Buona scuola o tecnolatria?

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di Paolo Citran,   insegnare  ottobre  2015.  

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Una comunicazione intergenerazionale
Chi scrive queste righe è un insegnante di lungo corso ormai rottamato. Ma insegnanti, nella forma mentis, si resta per tutta la vita, se dell’insegnante si è praticato a lungo il mestiere: bene o male non so, ma per quanto possibile con coscienza, affetto e onestà intellettuale.
Essendo io fuori dal servizio attivo, pratico di fatto più le conoscenze che le competenze, amplio cioè il mio sapere soprattutto attraverso buone letture, partecipazione a buoni eventi, ascolto/audiovisione di buone trasmissioni radio-televisive, rammaricandomi non poco di non avere occasioni per proporre quei contenuti e quelle riflessioni che non ho avuto modo di presentare a studentesse e studenti quand’ero in servizio perché ho avuto tempo e modo d’interessarmene solo successivamente.
Non sarebbe male (ma temo resti nel libro dei sogni) se quelle modalità artigianali che mi sembra dovrebbero connotare l’insegnamento potessero trovare modi di comunicazione intergenerazionale, in analogia a quanto almeno un tempo avveniva nelle botteghe artigiane tra maestro e apprendisti, senza che ciascuno debba cominciare da zero, senza far tesoro criticamente di contenuti culturali da valorizzare sia nella routine che nell’invenzione di nuove acquisizioni materiali e mentali. È in questa prospettiva che ho dedicato alcune delle mie precedenti i/stanze più ai contenuti che alle modalità d’insegnarli, più alle conoscenze che allecompetenze, perché non c’è metodologia che navighi nel vuoto, che cioè non proponga contenuti culturali. Non ci sono competenze che non si applichino a conoscenze e modi di presentare senza loro contenuti.

La miseria della “buona scuola”
In questo spirito tento qui di svolgere qualche modesta e banale considerazione relativa a quanto ho letto, percepito e capito in merito alla sedicente “buona scuola”. Cominciando dallo sfondo pedagogico-didattico, mi sembra che se ne debba evidenziare la povertà se non addirittura l’assenza: chi ha scritto la proposta pare ben poco sappia di secoli di riflessioni sull’educazione, la scuola e l’insegnamento/ apprendimento, e nemmeno del pensiero più recente e attuale in merito. L’unica indicazione pare essere quella relativa all’utilizzo delle “nuove tecnologie”.
Posso ricordare, a titolo d’esempio, per esplicitare il mio discorso, due pedagogisti/psicologi/didatti (ma se ne potrebbero citare altri) profondamente diversi fra loro, ma contraddistinti per qualche aspetto da un pensiero comune: Célestin Freinet (1896-1966) e Burrhus Skinner (1904-1990).
Il primo autore, giovane maestro francese, dopo aver partecipato al primo conflitto mondiale, colpito fisicamente in guerra anche nella voce, fece tesoro di questo suo limite ponendo al centro dell’attività didattica proprio delle “nuove tecniche didattiche” che non richiedessero una voce tonante, in primo luogo la tipografia scolastica, intesa come mezzo e non certo come fine dogmaticamente stabilito, i cui caratteri mobili valorizzavano la capacità di fare dei bambini e dei ragazzi, con le mani e con la mente, favorendo capacità di manipolazione, di analisi e di sintesi; in tal modo essi imparavano la lettoscrittura, sostenuti da un’adeguata motivazione e dando il senso della partecipazione alla vita del proprio tempo (per esempio attraverso le interviste) impegnandosi in classe non tanto individualmente quanto collettivamente in attività cooperative concrete da cui nascevano le pagine del giornale di classe.
Si trattava di apprendere attraverso il fare, secondo l’espressione di John Dewey (1859-1892). E le tecniche erano strumenti per un fare che conducesse a un apprendimento vissuto e a unsaper fare con conoscenza e con competenza.
Ho citato anche uno psicologo comportamentista americano, Burrhus Skinner, figura polivalente, ideatore di macchine per insegnare, di libri costruiti in base al principio dell’istruzione programmata, di tecniche comportamentali.
Se questi possono essere considerati mezzi, uno scopo politico-pedagogico-antropologico venne da lui delineato nell’utopia/distopia contenuta in Walden Due. Utopia per una nuova società, La Nuova Italia, Firenze,1975, con la sua conclusione problematica circa la possibilità di costruire una pólis felice e bene organizzata attraverso l’impiego del rinforzo positivo. Ma chi lo comminerà? Chi controllerà i controllori in tali somministrazioni? Emerge in questo paradossale romanzo pedagogico la problematicità di una comunità fondata sulla meritocrazia, applicata in un contesto “chiuso”, quale una classe scolastica!
Per questi studiosi, come per quasi tutti gli altri e per quegli uomini e donne di scuola che si sono occupati/e di educazione e di insegnamento, è di grande importanza l’uso di tecniche/tecnologie. Quel che mi sembra però essenziale è che non si determini un feticismo delle tecniche/ tecnologie, ma piuttosto si sviluppi la consapevolezza della loro relatività efunzionalità. Detto brutalmente: gli strumenti, le cose utilizzabili vanno usate quando servono e agli scopi per cui servono: se non servono più, vanno messe da parte e utilizzate eventualmente per la raccolta differenziata dei materiali pesanti da riciclare.

Mezzi e scopi
Quel che mi pare di cogliere nell’attuale accezione della “buona scuola” è un’inversione nella determinazione di mezzi e fini (escludendo peraltro che possano essere stabiliti in senso assoluto). A me sembra che le “nuove tecnologie”, quanto meno nella formazione di base, mai possano essere intese come fini e come elementi caratterizzanti la validità di un istituto d’istruzione o di un processo formativo. Può andar bene la LIM, possono essere importanti ilPC, il tablet, i libri digitali, può essere utile e interessante la presentazione di slides a gogò: si tratta di strumenti che debbono risultare funzionali a un’educazione e a un apprendimento adeguati al tempo presente. Non possono essere però considerati qualcosa di esclusivo: le alunne e gli alunni necessitano di manipolare, di osservare, riflettere, esprimere, di giocare, di costruire, agire, produrre, di narrare e di sentirsi narrare, di ragionare e d’immaginare, di costruire e de-costruire quanto hanno costruito. Dobbiamo avere almeno in testa quelle che un tempo si mettevano ordinatamente per iscritto e si definivano tassonomie e mappe cognitive, che in sintesi esprimevano l’esigenza che vi fossero delle conoscenze e che queste venisserocomprese, interiorizzate e quindi applicate.

Feticismo informatico-tecnologico

Non considero utile la ricerca del nuovo per il nuovo, della modernità per la modernità, deltecnologico per il tecnologico (tanto più che la durata di una tecnologia non è più lunga della vita di una farfalla, come dimostra l’ammasso di vecchie macchine informatiche in disuso che spesso ingombrano le soffitte delle scuole).
Non è l’usare lo strumento che serve primariamente all’insegnare, ma il sapere e il saper farebene interiorizzati, conoscenze e competenze adeguatamente assimilate, grazie a cui si possano utilmente impiegare le tecnologie in modo adeguato.
La cosiddetta “buona scuola” mi sembra venga oggi contraddistinta da un pericoloso feticismo delle tecnologie, che, sia ben chiaro, non intendo demonizzare, ma neanche divinizzare.
È meglio un buon insegnante che un buon computer. Che non lo esclude, anzi…

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