Berlinguer in campagna elettorale

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Serve più autonomia per una buona scuola.

Alcune critiche alle scelte del governo sono giuste. Ma la sinistra estrema
non ama la decentralizzazione né un vero rapporto con la cultura del lavoro

di Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica istruzione e di Università e ricerca scientifica,
  Il Corriere della Sera  31.5.2015

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Caro direttore,
ho trovato eccellente l’articolo di fondo di Maurizio Ferrera (Corriere, 20 maggio). Politicamente condivisibile. Riesce a penetrare con lucidità nel problema della riforma della scuola. In Italia la cultura educativa è arretrata, non sta al passo dei Paesi più evoluti. Ferrera parla del «richiamo della foresta», di un mix tra corporativismo e ideologia «presente nelle reazioni rispetto al testo del governo»; e invoca l’unica linea possibile oggi: «un cambiamento davvero epocale nel modo di fare scuola. I programmi ministeriali uguali per tutti, la rigida separazione fra materie e percorsi, le lezioni ex cathedra , i moduli educativi standardizzati: tutto questo va rimesso in discussione, per molti aspetti superato».

Questa tematica è quasi completamente assente nelle osservazioni degli oppositori che, anche quando lamentano la dispersione scolastica, non colgono come essa più che dispersione sia espulsione di deboli da parte di un impianto che resta, bisogna dirlo, ancora in gran parte di classe. La nostra è certamente una scuola seria e come tale è riconosciuta nel mondo, ma resta comunque di classe per l’arcaicità della motivazione educativa, legata a un eccesso di logocentrismo e frammentata nei saperi e nelle materie rigidamente formalizzate. L’attenzione e lacura dell’attività di studio e dello sforzo studentesco sono demandate al pomeriggio, a casa, fuori dalle funzioni istituzionali della scuola. Ecco la vera natura di classe. È debole la ricerca didattica, prevalgono ancora umori più o meno tacitamente ostili alla valutazione e alla stessa autonomia: per questo il rischio delle reazioni è quello di una difesa del passato.

Duole che parte della sinistra, sostenendo il vecchio impianto neoidealistico, non ami l’autonomia né un vero rapporto con il lavoro e con la cultura del lavoro, con la saggezza weberiana del Beruf, del rapporto cultura-professione. Eppure sono questi i sentimenti di larga parte del mondo giovanile, le attese delle famiglie, i bisogni culturali contemporanei: in essi risiede la chiave sostanziale del cambiamento profondo e del superamento necessario della scuola di classe.

In questo orizzonte si muovono l’Europa e gli Stati più avanzati del Nord.

Voglio citare un esempio doloroso: uno dei disastri educativi attuali è la caduta della sensibilità necessaria a valorizzare l’apporto umanistico rispetto alla formazione. Ma la cultura umanistica non si difende con atteggiamenti lamentosi di nostalgica restaurazione di un passato che non c’è più. Si difende piuttosto valorizzando la portata modernissima di un bagaglio inestimabile capace di aprire la mente giovanile al reale, ai grandi valori dell’oggi. Guardate alle dolorose cifre delle iscrizioni al liceo classico: negli ultimi anni si sono dimezzate per la prima volta nella storia della nave ammiraglia della nostra educazione. La perdita di metà degli iscritti, la femminilizzazione (70% ragazze, 30% ragazzi), la meridionalizzazione: sono fenomeni imputabili a un effetto di natura impietosa, che dice «chi non cambia sparisce di fronte alla storia».

Difendiamo la grandezza di latino e classicità, ma non riduciamola a un eccesso di filologismo o alla sola consecutio temporum. «Aurea severitas, magnum gaudium», diceva Seneca. Bellissimo. Ma nelle Epistole a Lucilio lo stesso Seneca affermava «non scholae sed vitae discimus». Oggi, nel secolo XXI, aggiungiamo che la scuola non solo deve formare la mente al rigore ma deve attrarre, deve presentarsi capace di far faticare nello studio, inesorabilmente, ma anche di suscitare gioia, emozione, di stimolare la creatività. Superare il monopolio del logocentrismo significa dare altrettanto spazio all’arte, all’espressività di ciascuno, al sogno, alla speranza. La scuola italiana ha rifiutato l’arte: una bestemmia. Anche per questo è una scuola di classe. Se non si educa al bello non si forma un cittadino, un professionista colto e democraticamente responsabile.

L’opposizione alla legge sulla scuola è composta da diverse anime, da differenti osservazioni di forma e di sostanza, alcune delle quali giuste e pertinenti al fine di evitare errori nel testo e di migliorarne sostanzialmente il contenuto. Un ottimo esempio ci fornisce la Camera, che ha sensibilmente emendato la proposta governativa con formulazioni colte e di ottima fattura legislativa. Ora l’esame continua al Senato. Persistono imperfezioni che i senatori possono superare. Ma per questo bisogna uscire dal guado e dal rischio che tutto fallisca. La mia preoccupazione è che se perdiamo questa occasione, come già avvenuto nel passato, ci vorrà molto tempo prima di dare all’Italia un impianto educativo moderno, di qualità per tutti e per ciascuno.

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