Cellulare sì cellulare no

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di Antonella Landi, Prendo appunti, 9.6.2016

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Ci hanno fatto passare quasi dieci anni a dire no. Adesso improvvisamente ci invitano a dire sì.
Era il 2007 quando una direttiva dell’allora ministro dell’Istruzione Giuseppe Fioroni vietava l’uso di cellulari e di altri dispositivi elettronici durante l’attività scolastica. A un tratto (oltre che docenti, psicologi e assistenti sociali) venivamo nominati carabinieri dei nostri studenti. Non bastava più fare lezione (e cercare di farla bene), accogliere nei modi più creativi un popolo sempre più eterogeneo e complicato di adolescenti, instaurare un rapporto costruttivo con le loro sempre più incasinate famiglie, restare a galla in un mare sempre più inquinato di scartoffie da riempire. No. Dovevamo anche trasformarci in vigili urbani. E, pur concentrati sulla lezione da svolgere o l’interrogazione da fare, aguzzare bene l’occhio per beccare i disubbidienti. E punirli.
Abbiamo perso ore preziose della nostra fugace vita a occhieggiare nei loro zaini, a controllare che i loro telefonini fossero almeno spenti (a lasciarli a casa non ci hanno mai neanche pensato), a ritirare quei macchinari proibiti per portarli in presidenza affinché venissero a loro volta ritirati da genitori arrabbiati (con noi). Abbiamo preso il vizio di guardarci alle spalle per il timore che ci fotografassero, ci filmassero, ci buttassero su youtube a nostra insaputa. E abbiamo cercato di proteggere i più deboli perché (ci dicevano) il cellulare è un congegno diabolico che i bulli usano per vessare.
Nel 2016 (roba di pochissimi giorni fa), la svolta pedagogica: quel divieto va rimosso perché “fuori dal tempo”. Non solo: l’uso del cellulare in classe “aiuta la didattica e combatte il cyberbullismo”. E ancora: “Per i prof significa arricchire moltissimo le possibilità della didattica oggi limitate. Vorrei un uso orizzontale dei dispositivi, spalmato su tutte le materie con la collaborazione dei docenti”. A dirlo è stato Davide Faraone, sottosegretario all’Istruzione, che ne immagina “un uso virtuoso” insegnato (come se avessimo poco da insegnare) dai docenti stessi.
Giuseppe Fioroni (fedele alla propria linea) gli ha prontamente risposto, ma pare che il governo sostituirà davvero quella direttiva per reintrodurre l’uso dei cellulari in classe.
Dal punto di vista di una che in mezzo ai ragazzi ci sta tutte le mattine, del cellulare si può fare tranquillamente a meno: non arricchisce né supporta la didattica, ma semmai costituisce una continua distrazione per gli alunni. A me il cellulare serve solo in due casi: quando restano indietro con gli schemi che faccio alla lavagna mentre spiego (perché allora glieli lascio fotografare), o quando li porto a giro fuori e ne perdo qualcuno per la strada (perché almeno lo ritrovo). Non disdegno neanche il gruppo classe su whatsapp, che funge da registro collettivo su cui ricordare compiti o annunciare cambi di programma: ma in quel caso l’uso del dispositivo è limitato all’ambito domestico. Per tutto il resto, il cellulare tra le pareti scolastiche è più dannoso che utile. E anzi, troverei molto interessante un’educazione all’astinenza, visto che ormai in nessun luogo è possibile stare in santa pace a viversi il momento senza che l’odioso squillo ci raggiunga.
Qualunque sia la decisione che prenderà il governo, io farò come ho fatto finora. Cioè farò come mi pare. E quando vedrò che è il caso (perché ho una classe affidabile e matura) lascerò che spippolino davanti a me. Ma quando avrò a che fare con persone indegne di fiducia, applicherò una legge che non ci sarà più. Perché non sono un vigile urbano o un carabiniere: sono un’insegnante.
E se mi fotomonteranno, pace.

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Cellulare sì cellulare no ultima modifica: 2016-06-13T22:14:11+00:00 da Gilda Venezia

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