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di Maurizio Tiriticco, Educazione & Scuola, 29.10.2016

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– Gli Antichi Romani erano soliti contrassegnare con una pietra bianca un avvenimento positivo e con una pietra nera un avvenimento negativo, infausto. Ma vengo al dunque. Com’è noto, tra la Giannini e Renzi non corre buon sangue e sembra che il Presidente del Consiglio dei Ministri non veda l’ora per… per cui, basterebbe solo un piccolo “errore” della nostra ministra, bollato con la pietra nera, e la Giannini salterebbe. Ebbene, voglio dare una mano a Renzi e così sollecitare sorrisi di gioia – non parlo di risa, perché non si sa chi le succederebbe – di insegnanti e studenti! E veniamo al piccolo errore che la Giannini ha già commesso, che poi piccolo non è affatto! Però, occorre riandare lontano nel tempo!

Parliamo di un esame che tutti si ostinano a chiamare ancora di maturità, quando invece non lo è più, o meglio non dovrebbe più esserlo!!! Infatti, è dal 1996 – sono passati quasi venti anni… venti!!! – che con la legge 425 del 1997 abbiamo abrogato la legge precedente (L. 119/1969) che regolava l’esame – quello sì – di maturità. Tant’è che la legge di riforma non parla affatto di maturità; infatti in epigrafe così recita: “Disposizioni per la riforma degli esami di Stato conclusivi dei corsi di studio di istruzione secondaria superiore”. La maturità, quindi, non esiste più! Ma l’innovazione più importante e innovatrice della riforma la riscontriamo soprattutto nell’articolo sei, in cui leggiamo: CERTIFICAZIONI – Il rilascio e il contenuto delle certificazioni di promozione, di idoneità e di superamento dell’esame di Stato sono ridisciplinati in armonia con le nuove disposizioni, al fine di dare trasparenza alle COMPETENZE, conoscenze e capacità acquisite secondo il piano di studi seguito, tenendo conto delle esigenze di circolazione dei titoli di studio nell’ambito dell’Unione europea”. Oggi, con un linguaggio più “maturo” e più diretto, parleremmo di CERTIFICAZIONE delle COMPETENZE. Ma queste vengono certificate? No! Oggi, giostriamo con i punteggi come ieri giostravamo con i voti! Ma la modifica sostanziale dell’esame non viene detta… perché, di fatto, non c’è. E – lo ripeto – sono passati quasi vent’anni!

Il testo della legge è noto. Ma è opportuno sottolineare che un fattore fondamentale del riordino – oltre alla tipologia delle prove – consisteva – e dovrebbe consistere – nella sostituzione dei tradizionali voti decimali con i punteggi. Il che avrebbe dovuto rivoluzionare i criteri valutativi di sempre, ma… quando si legge sulla OM relativa agli esami di ogni anno (si veda l’articolo 20 dell’ultima OM del 19 aprile 2019) che la Commissione “dispone di 15 punti massimi per la valutazione di ciascuna prova scritta per un totale di 45 punti; a ciascuna delle prove scritte giudicata sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10”, emerge un dubbio grosso così! Non si può pensare in voti e tradurli in punteggi! Sono il diavolo e l’acqua santa! Il fatto è che un conto è valutare con i voti tradizionali, altro conto è misurare adottando punteggi. Si tratta di mondi diversi, di operazioni diverse che impongono approcci valutativi diversi! E non si possono assolutamente né comparare né confondere! Quali contributo viene dal Miur per gli insegnanti in materia di valutazione, se lo stesso Miur cade in errori così grossolani?

E ancora! All’articolo 6 della legge di riforma leggiamo: “A conclusione dell’esame di Stato è assegnato a ciascun candidato un voto finale complessivo in centesimi, che è il risultato della somma dei punti attribuiti dalla commissione d’esame alle prove scritte e al colloquio e dei punti per il credito scolastico acquisito da ciascun candidato”. La parola voto in tutta la legge viene citata una sola volta e riguarda solo l’attribuzione, da parte della commissione, del voto finale, che conclude la valutazione – o meglio la misurazione – in punteggi delle prove scritte e del colloquio. Va ribadito che – per norma – si tratta di un colloquio che è altra cosa rispetto ai consueti esami orali relativi a ciascuna delle singole discipline di studio. In effetti, si tratta di un colloquio che deve essere multidisciplinare, come si recita in tutte le ordinanze che di anno in anno disciplinano modi e tempi dell’esame. E’ bene ricordare che anche l’ultima OM del 19 aprile 2016, prot. N. 252, tra l’altro così recita: Il colloquio “si svolge su temi di interesse multidisciplinare”. Ma i nostri commissari, nonostante sia trascorso quasi un ventennio dalla riforma dell’esame, continuano a insistere sugli esami per disciplina, se non per materia (che è cosa ancora molto più scolastica) anche se alcune rarae aves probabilmente esistono. Il che accade perché predisporre, condurre, gestire un colloquio è molto difficile per moltissimi dei nostri insegnanti che, in effetti, sono scarsamente soliti colloquiare, ma soliti, invece a interrogare! Basterebbe una leggina di una riga: “Nella scuola italiana le interrogazioni sono abrogate!” Che festa per gli studenti! Che dramma per i nostri insegnanti, soliti alla tripletta di sempre: spiegazione, compito, interrogazione.

Potrei andare avanti per ore – o per caratteri – ma è venuto il momento in cui casca l’asino, o meglio potrebbe cadere la nostra ineffabile e sempre sorridente ministra! Che asina non è affatto! La ministra è di buona volontà e vorrebbe metter mano all’esame cosiddetto di maturità e da tempo, ma poi è sempre stoppata dal suo Presidente del Consiglio dei Ministri che non sembra avere fretta, anche se – con il suo linguaggio un po’ aziendalistico – riconosce che per questo tipo di esame sarebbe opportuno andare a qualche significativo ritocco, onde evitare – penso – una definitiva rottamazione.

Quest’estate – non ricordo esattamente quando – il Ministro Gianni nel corso di una videochat in diretta con la TV di Skuola.net, aveva parlato della necessità di metter mano all’esame di Stato: “La maturità in Italia valorizza ancora le conoscenze. E’ indubbio che, però, abbia bisogno di un tagliando. Lo stiamo facendo; l’anno prossimo ci saranno delle sorprese. Per dare agli studenti un esame più aggiornato, che apra verso il futuro sia esso all’università o nel mondo del lavoro”. In effetti, nella legge 107/15 si evince la necessità di un adeguamento della normativa in materia di valutazione e certificazione delle competenze degli studenti, nonché degli esami di Stato. Ma ciò che più spaventa è che un ministro Miur parli ancora di maturità, ribadendo un concetto che nella testa di tanti, purtroppo, esiste ancora e che è duro a morire. Il che, dopotutto, non deve stupire più di tanto! Infatti, abbiamo cassato un esame centrato sulla MATURITA’ di un candidato, ma ancora non abbiamo individuato, descritto e definito quali sono le COMPETENZE finali che bisogna certificare. Ma allora che esame è? Mah!!!

Mi viene in mente un vecchio detto: tra zuppa e pan bagnato non corre alcuna differenza!

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