Buone notizie dall’Ocse: l’Italia migliora per inclusione sociale e rapporti alunni/docenti

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In dieci anni la scuola italiana è migliorata e a certificarlo è l’Ocse. L’Organizzazione, che più volte ha messo in evidenza falle e criticità del sistema d’istruzione della Penisola, questa volta lo accredita dei passi avanti fatti nonostante la “scure” dei risparmi. «Le risorse sono state tagliate, ma l’efficienza è molto migliorata, in parte grazie agli insegnanti che hanno avuto una responsabilità molto positiva», spiega Francesca Borgonovi, economista dell’Ocse specializzata nel settore scolastico, a commento dei risultati dello studio sui “Cambiamenti delle scuole nell’ultimo decennio” pubblicato nei giorni scorsi dell’Organizzazione. Sulla quarantina di Paesi presi in considerazione, l’Italia brilla per i miglioramenti nelle relazioni tra studenti e insegnanti e nell’inclusione sociale, settori in cui si piazza ai primi posti quanto a progressi e anche per la qualità dei materiali scolastici è salita un po’ nel “ranking”.

Andamento dei rapporti studenti-docenti
L’Italia si aggiudica l’ottavo posto: nel 2003, mentre la media Ocse dell’indice era pari a zero, la Penisola era a -0,60, ma nel 2012 era salita a -0,16, con un recupero di 0,45 punti. «Un cambiamento molto forte, tra i maggiori dell’Ocse» e tanto più rilevante in quanto avvenuto in una stagione di «importanti tagli» delle risorse pubbliche, rileva Borgonovi, sottolineando che i docenti pur «nel clima di contestazione rispetto alle riforme, sicuramente con i ragazzi sono riusciti a migliorare molto il rapporto che è fondamentale per garantire l’offerta formativa». Un progresso quindi «estremamente positivo» e «non ovvio» dato il contesto. Tra i vari quesiti posti agli studenti, l’unica risposta a discostarsi in modo significativo dalla media Ocse riguarda la disponibilità dei docenti a dare aiuto extra: il 71% dei ragazzi ha risposto in modo affermativo contro l’82% Ocse. Un’indicazione forse legata anche alla scarsa accessibilità degli edifici scolastici oltre l’orario delle lezioni, commenta Borgonovi. Perfettamente in linea con le medie Ocse, invece, la percezione sul trattamento equo da parte dei prof (81%) e di poco rilievo le variazioni su altri fronti. Il 75% dei ragazzi italiani, ad esempio, si trova bene con i propri insegnanti e il 70% ritiene di essere ascoltato con attenzione (contro il 74% Ocse).

Inclusione sociale
L’altro fronte di netto miglioramento riguarda – un po’ a sorpresa – l’inclusione sociale, dove l’Italia mette a segno in un decennio un progresso di 5 punti percentuali del relativo indice che le valgono il sesto posto come performance sui 40 Paesi. «Le scuole sono diventate più inclusive rispetto al 2003: l’Italia è tra i Paesi con una minore segregazione e dove il background socio-economico pesa meno che altrove nelle performance scolastiche», dice Borgonovi, ricordando i Paesi con una segregazione a livello di scuola molto forte, come Francia o Cile. In Italia, «la scuola pubblica funziona ancora abbastanza come motore di inclusione sociale e di possibile mobilità. Potrebbe fare molto di più, ma senz’altro è una cosa positiva». Nel 2003 l’indice di inclusione sociale – che misura quanto ogni scuola sia rappresentativa dell’universo socio-economico degli studenti del Paese – per l’Italia era pari al 71% a fronte di una media Ocse del 75%, ma nel 2012 era salito al 76% «perfettamente in linea con la media». Si tratta, peraltro, di medie nazionali, ma con grosse disparità tra regioni. Ad esempio, l’Abruzzo ha un indice di inclusione che arriva quasi all’85%, Bolzano, Valle d’Aosta, Lazio e Sicilia sono oltre l’81%, mentre Toscana e Campania sono al 71% e la Lombardia è al 74%. A rendere la scuola italiana più inclusiva concorrono fattori di ordine geografico-logistico. Nelle grandi città ci sono differenze tra periferie e centro e zone con scuole migliori e zone con scuole meno buone, ma nei tanti centri abitati più piccoli di cui è cosparsa la Penisola, «tutti gli studenti tendono ad andare negli stessi istituti». Di qui «l’importanza di non creare delle scuole ghetto che abbiano solo gli immigrati o solo studenti socio-economicamente svantaggiati» e sicuramente «l’urban planning, il creare delle città coese, aiuta anche il sistema d’istruzione a diventare promotore di inclusione sociale».

I materiali scolastici
In termini di qualità dell’education material (libri, laboratori, materiale didattico in generale) in Italia «c’è stato un miglioramento, ma molto piccolo», con un aumento dell’indice di settore da -0,2 punti circa a poco sopra lo zero, che resta sotto la media Ocse. Inoltre, non va dimenticato che «un conto sono le smart board o i laboratori, un conto sono gli edifici scolastici malmessi», che non rientrano nell’analisi dello studio in questione. L’Ocse ha ben presente – come ricorda Borgonovi – «il forte disagio espresso nel rapporto Pisa 2013 per quel riguarda le infrastrutture da molti dirigenti scolastici che giudicavano necessario un miglioramento».
Last but not least, per avere un’idea dei tagli del sistema d’istruzione della Penisola degli ultimi anni e confrontarlo con il resto dei Paesi industrializzati, basta scorrere il rapporto Ocse-Pisa dello scorso settembre. L’Italia – si legge nella “Country Note” – «è il solo Paese in cui la spesa pubblica reale nell’istruzione è calata tra il 2000 e il 2011 ed è il Paese che ha accusato il maggiore calo (-5%) nel volume degli investimenti pubblici tra il 2005 e il 2011. Le risorse pubbliche investite in scuole e università nel 2011 erano del 3% inferiori rispetto a quelle del 2000, mentre nello stesso periodo la spesa media Ocse nelle istituzioni scolastiche è aumentata del 38%».

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