Caro Direttore, ecco che facciamo “se Chiara disturba”

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A partire dal caso della ragazza Down sollevato dalla Stampa, il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone illustra i principi a cui si ispira la riforma della Buona Scuola sul tema dell’inclusione scolastica.

Davide Faraone,   La Stampa 22.5.2015.Faraone17

Caro Direttore,

finalmente si parla di inclusione scolastica. E non se ne parla tra addetti ai lavori o in conferenze di specialiste. È l’intera società che ne parla e lo fa in modo serio e appassionato. Grazie alla proposta di legge della quale sono tra i firmatari, prima, e grazie al ddl La Buona Scuola, ora, il tema dell’inclusione e della professionalità dei docenti di sostegno è diventato oggetto di un confronto costruttivo. Punti di vista che si confrontano su una questione sensibile, considerata minoritaria, figlia di un dio minore. Punti di vista sostenuti da esperienze professionali e personali. Esperienze che in qualche caso non possono essere generalizzate, ma utili per ipotizzare soluzioni.

 E la politica questo intende fare: dare risposte ai bisogni e alle esigenze. Quali sono queste esigenze? Garantire agli studenti disabili una reale inclusione, consentire che le potenzialità di ciascuno siano davvero utilizzate per dare ad ognuno la possibilità di crescere, studiare e lavorare. Il ddl “La Buona Scuola” appena approvato alla Camera – con la delega dell’art.23 – contiene una proposta di cambiamento rivoluzionario del sostegno. È vero, siamo sempre stati all’avanguardia nell’inclusione scolastica, da noi – a differenza di altri Paesi – non esistono più le classi speciali. Eppure permangono degli elementi di ipocrisia e noi dobbiamo lavorare su quelli, intervenire per sanare le situazioni in cui l’inclusione non funziona e il luogo speciale diventa il corridoio della scuola.

Cosa nella scuola non ha funzionato finora e continua a non funzionare, nonostante una legge tra le più avanzate del mondo, molte risorse investite e qualche successo? Noi abbiamo un grande patrimonio, con tantissimi bravi insegnanti di sostegno. Ma non funziona il fatto che la formazione e, in qualche caso, anche la cultura dei docenti in servizio, consideri l’inclusione solo l’inserimento degli alunni disabili in classe. Inserimento non inclusione. La conseguenza è che se a un docente curricolare spetta solo l’inserimento può delegare il docente di sostegno ad occuparsi dello studente disabile. E lo stesso docente curricolare può poi lamentarsi di non poter svolgere il programmaperché Chiara disturba, se il docente di sostegno non è presente in tutte le ore. La parola “sostegno” è da intendere al contrario rispetto a come viene intesa nel nostro Paese. Il sostegno è alla classe più che al singolo alunno disabile, lo dice chiaramente la legge 517 del 1977: bisogna costruire percorsi che facciano dell’inclusione un elemento educativo per i ragazzi che hanno in classe un compagno disabile. Il sostegno è alla classe, non al singolo alunno. I ruoli tra i docenti – curricolare e di sostegno – dovrebbero essere intercambiabili ed è necessario che questi lavorino sinergicamente, altrimenti il risultato ottenuto èsolo l’isolamento.

Chiara e la #cattivascuola da che parte stiamo? – GIANLUCA NICOLETTI

Vogliamo una formazione iniziale e in servizio che dia a tutti i docenti, ma anche ai dirigenti che devono creare condizioni di gestione adeguate, competenze professionali per lavorare con le diversità di ognuno, personalizzando i percorsi e garantendo risultati mirati. Perché sono i risultati che definiscono la bontà dei processi e delle azioni. Non basta che i disabili siano nelle classi. Non ci accontentiamo dell’accoglienza e della casualità degli incontri tra alunni e docenti eccezionali. Vogliamo che, oltre alla formazione per tutti i docenti, ci sia però anche un’attenzione particolare per la formazione specifica, che fa la differenza proprio in termini di risultati. In questo momento le differenze di formazione tra un docente curricolare e uno di sostegno sono un anno di formazione generalista sul sostegno. Un bene se pensiamo in termini di sinergia, soprattutto nei casi di disabilità più lievi. Le cose cambiano se facciamo i conti con disabilità gravi. Noi abbiamo bisogno di costruire una formazione e una specializzazione sulle singole disabilità. Nessuna medicalizzazione, solo competenze didattiche ed educative mirate, che servono all’alunno e servono all’inclusione. Perché solo così possiamo insegnare ai compagni a relazionarsi positivamente con un alunno disabile. Sapendo spiegare loro come comunicare con il compagno, superando in qualche caso paure causate dal non sapere come fare ad interagire con lui.

Abbiamo bisogno di un serio e continuo lavoro di équipe con gli specialisti e con i servizi che nel territorio si occupano del progetto di vita delle ragazze e dei ragazzi. Abbiamo bisogno di verifiche e di un controllo maggiori sul funzionamento dei processi di integrazione per sostenere il percorso delle famiglie e valutare l’operato degli insegnanti. Un operato che deve mettere al centro lo studente disabile: i piani didattici devono ruotare attorno alle esigenze dei ragazzi, non devono essere imposte a scatola chiusa e per questo motivo nel ddl abbiamo scritto che si deve lavorare sulle abilità residue delle persone, per svilupparle al massimo, non sui loro handicap.

E centralità dello studente vuol dire basta ritardi. I presidi conoscono ad inizio anno il numero e le patologie dei ragazzi disabili. È evidente che si può formare da subito il corpo docente di cui la scuola ha bisogno. Siamo consapevoli, invece, che in molti casi sono stati i meccanismi amministrativo-burocratici a causare disservizi. Bisogna cambiare atteggiamento. Dobbiamo far sì che i docenti vengano assegnati presto e prima dell’inizio dell’anno scolastico. Li assumeremo e saranno in buona parte stabili sui posti. Ma è necessario che i docenti specializzati ci siano e che diano continuità al progetto educativo dello studente e della classe. Perché i risultati raggiunti non siano dispersi, perché si consolidino le relazioni, perché si diffondano le buone pratiche anche oltre la classe, nella scuola.

Nella “Buona Scuola” promuoviamo la costituzione delle reti di scuole, perché la progettualità si allarghi ai territori, fuori anche dalla singola scuola. Anche questa è una scelta di sinergia: le scuole mettono in comune le risorse professionali e le competenze. Sulla disabilità questa è la strada da percorrere. Non significa “far girare i docenti da una scuola all’altra in cerca di un ragazzo con la patologia pertinente”. Significa mettere a frutto ciò che si è imparato ed evitare che un patrimonio di esperienze vada disperso e ogni scuola inizi ogni volta da capo. Lavorando per tentativi ed errori sulla pelle dei ragazzi.

Ci sono già molte scuole che lavorano bene, vogliamo però che possano contare sulla stabilità e la formazione dei docenti di sostegno. Per questo insistiamo su una legge seria per la formazione della figura dell’insegnante di sostegno. Non si può decidere di fare questo lavoro per accumulare punti in graduatoria, senza aver mai voluto occuparsi di disabilità nella propria vita. E non si può permettere un tale meccanismo perché va a discapito degli studenti – disabili e non – proprio loro che devono stare al centro del processo educativo e di una scuola che è sempre più società, declinata al futuro. E noi vogliamo che la società del domani sia inclusiva e senza ipocrisie.

Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione

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