Bocciamoci tutte e tutti

Insegnare_logo1di Daniela Giovanna Barbero, insegnare  12.5.2017

 

– A corredo delle notizie di cronaca sugli ultimi concorsi e delle relative polemiche che ne sono seguite, abbiamo ricevuto queste riflessioni da parte di una collega che si autodefinisce “insegnante di sostegno, lettrice appassionata, femminista e girovaga”.
Pubblicare le sue argomentazioni è per noi un modo per sottolineare la necessità di non eludere il problema e per invitare altri a esprimere la loro opinione.

… e poi ripartiamo da qualche parte

“Ricordo le prime ore di scuola, così soffuse di un acre e quasi languido senso di verginità, in cui io già cominciavo a manovrare con astuzia il mio candido entusiasmo, facendo della “emozione” qualcosa come una figura retorica di nuova specie, cui minare il mio discorso di pause, riverenze, esclamativi segreti […] La mia emozione si comunicava agli scolari, che sentirono per la prima volta l’ambiguo sapore dell’ironia e insieme l’attendibilità dei fatti e delle deduzioni stringenti.” [1]

Nel secondo dopo guerra  Pier Paolo Pasolini scrive queste righe mentre  lavora come insegnante di italiano nella scuola media di Valvasone. Leggendo queste parole ho sempre immaginato che il corpo insegnante – al quale appartengo – potesse ispirarsi a Pasolini: intellettuale e insegnante motivato, competente, appassionato.

Ma oggi mi sono svegliata bruscamente dal mio dolce sogno di insegnante che crede nella cultura e che vive la sua vita immersa in essa.
Ho letto i dati raccolti in un articolo di  Tutto scuola riferiti al concorso del 2016 per l’immissione in ruolo nella scuola Primaria: oltre il 70% degli insegnanti che hanno partecipato non ha superato il test di ingresso, “Bocciati 7 insegnanti su 10”; e ci sono differenze numeriche tra i risultati del nord e quelli del centro-sud d’Italia. Lo rileva con dovizia di esempi il Corriere del Veneto.
Di conseguenza si può sintetizzare che nella scuola rimarranno vacanti molti posti ancora a lungo, ma il fenomeno in assoluto più allarmante è che più della metà dei candidati  docenti non è in grado di sostenere un concorso . Altro che intellettuali che si approcciano con “candido entusiasmo” all’insegnamento! Non mi permetto assolutamente di mettere in dubbio le capacità didattiche di colleghe e colleghi con molti anni di servizio alle spalle, e sono certa che possedere o no le capacità concorsuali non significa possedere o no capacità didattiche o umane. Però questi dati non possono lasciarci indifferenti.

Conosco e amo la scuola pubblica. È la mia vita e la mia passione, per questo credo sia il caso di sederci e riflettere seriamente su quale corpo insegnante esista in Italia. Noi insegnanti siamo orfani di “grandi intellettuali” che si impegnino nella scuola e per la scuola, di cui Tullio De Mauro è stato un esempio da seguire per tutte e tutti noi, un intellettuale con a cuore l’istruzione e in particolare quella della scuola pubblica. E per questo ci mancherà moltissimo.
Provo a elencare tre possibili motivazioni che hanno portato al fallimento dell’idea di maestri e maestre come forza motrice intellettuale della società italiana. (Mi riferirò in particolare alla situazione nella scuola primaria).

La prima è certamente l’idea dell’insegnante che si è sviluppata nella società italiana. Nei primi decenni dello scorso secolo, la maestra era l’unica in un paese che sapesse leggere e scrivere e alla quale si attribuiva grande importanza e rispetto. Oggi le insegnanti si devono relazionare con genitori più istruiti e molti di loro dedicano attenzione ai bisogni dei figli; inoltre si incontrano oggi, più che negli anni passati, situazioni familiari e culturali più eterogenee  (penso ai molti genitori stranieri). Spesso ho la sensazione che la società e i genitori dei nostri alunni stiano andando nella direzione presa dal mondo: interculturalità, relazioni complesse tra individui e tecnologia nella pratica quotidiana. La scuola continua invece a percepirsi nel mondo ottocentesco di De Amicis e le insegnanti a ispirarsi alla “maestra dalla penna rossa”. Questo sfasamento temporale si ripercuote in modo negativo sulla didattica e sulle relazioni con le famiglie. Quali insegnanti vogliamo essere in questo secolo?

La seconda è una questione salariale. Essere insegnanti oggi non è un lavoro ambito perché economicamente non è  molto “appetibile”. Le persone più ambiziose, quelle che hanno voglia di mettersi in gioco ed eventualmente crescere e fare carriera non decidono di diventare insegnanti. Una maestra che conosce bene la scuola pubblica italiana, mi ha detto che dal momento in cui entrano di ruolo, la sensazione che alcune maestre danno è quella di chi vive un “pre-pensionamento che durerà trent’anni”. Vengono uccise tutte le ambizioni di crescita e cambiamento, e tarpate le ali a chi vuole volare in alto nell’insegnamento e mortificati i momenti di crescita culturale. Come possiamo essere insegnanti ambiziosi e innovativi?

Un terzo motivo può essere, infine, individuato nella femminilizzazione del lavoro di insegnamento. Essere insegnanti donne non significa essere brave formatrici e intellettuali a servizio dello Stato italiano; ma essere delle mamme in seconda istanza, essere delle balie asciutte per i bambini e bambine che non devono essere istruiti ma curati. Questa aspettativa che la società ripone sugli insegnanti, porta a credere che le qualità intellettuali e la loro formazione debbano essere secondarie. Indubbiamente l’intelligenza che un insegnante deve dimostrare di avere deve essere di tipo emotivo, ma la formazione e l’aggiornamento devono andare di pari passo con la crescita personale. Come, allora,  non essere considerate delle seconde mamme per gli alunni e alunne, ma intellettuali capaci di educare?

Gli insegnanti devono ritornare al centro della scena intellettuale e politica come ruolo nevralgico della società civile. Il fuoco sacro dell’insegnamento, come quello che ardeva in Pasolini, deve riaccendersi negli animi degli insegnanti della scuola italiana.
Incontriamoci virtualmente e fisicamente e discutiamo di come possiamo essere una scuola “dei fatti e deduzioni stringenti.

Note
1. P.P.P. Pasolini, “Diario di un Insegnante”, in Un paese di temporali e primule,  Milano, Guanda, 1993.

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