Bonus, stipendio, Organi collegiali. Tre contributi di Polibio

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inviata da Polibio, 22.11.2016

– La “schiforma” della scuola: un comitato fissa i criteri per il “bonus” ai docenti,

il preside individua i destinatari e definisce il “quantum” –

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Una “schiforma” quella della scuola, e lo sappiamo tutti perché, se ci riferiamo a quanto di sconvolgente è accaduto sin dall’inizio dell’anno scolastico 2015-2016 e di ancora più sconvolgente e assolutamente negativo, deportazioni comprese di decine di migliaia di insegnanti anche a distanza di oltre mille chilometri dalle città di residenza, obbligate le donne a lasciare a casa i figli e le figlie, al marito e ai propri genitori, per andare a insegnare in comuni a enorme distanza da quello di residenza per “conquistare”, dopo anni di disoccupazione, di precariato, di supplenze saltuarie, un posto di lavoro retribuito, se di ruolo e quindi a tempo indeterminato, con 1.262 euro al mese nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria o con 1.350 euro al mese nella scuola media e nella scuola superiore. E da quelle terre lontane partire, a settimane alterne, e con notevoli costi di viaggio, per riabbracciare i figli, nella speranza di potere ottenere, tre anni dopo, il trasferimento, se non nella provincia, nella regione d’origine.

Tutti sappiamo del “fantasioso” concorso ancora in corso, nella sostanza una serie di concorsi in ogni regione, in definitiva un’altra fanfaronata, con lunghe liste di non ammessi alla seconda prova, tanto da risultare gli ammessi numericamente alquanto in meno dei posti messi concorso, così come è accaduto in altri concorsi già conclusisi, mentre altri non si concluderanno in tempi brevi. Come a essere stato “suggerito” di “ritardare” e di “limitare” il numero dei vincitori. Cosicché nessuno avrebbe potuto rivendicare, non avendo “superato” il concorso, il diritto di essere assunto a tempo indeterminato a partire dall’anno scolastico successivo. E dire che era stato assicurato (“promesso”, e il promesso non è certezza, bensì un futuro senza data) che i concorsi sarebbero stati conclusi in tempo per nominare i vincitori entro la fine dell’ormai trascorso da quasi novanta giorni il mese di agosto 2016!. Quindi, assunzioni dei vincitori, anche se in numero inferiore ai posti messi a concorso, il 1° settembre del 2017. E continuano a rimanere non stabilizzati, a causa di altre promesse non mantenute, almeno 150 mila insegnanti che hanno pieno diritto alla stabilizzazione, ma che purtroppo rimangono nella qualità di docenti precari perché la legge di stabilità non è stata affatto modificata, a ulteriore dimostrazione che la “politica delle promesse”, delle fanfaluche, delle fanfaronate per ingrandire a dismisura il contenuto delle promesse che non saranno mai realizzate, è servita durante i 1.000 giorni dell’attuale governo a mistificare, a promettere e naturalmente, in forza dell’infinito futuro, a “rinviare sine die” gli adempimenti. Insomma, nel caso di specie, “schiforma” e “malascuola” di pari passo.

La sbandierata espressione “la buona scuola”, volendo fare intendere che si trattava di qualcosa di radicalmente diverso, in positivo, dell’esistente, rientra a pieno titolo tra le fanfaluche (invenzioni assurdità): malascuola come malasanità. Peraltro, “buona” è aggettivo qualificativo. A parte la vera “buona scuola”, alquanto più che buona, quella della riforma Berlinguer (2001) – seguita dalle riforme, rispettivamente, Moratti e Gelmini”, durante gli anni successivi, queste ultime migliori della “riforma Renzi”, che con sua personale espressione l’ha qualificata “buona”, volendo quindi fare intendere che le altre erano state addirittura pessime –, va precisato che la scuola non può che essere, utilizzando il comparativo di maggioranza, migliore rispetto a buona e addirittura deve essere ottima, superlativo assoluto rispetto a buona.  La legge n. 107 del 13 luglio 2015 ha per titolo “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il ripristino delle disposizioni legislative vigenti”: un solo articolo, il n. 1, 212 commi, molti quelli con commi seguiti da un serie di numeri, e poi da altri commi e da altri numeri (2.1, 2.2, 3.1., ecc.), 30.000 parole, un’enorme quantità di numeri e di riferimento legislativi, di parentesi e di punteggiature, il tutto in 27 pagine della Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, anno 156, n. 162, mercoledì 15 luglio 2015. Non c’è scritto “La Buona Scuola”. In ambito scolastico, ma non soltanto, è riturata niente affatto “buona”: Tante sono state le manifestazioni dei docenti, degli studenti e dei genitori degli alunni, di politici e di sindacalisti, tutti a contestare con forza una legge unanimemente definita di pessima riforma della scuola.

Un tempo, dall’anno scolastico 1947-48 all’anno scolastico 1972-73, per decreto del Capo provvisorio dello Stato,  21 aprile 1947, n. 629, c’erano le qualifiche annuali attribuite dal direttore didattico o dal preside, rispettivamente, alle maestre della scuola materna, ai maestri e alle maestre della scuola elementare e ai professori e alle professoresse della scuola media e della scuola superiore: a partire da “sufficiente” e proseguendo con “buono”, “valente” e “ottimo”. C’era anche la qualifica “insufficiente”, che in definitiva, in caso di ripetizioni, poteva determinare il licenziamento dell’insegnante. Le note di qualifica erano compilate dai provveditori agli studi per i direttori didattici e i presidi, e dai capi d’istituto scolastico per i docenti. Comprendevano, per ciascuno degli interessati, le condizioni fisiche, la qualità intellettuale, la condotta nella scuola e nella vita privata, la diligenza in speciali circostante riguardanti le funzioni didattiche e la disciplina, la collaborazione col capo d’istituto e con gli altri docenti, l’idoneità a funzioni direttive, nonché ogni altra annotazione ritenuta opportuna a delineare le caratteristiche e le attitudini personali. Il giudizio complessivo veniva espresso con le qualifiche già indicate. Otto anni dopo, la legge n. 160 del 19 marzo 1955 estese al personale insegnante non di ruolo le norme vigenti sulla qualifica. Le qualifiche annuali, assegnate ai singoli docenti sulla base di criteri di fatto inesistenti e quindi su personale “scelta” del direttore didattico o del preside, nella sostanza contenevano lo scopo di favorire tizio/a e caio/a, e magari di “liberarsi” per licenziamento, con riferimento a ripetute qualifiche di “insufficiente”, di qualcuno/a. Nella sostanza, anticipando i tempi, come agiscono gli attuali presidi-padroni, che urlano per acquisire il “diritto”, in violazione del Contratto collettivo nazionale del comparto scuola, di sospendere i docenti dal lavoro e dalla retribuzione fino a dieci giorni e di ripetere la sospensione, così in definitiva causando conseguenze e ingiusti danni. E in definitiva sostituendosi alla specifica Commissione presso l’Ufficio scolastico regionale e assumendo paradossalmente e immoralmente la doppia funzione di “denunciante” e di “decidente” sul tema della contestazione notificata al/alla docente.

Un tempo c’era anche il cosiddetto “merito distinto”, che aveva un preciso “valore” da far valore sullo stipendio. “Merito distinto” recentemente conclusosi per la definitiva collocazione in pensioni degli ultimi docenti che a suo tempo l’avevano acquisito. Nell’anno 1974, con decreto del 31 maggio, n. 417, del Presidente della Repubblica, le qualifiche annuali attribuite agli insegnanti di ogni ordine e grado vennero abolite e sostituite da una valutazione facoltativa del servizio prestato, alla quale provvedeva il Comitato di valutazione del servizio. Adesso c’è il bonus al merito (ma in definitiva si tratta di un “malus” per gli insegnanti, e soltanto di un “bonus” per gli amici e gli amici degli amici, per i graditi dai dirigenti scolastici, per i già “premiati” con l’assegnazione di attività retribuite. Insegnanti, quelli che otterranno dai dirigenti scolastici il “bonus” nella misura stabilita dal rispettivo dirigente scolastico (e ci sono dirigenti scolastici che hanno specificato di assegnare addirittura misure da mille a duemila euro: ovviamente soltanto a pochi, dato che mediamente si tratterà in ogni scuola di distribuire 25.000 euro detratte le imposte), che saranno un numero limitato. Peraltro, come è già avvenuto, a parte che i “bonus” concessi dai dirigenti hanno riguardato meno del 40 per cento, determinati docenti hanno ottenuto 1.000 e più euro, mentre in tanti hanno ottenuto, per gentile concessione del capo d’istituto (tuttavia, il quadro delle concessioni è segreto e ai sindacati della scuola non è stata consentita la contrattazione di secondo livello), 200, 150, 100 e addirittura 80 euro: corrispondenti all’elemosina giornaliera di 54, 40, 27, 22 centesimi al giorno).

Alessandra Lupetti ha definito “una colossale bufala” l’idea di “identificare gli insegnanti migliori e di premiarli, aggiungendo che è una “clamorosa sciocchezza” l’idea di “identificare e premiare gli insegnanti più bravi”. In sostanza, si tratta, aggiunge Polibio, della “teoria dell’assurdo”. E certamente, come ha scritto Alessandra Lupetti (vd: “L’idea di premiare gli insegnanti migliori è una clamorosa bufala”), di “un trucco per sviare l’attenzione” da una serie di negatività”. Ma anche da altro che direttamente riguarda i docenti, e non soltanto la loro carriera e gli aumenti di stipendio. Ritorniamo brevemente ai tempi delle note di qualifica e alle qualifiche da sufficiente a ottimo, e in particolare a quella di insufficiente, attribuite agli insegnanti, rispettivamente, dai direttori didattici e dai presidi. Qualifiche poi eliminate il 31 maggio 1974. Ebbene, facendo riferimento alla legge 107/2015, è subentrato il “bomus”, o “malus” che dir si voglia, per il riconoscimento del merito, funzionale per il sistema degli scatti stipendiali, triennali, complessivamente dodici (l’ultimo dei quali a partire dal 35° anno di servizio), detti di competenza, per il trattamento economico del personale docente. Ebbene, il “bonus” – che per moltissimi insegnanti sarà un “malus” – verrà concesso soltanto a una parte (una minoranza) degli insegnanti. Gli altri insegnanti (la maggioranza, assai più numerosa della limitata minoranza) potrebbero non acquisire mai il “bonus”. Viene anche previsto che sarà un’esigua minoranza ad acquisire in trentasei anni di servizio tutti i dodici scatti triennali, ciascuno dei quali collegato all’aumento dello stipendio. E ciò perché, come è anche previsto, ogni tre anni soltanto i due terzi dei docenti di ogni singola scuola o rete avranno diritto allo scatto stipendiale, triennale, avendo maturato più crediti nel triennio precedente. Tutto ciò comporterà un vantaggio stipendiale con riferimento al numero degli scatti triennali, fino al massimo con dodici scatti, e una perdita, anche notevole, per moltissimi, dato che è ampiamente previsto, sopperendo così all’eventuale insufficienza della risorse. In definitiva, e questo è un punto da chiarire, il mancato superamento degli scatti triennali (anche con riferimento al “bonus” o al “malus” di “premialità” di “fatto” riservato al venti per cento circa degli insegnanti, e peraltro anche in forma e in sostanza di elemosina) cosa potrebbe comportare per gli insegnanti, soprattutto per quelli che di trienni senza scatti stipendiali ne avranno, raggiunto un determinato anno di lavoro, diversi? Il trasferimento ad altro incarico in altra sede o addirittura il licenziamento? In sostanza, il trucco certamente c’è, e magari non si vede. Soprattutto nella “malascuola” e nella cosiddetta “schiforma”.

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– La promessa di marinaio della ministra Stefania Giannini:

“Almeno di 2.000 euro al mese la soglia dignitosa dello stipendio dei docenti” –

Era il 12 maggio 2014, e da allora sono trascorsi 926 giorni (e alcuni giorni fa sono stati “celebrati” i 1.000 giorni dell’attuale governo Renzi), quando la ministra dell’istruzione Stefania Giannini, in tale veste da due mesi e mezzo, affermò ad alta voce che, in Italia, lo stipendio di un insegnante di liceo, “intorno ai 1.400 euro” , era “una vergogna”. E aggiunse che sarebbe stato portato “almeno alla soglia dignitosa dei 2.000 euro mensili”. Completando, a proposito della “soglia dignitosa”, con un “credo sia il minimo”. Ovviamente, stipendio mensile netto più tredicesima mensilità. “Soglia” sta a significare primo stipendio corrisposto al/alla docente il primo mese dopo l’assunzione in servizio. Quindi, uno stipendio che cresce (sette le classi stipendiali, passate a sei fasce stipendiali essendo state inglobate in un’unica fascia di otto anni le due precedenti classi, rispettivamente, di due e di sei anni).

Ebbene, lo stipendio iniziale dei docenti di ruolo è cresciuto in relazione all’automatico passaggio alle classi successive, ma gli stipendi iniziali e gli scatti stipendiali sono paradossalmente e assurdamente congelati dal 2009: 1.307 euro per i docenti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria; 1.392 euro per i docenti della scuola secondaria di primo grado e della scuola secondaria di secondo grado; 1.307 euro per i docenti diplomati della scuola secondaria. Diventando, dopo essere passati dalla prima alla settima classe stipendiale, con incrementi a partire, rispettivamente, dal terzo, dal nono, dal quindicesimo, dal ventunesimo, dal ventottesimo fino al trentacinquesimo anno di servizio, quando lo stipendio netto raggiunge il massimo: 1.816 euro per gli insegnanti della scuola dell’infanzia e della scuola primaria; 1.959 euro per gli insegnanti della scuola secondaria di primo grado; 2.026 euro per gli insegnanti della scuola secondaria superiore; 1.959 euro per gli insegnanti diplomati della scuola secondaria. E adesso, considerando le addizionali applicate dalle regioni e dai comuni, in media corrispondenti al 2,4 per cento dell’imponibile: 1.262 euro iniziali (e per otto anni, 1.020 euro la tredicesima) fino a 1.759 di euro al trentacinquesimo anno di servizio nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria (1.276 euro la tredicesima);  1.350 (1.114 euro la tredicesima) fino a 1.895 euro per gli insegnanti della scuola media (1.411 euro la tredicesima); 1.350 (1.114 la tredicesima) fino a 1.960 euro per gli insegnanti della scuola superiore (1.481 euro la tredicesima). E dire che per la ministra dell’istruzione professoressa Giannini, 10 maggio 2014, era “una vergogna” lo stipendio “intorno ai 1.400 euro” di un insegnante! La quale aggiunse, rivelandosi una promessa di marinaio, che sarebbe stato portato “almeno alla soglia dignitosa dei 2.000 euro mensili” (i dati sono tratti da “osservazioni e analisi a cura di Rosario Cutrupia” per Gilda nazionale degli insegnanti, e di essi è possibile averne conoscenza anche attraverso altri siti di sindacati della scuola e di associazioni di docenti: Flc-Cgil, Cisl-Scuola, Uil-Scuola, Snals, Associazione Nazionale Docenti, ecc.).

Ebbene, era ed è una “vergogna” l’essere rimasti invariati nei 1.000 giorni del governo presieduto da Renzi (ministro dell’istruzione la professoressa universitaria Stefania Giannini, dalle promesse di marinaio pronunciate nei primi giorni del mese di maggio dell’anno 2014) gli stipendi dei docenti (iniziali e quelli delle classi stipendiali successive, addirittura congelati dal 2009). A cui si aggiungono, anch’essi invariati, gli stipendi dei direttori dei servizi generali e amministrativi (dsga), da  1.437 euro iniziali a 2.036 euro dal 35° anno; degli assistenti tecnici e amministrativi (ata), da 1.108 a 1.409 euro; dei coordinatori amministrativi e tecnici, da 1.232 a 1.690 euro; dei collaboratori scolastici, da 1.008 a 1.243 euro. Ovviamente, come per gli insegnanti, con tredicesime mensilità ampiamente inferiori rispetto agli stipendi.

Le notizie più recenti (Vincenzo Pascuzzi, 23 ottobre 2016), e si può facilmente comprendere perché, riferiscono del premier Renzi a “dir poco arrabbiato con la titolare del Miur” per “il malfunzionamento della riforma” (quindi si potrebbe dire che si sia trattato di una “schiforma” scolastica?). E il via ad altre promessa di marinaio, precedute e accompagnate da “bacchettate” al suo ministro dell’istruzione, “visti gli effetti disastrosi della legge 107” (Valeria Bruccola). Le “bacchettate” alla ministra dell’istruzione Stefania Giannini per le modalità con le quali è stato condotto il recente concorso, negativamente caratterizzato dalle bocciature di massa e dal rinvio delle assunzione all’inizio del prossimo anno scolastico. “Bacchettate” alle quali la ministra Giannini ha risposto con l’affermazione (“bacchettata”) che il tutto era stato determinato dall’applicazione dei criteri della riforma da lui voluta. Fermo restando che almeno altri 150 mila docenti precari della scuola (da anni utilizzati nei posti disponibili, abilitati nel 2011 e presenti nelle graduatorie a esaurimento) continuano a rimanere precari. E ci sono altre supercazzole. Riguardano il trattamento economico e il nuovo sistema degli scatti stipendiali triennali (scatti di competenza che sostituiranno le fasce stipendiali), complessivamente dodici (da 0 a 8, da 0 a 14, da 15 a 20, da 21 a 27, da 28 a 34, da 35 anni di anzianità), con miserie di aumenti mensili di stipendio (ma soltanto a una parte degli insegnanti.

Dal 2009 a oggi, cioè dal blocco del Contratto collettivo nazionale del comparto scuola e dal congelamento degli scatti stipendiali, gli stipendi degli insegnanti e quelli del personale non docente hanno perso il 12 per cento del loro potere d’acquisto. Potere che quanto meno sarebbe rimasto identico a quello del 2009 (a parte le promesse di marinaio e le supercazzole sugli aumenti degli stipendi “vergognosi” degli insegnanti, tuttavia dimenticando quelli altrettanto “vergognosi” del personale non docente) se il blocco degli stipendi e il congelamento degli scatti stipendiali dei docenti e dei non docenti fosse stato limitato a pochi mesi. E invece blocco e congelamento sono stati mantenuti, fermamente mantenuti, anche e soprattutto durante i quasi tre anni dell’attuale “governo Renzi”, nonostante che già nella fase iniziale la ministra dell’istruzione Stefania Giannini avesse manifestato essere “vergognoso” lo stipendio dei docenti e di dovere “arrivare almeno alla soglia dignitosa dei 2.000 euro mensili”. Certamente “vergognoso” anche quello del personale non docente. Se soltanto consideriamo la perdita del 12 per cento del potere d’acquisto degli stipendi degli insegnanti e del personale non docente, è semplice calcolare a quanto mensilmente corrisponde facendo riferimento all’attuale stipendio mensile da ciascuno/a percepito: la perdita è compresa tra 150-170 euro al mese per i docenti al primo anno di servizio e, proporzionalmente crescendo, di 210-240 euro al mese dal 35° anno di servizio. Per il personale non docente, la perdita è compresa tra 120-180 euro al mese nella fase iniziale e tra 150-240 euro al mese nella fase successiva al 35° anno di servizio. A proposito delle “promesse”, risultate supercazzole, sugli aumenti degli stipendi degli insegnanti, fissando la “soglia dignitosa” a “2.000 euro mensili”, va detto che la ministra dell’istruzione Stefania Giannini ha utilizzato, riferendoci alla lingua latina, la prima persona singolare dell’indicativo presente del verbo “promittere” (promettere), ovvero “promitto” (prometto), che regge l’infinito futuro passivo “facturum esse” (che sarà fatto), ma senza dire quando.

Infatti, tutto è rimasto come prima, anzi peggio di prima se si mettono a confronto la progressione economica per classi o fasce stipendiali (7 o 6) e quella per scatti triennali (12), perché soltanto “un’esigua minoranza” dei docenti avrà riconosciuti tutti i dodici scatti triennali. Infatti, si prevede che un terzo dei docenti della stessa scuola non avrà, per mancanza di titoli (non maturato abbastanza crediti), lo scatto del rispettivo triennio. E di scatti non ottenuti potrebbe riguardare moltissimi docenti. Coloro che avranno acquisito tutti gli scatti triennali otterranno aumenti mensili netti, rispetto alle classi stipendiali e con riferimento agli anni di anzianità, compresi tra 2 e 80 euro al mese, ottenendo alla fine 135 euro al mese in più durante gli anni di anzianità da 34 a 36 e 130 euro al mese in più a partire dal 35° anno di servizio. In definitiva, sempre che siano stati superati tutti gli scatti triennali, un aumento netto mensile di 720 euro rispetto allo stipendio iniziale. Gli aumenti per classi stipendiali, a tutti gli insegnanti, inizia da un aumento netto mensile di 154 euro al mese a partire dal nono anno di servizio per arrivare a 591 euro al mese dal 35° anno di servizio. Quindi, appena 129 euro al mese in più, ma non a tutti gli insegnanti, mettendo a confronto, a partire dal 35° anno, i rispettivi stipendi netti mensili.

In definiva, dato che debbono essere acquisiti dagli insegnanti gli scatti triennali, e saranno moltissimi che non li acquisiranno tutti o che ne acquisiranno soltanto una parte, la spesa complessiva risulterà alquanto ridotta. Comunque, lo stipendio iniziale resterà “vergognoso”, così come qualificato dalla ministra dell’istruzione Stefania Giannini nella prima decade del mese di maggio dell’anno 2014.

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– I docenti e gli ata non si erano candidati per il Consiglio d’istituto.

Il preside ottiene la proroga dall’Ufficio scolastico provinciale –

Nella scuola secondaria superiore in provincia di Catania, dove nessuno dei docenti e del personale ata si era candidato alle elezioni per il rinnovo del Consiglio d’istituto. Quindi, il Consiglio sarebbe stato commissariato, perché risultato soltanto di nove componenti (compreso il dirigente scolastico, componente di diritto, e sempre che i quattro rappresentanti dei genitori degli alunni e i quattro rappresentanti degli studenti eletti avessero accettato di farne parte) in un Consiglio di complessive diciannove persone, e pertanto assolutamente minoritario dato che dieci delle diciannove unità che compongono il Consiglio sono rappresentate da otto docenti e da 2 ata. Il preside ha ottenuto dall’Ufficio scolastico provinciale la “proroga” per indire nuovamente le elezioni soltanto per i rappresentanti dei docenti e del personale ata nel Consiglio d’istituto. Con rispettive liste, ciascuna delle quali presentata “da almeno venti sottoscrittori di lista non candidati”. In ciascuna lista, fino a 16 candidati per la componente docenti e fino a 4 per la componente ata (vd: “Docenti e ata non si candidano per il Consiglio d’istituto. Sarà commissariata la scuola?”).

Si può ritenere che il dirigente scolastico sia riuscito a convincere i docenti e gli ata a candidarsi alle elezioni delle rispettive componenti nel Consiglio d’istituto. Comunque, sembrerebbe possibile che la loro precedente non candidatura alle elezioni sia stata determinata dall’esistenza di motivi di conflittualità interna – tra e con chi, oltre al perché,  resta da vedere – che avevano determinato la decisione dei docenti e del personale ata a non candidarsi per il Consiglio d’istituto. E peraltro va evidenziato che la partecipazione comporta responsabilità individuale e naturalmente il diritto all’autonomia in sede di Consiglio d’istituto. Peraltro, come recentemente evidenziato da Rita Guma (Il FattoQuotidiano.it / BLOG / di Rita Guma), “sono pochi furbetti a gestire la scuola e genitori, studenti e insegnanti onesti non riescono ad intervenire davvero”, soprattutto quando i “nemici principali della democrazia scolastica sono due: 1) la gestione dell’assemblea d’istituto da parte del dirigente scolastico scorretto; 2) l’assenza di incompatibilità, per cui il controllato può coincidere con il controllore”, a parte la necessità di non fare passare decisioni con “la frase magica ‘Approvato all’unanimità’”, evitando l’eventualità chiedendo il “voto segreto” e “di volta in volta che sia effettivamente il presidente eletto a coordinare l’assemblea, e non – di fatto – il dirigente scolastico”. Inoltre, “massima trasparenza”, visione anticipata della “documentazione inerente ai temi all’ordine del giorno” e controllo dei “verbali dell’assemblea, anche per verificare che gli eventuali dissensi motivati siano riportati”. Il rinvio alla puntuale lettura dell’intero articolo di Rita Guma è doveroso da parte di Polibio.

Comunque sia, l’avvenuta non candidatura per il Consiglio d’istituto della scuola secondaria superiore in provincia di Catania resta un segno evidente del disagio e della protesta dei docenti e degli ata. Tra le conflittualità interne – peraltro la non candidatura di docenti e di ata al Consiglio d’istituto c’è stata anche in altre scuole – è intervenuta durante l’anno scolastico 2015-2016 (e i risultati sono recenti, ad aggravare le condizioni esistenziali dei lavoratori della scuola), a caratterizzare sempre più in negativo la schiforma scolastica, la distribuzione, soltanto a una limitata parte dei docenti (20-25%), del misero fondo per il “riconoscimento del merito” sulla base di criteri astrattamente definiti. Distribuzione caratterizzata, a parte la non consentita contrattazione di secondo livello con le organizzazioni sindacali, da disuguaglianze colossali: da 1.500 euro (magari a qualche privilegiato/a) alla miseria di 150, 100, 80 euro, corrispondenti a 41, 27, 22 centesimi di euro al giorno. Spiccioli. A parte, ma anche in questo caso soltanto per i docenti, il recentissimo bonus annuo di 500 euro per aggiornamento: euro 1,37 al giorno. Non bastano nemmeno per comprare un giornale.  Nulla per il personale ata. Assolutamente nulla.

Nella stessa scuola secondaria – il cui dirigente scolastico si ritiene sia corso tempestivamente ai ripari, ottenendo dall’Ufficio scolastico provinciale la possibilità di indire nuove elezioni soltanto per i rappresentanti dei docenti e del personale ata nel Consiglio d’istituto (nella sostanza una  “proroga”, rispetto alle elezioni per il rinnovo del Consiglio d’istituto di cui alla circolare dell’Assessorato dell’istruzione della Regione Sicilia, soltanto per i docenti e per il personale ata) –, durante la recente assemblea mensile d’istituto, gli studenti hanno lamentato che a loro, nell’anno scolastico precedente, essendosi trovati nell’impossibilità di presentare le liste, non era stata concessa dallo stesso preside la proroga rispetto al termine stabilito per la presentazione delle liste: La loro richiesta di proroga era stata respinta. D’altra parte, la mancanza dei loro quattro rappresentanti nel Consiglio d’istituto non avrebbe affatto determinato un Consiglio minoritario nel numero dei componenti: 19 – 4 = 15. Il Consiglio d’istituto non sarebbe stato commissariato. E allora non c’era il bisogno di correre all’Ufficio scolastico provinciale per chiedere e ottenere una “proroga” finalizzata a consentire agli studenti di eleggere, con nuove elezioni a loro riservate, i loro rappresentanti in Consiglio d’istituto. Un diritto violato? Comunque, due pesi e due misure!

 

Polibio                                                                                                                                            
polibio.polibio@hotmail.it

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