Cinque in pagella alla Buona scuola. Ma gli italiani salvano gli insegnanti

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di Ilvo Diamanti,  la Repubblica, 16.10.2016 

– L’indagine Demos-Coop. Bocciata la riforma. Alta la fiducia nel corpo docente, specialmente negli atenei. Sempre più apprezzati gli istituti privati.
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La “buona scuola”. È una riforma di bandiera per il governo presieduto da Matteo Renzi. D’altronde, fin dal titolo, riflette lo stile comunicativo del premier. Diretto e friendly.
Su una materia che coinvolge tutti i cittadini. Tutte le famiglie. E, per questo, dovrebbe unire, non dividere gli italiani. Per questo – anche per questo – il premier ha dedicato molto spazio alla scuola nella legge di bilancio 2016-17 presentata ieri.

LE TABELLE

Eppure, nonostante tutto, agli italiani, o meglio: a molti italiani, la Buona scuolanon pare tanto “buona”. È ciò che emerge dal sondaggio di Demos-Coop condotto negli ultimi giorni. Certo, l’istituzione scolastica continua a suscitare grande fiducia, come dichiara oltre metà (52%) degli italiani (intervistati). Tuttavia questo dato appare in calo (4 punti in meno), rispetto all’anno scorso. Tanto più rispetto al decennio precedente: oltre 10 punti. Insomma, la scuola resta al centro dell’interesse dei cittadini. Ma, rispetto al passato, suscita qualche dubbio in più.

Un altro segno di cambiamento nel clima d’opinione, a questo proposito, riguarda la crescente credibilità della “scuola privata” di fronte a quella “pubblica”. Oggi, la differenza fra i due ambiti del mondo scolastico è molto limitata: 4 punti appena. Mentre dieci anni fa erano 10. Le ragioni di questa evoluzione sono diverse. Di certo, però, la scuola privata non costituisce più la periferia del sistema. Frequentata da studenti di famiglia agiata e dal rendimento scarso. Propone, invece, un’offerta articolata e, talora, qualificata.

A livello universitario, inoltre, è nota la presenza di atenei “privati” di assoluto rilievo, in ambito non solo nazionale. Il prestigio della scuola pubblica, tuttavia, continua a essere elevato, soprattutto nelle regioni del Centro-Nord. Molto meno nel Mezzogiorno. Orientamenti che riflettono il diverso grado di considerazione dello Stato e delle istituzioni pubbliche in Italia. Ma anche un diverso livello di efficienza, certificato da sistemi di valutazione nazionali ed europei. Tuttavia, se la scuola “soffre” un declino di fiducia fra i cittadini non è certo a causa “dell’insegnamento degli insegnanti”. I quali mantengono un prestigio sociale elevato. Su tutti, i professori universitari, “stimati” dal 64%. Seguiti dagli insegnanti delle elementari. I “maestri”, che improntano la nostra biografia personale (e tanta narrativa, letteraria e tele-cinematografica): 55%. Non è colpa loro se l’immagine della scuola si è appannata. Tanto che la maggioranza degli italiani ritiene maestri e professori “preparati” ma prevalentemente “sotto-pagati”. E condivide la protesta dei docenti ai quali la “Buona scuola” ha assegnato sedi lontane dalla regione dove risiedono.

Il deficit di fiducia nella scuola che si osserva negli ultimi tempi, secondo gli italiani, dipende, invece, dal deficit di investimenti pubblici. Un problema che si ripercuote, anzitutto, sull’habitat di chi studia e insegna. Gli edifici scolastici, infatti, secondo due persone su tre, sono inadeguati e, ancor più, insicuri. Ma il primo fra i problemi denunciati dagli italiani (intervistati) è la mancanza di risorse per la didattica. Insieme allo scarso collegamento con il mondo del lavoro. Mentre molti, anzi, quasi tutti, sottolineano l’esigenza di “formare i formatori”. Cioè, di inserire, a loro volta, i docenti in un processo di formazione continua. Associato a sistemi di valutazione che permettano di “premiare il merito”. Concetti ripetuti da tempo. E, come dimostra anche questo sondaggio, largamente condivisi. Sempre evocati eppure mai attuati davvero. Anche se qualcosa si è mosso, negli ultimi anni. In particolare nell’Università, dove la valutazione della didattica e della ricerca è divenuta una pratica consolidata. Per distribuire le risorse ministeriali. Agli Atenei e ai Dipartimenti. Ma anche per regolare le carriere dei docenti. Con procedure, peraltro, discusse e discutibili, per i parametri adottati nella valutazione.

Infine, ma non per importanza, l’indagine di Demos-Coop sul rapporto fra gli italiani e la scuola fa emergere un rilievo auto-critico, per gli intervistati. Il peso crescente e perfino eccessivo dei genitori, di fronte agli insegnanti. In difesa dei figli. Un altro segnale e meccanismo del familismo dis-educativo diffuso in Italia.

Questi rilievi contribuiscono a spiegare il voto “negativo” attribuito dagli italiani intervistati alla riforma della Buona scuola. Disegnata e approvata due anni fa, dal governo guidato da Matteo Renzi, con la supervisione della ministra Stefania Giannini. Esperta di scuola, visto che è stata rettrice dell’Università per stranieri di Perugia. Senza ottenere i risultati attesi, come dimostrano le molteplici tensioni degli ultimi anni. Intorno alle cattedre da assegnare e a quelle vuote, agli insegnanti di sostegno per gli alunni diversamente abili. Come dimostrano le opinioni rilevate in questo sondaggio.

La riforma e i provvedimenti sulla scuola avviati dal governo, infatti, secondo gli italiani, meritano l’insufficienza. Un 5 pieno. E (come segnala Luigi Ceccarini in questa pagina) i più critici sono proprio coloro che, in famiglia, vivono con persone che frequentano scuole pubbliche. In altri termini. La Buona scuola piace di meno soprattutto a chi la conosce e ne ha esperienza. Tuttavia, se risaliamo all’origine dei “voti” attribuiti alla riforma, emerge un’altra spiegazione. Significativa. I giudizi, infatti, si differenziano e si distanziano soprattutto in base all’appartenenza politica. Anzi: partitica. Perché solo gli elettori del Pd attribuiscono alla riforma sulla scuola un voto molto positivo. Più che sufficiente. Vicino al 7. Mentre gli elettori di tutti gli altri partiti di centro, destra e sinistra – e perfino gli alleati di governo – la bocciano. O, almeno, la rimandano agli esami di riparazione.

Da ciò un’impressione. Un’idea. Che anche questa riforma, come il referendum costituzionale, sia irrimediabilmente personalizzata. Al di là del merito: è divenuta la Scuola di Renzi. E ciò rende ancor più difficile – letteralmente – darle un “voto”.

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