrattazione sulla mobilità si ridurrà a poche regole per gli spostamenti da un ambito territoriale ad un altro. Sempre che il governo non decida di regolare anche questa materia per decreto. Così come pure l’aumento di 50 ore annue delle attività funzionali all’insegnamento, tramite la formazione obbligatoria. Ma la questione fondamentale è un’altra.

Attraverso l’esercizio delle deleghe, che stanno per essere conferite al governo dal parlamento, l’esecutivo potrà modificare unilateralmente le condizioni di lavoro. E stando a quello che si legge nell’articolo 22 del disegno di legge, il governo intende farlo anche nella delicata materia delle retribuzioni. Il dispositivo prevede, infatti, che le retribuzioni (e l’orario di lavoro ad esse collegato) dei docenti apprendisti saranno interamente regolate per decreto. Idem per quanto riguarda le retribuzioni del personale che lavora nelle scuole italiane all’estero. Da qui alla cancellazione della contrattazione collettiva sul rapporto di lavoro di docenti e Ata il passo è breve.

Del resto,il processo di decontrattualizzazione del rapporto di lavoro parte da lontano: dal 2009 con la legge 15. Che ha tolto alla contrattazione collettiva la possibilità di derogare le norme di legge. A questa norma è stata data attuazione con il decreto legislativo 150/2009, che ha previsto la sostituzione delle clausole contrattuali difformi con le norme di legge con cui contrastano. Il contesto normativo disegnato dal precedente governo aveva fortemente limitato gli spazi di manovra del tavolo negoziale. Ma aveva lasciato un ampio margine di trattativa sulle retribuzioni. Che rimanevano di stretta competenza della contrattazione collettiva e, con essa, l’orario di lavoro. Il governo in carica, invece, intende avocare a sé il potere di rivedere tutta la normativa che regola il rapporto di lavoro nel pubblico impiego, scuola compresa. Ciò attraverso lo smantellamento del decreto legislativo 165/2001, la cui fine è prevista espressamente nel progetto di legge 3098, attualmente al vaglio del senato.

In tale progetto vi sono delle disposizioni che conferiscono al governo una delega in bianco, per riscrivere completamente il testo unico del pubblico impiego. E dunque, mettendo in fila le deleghe previste nel progetto di legge 3098 e nel disegno di legge 1934, viene fuori un nuovo contesto caratterizzato dalla rilegificazione del rapporto di lavoro e dalla conseguente cancellazione delle tutele contrattuali. Ciò vuol dire che, nei prossimi anni, le regole che riguardano i lavoratori del pubblico impiego, docenti e Ata compresi, non saranno più scritte a 4 mani dai rappresentanti dell’amministrazione e dei lavoratori, ma saranno mera espressione unilaterale del datore di lavoro.

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