Come la nostra scuola sta insegnando l’italiano agli alunni che arrivano da altri paesi?

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di Gloria Ghioni, Il Libraio,  7.10.2016

– La professoressa Ada Valentini da anni si occupa della formazione di docenti con alunni stranieri in aula. In una lunga intervista a ilLibraio.it racconta come la nostra scuola sta insegnando l’italiano agli alunni che arrivano da altri paesi, tranquillizza i genitori e offre una serie di consigli agli insegnanti… 

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Quali?
“Da un lato, la presenza massiccia e stabile nel tempo di alunni ‘stranieri’ nelle classi ha costretto la scuola a reagire al problema; dall’altro lato, in quello stesso contesto erano presenti ricercatori che avevano iniziato a fare ricerca sull’acquisizione dell’italiano come L2 sin dagli anni Ottanta; infine, c’è stato un incontro tra la sensibilità del corpo docente e degli uffici scolastici, regionali o provinciali, e la disponibilità dei docenti universitari. Ad esempio a Bergamo e provincia, per circa quindici anni si sono tenuti corsi di formazione sul tema, corsi che hanno raggiunto almeno un migliaio di insegnanti e che sono stati tenuti da diverse figure impegnate nella ricerca specificamente dedicata sia all’acquisizione sia all’insegnamento dell’italiano come L2. Oggi poi sempre più insegnanti sono coinvolti in progetti di ricerca-azione e questo ovviamente non può che fare bene al mondo della scuola e al mondo della ricerca”.

In una scuola ideale, che non abbia problemi economici e che non lotti quotidianamente per rispettare i programmi ministeriali, quale sarebbe l’ambiente ottimale per l’apprendente di italiano L2?
“Per come la vedo io, direi che in una scuola ideale, che non abbia davvero alcun vincolo né di risorse né di programmi, si dovrebbe partire dall’insegnamento bilingue. Si tratterebbe cioè di una scuola in cui si usano tanto la lingua materna dell’apprendente quanto l’italiano. All’inizio la prima dovrebbe essere preponderante, per poi lasciare gradualmente spazio all’italiano, nel rispetto dei tempi di ciascuno. Una situazione come quella descritta è solo utopica, ma in alcune scuole sono stati avviati progetti sperimentali in cui una mediatrice culturale ha usato regolarmente la L1 degli allievi neo-arrivati per trasmettere il contenuto delle materie curricolari: un articolo all’interno del volume documenta bene questa esperienza pienamente positiva”.

Molto spesso i genitori dei bambini italiani si lamentano perché la presenza di compagni di classe stranieri rallenta le spiegazioni: come mostrare loro le potenzialità interculturali presenti in un gruppo classe eterogeneo per provenienza e tradizioni?
“Vorrei tranquillizzare al riguardo i genitori: da un lato, gli alunni stranieri rappresentano una testimonianza concreta dell’esistenza di culture diverse ed essere stimolati a prendere coscienza che la diversità culturale esiste non può che preparare gli studenti ad analizzare, anche criticamente, la realtà. Quindi gli alunni italiani possono trarre beneficio dalla presenza degli stranieri, soprattutto se gli stranieri stessi non vengono ignorati. Inoltre, la presenza degli studenti stranieri ha permesso di mettere in luce alcune problematiche che riguardano tutti gli allievi, anche quelli italiani, che prima venivano ignorate. Per esempio è stato grazie alla presenza di alunni stranieri che ci si è resi conto della difficoltà, anzi a volte impenetrabilità, che i libri di testo per le materie curricolari, come la storia o le scienze, presentano per tutti e qualche casa editrice e qualche autore hanno cominciato a porvi rimedio”.

Se dovesse dare tre consigli alle insegnanti di italiano che attualmente devono arrabattarsi per offrire un aiuto concreto a questi studenti all’interno della classe, cosa suggerirebbe?
“Mi lasci ‘disobbedire’ alla sua domanda: non sono solo gli insegnanti di italiano a dover farsi carico degli alunni stranieri. In realtà, nessun docente può ‘chiamarsi fuori’ da questo problema per un motivo molto semplice, ossia il fatto che tutti i docenti trasmettono il sapere della loro disciplina in italiano; se l’italiano degli studenti non è adeguato, allora la trasmissione di tutto il sapere, quello matematico, artistico, biologico, storico e così via, è minata alla base. Quindi il primo consiglio che darei agli insegnanti è quello di coinvolgere tutti i colleghi, e non solo gli altri docenti di italiano o di lingua straniera, di solito chiamati in causa per primi nel fare fronte al problema. La questione va invece affrontata in sinergia dall’intero collegio docente affinché le azioni che si intraprendono siano efficaci”.

E il secondo?
“Quello di evitare di sopravvalutare le conoscenze degli studenti: non si deve pensare che un bambino o un ragazzo già in possesso di una competenza che gli permette di interagire senza apparenti difficoltà con i compagni non abbia più bisogno di aiuto e possa essere lasciato a se stesso. Non è così: numerose ricerche, condotte soprattutto negli USA e in Canada già diversi decenni fa, hanno mostrato che usare la lingua per interagire in maniera informale con il gruppo dei pari è diverso da usare la lingua per studiare nozioni a volte molto astratte o per compiere operazioni cognitive complesse come stabilire rapporti di causa-effetto. Se mediamente sono sufficienti due o tre anni di permanenza nel paese straniero per imparare a esprimersi nelle interazioni quotidiane in quella lingua con sufficiente correttezza e scioltezza, le abilità necessarie per studiare in quella stessa lingua sono molto più complesse e il tempo richiesto per svilupparle è sensibilmente più lungo. Il compito dei docenti è dunque quello di aiutarli anche in questo”.

E il terzo consiglio?
“Di non dimenticare che spiegare una qualche regola della grammatica italiana e osservare che gli studenti hanno capito la spiegazione e svolgono in modo pienamente soddisfacente gli esercizi relativi non garantisce che quegli studenti abbiano veramente interiorizzato, fatto propria quella particolare regola. Quello che accade veramente non è questo. Pensiamo a quando abbiamo studiato a scuola le lingue straniere: per es. sarà stato per noi facile capire che in inglese il tempo presente alla terza persona singolare richiede che aggiungiamo una ‘s’ al verbo, ma farlo quando si parla in una situazione comunicativa reale è tutt’altra cosa; aver capito la regola e averla applicata correttamente negli esercizi non garantisce che l’abbiamo veramente interiorizzata. Per l’interiorizzazione di una regola i tempi sono molto più lunghi di quelli che comporta la corretta esecuzione di un esercizio subito dopo la spiegazione”.

La tecnologia può risultare uno strumento utile per gli apprendenti di italiano L2? Vi sono attualmente app e siti di supporto validi che offrano esercizi e soluzioni per l’autoapprendimento?
“Certo che le cosiddette nuove tecnologie possono essere utili! L’importante è che le nuove tecnologie non impediscano di imparare a usare strumenti più tradizionali, che aiutano a sviluppare altri tipi di competenze (ad esempio un vocabolario cartaceo; uno dei contributi del volume è proprio sull’uso di un dizionario on line). A parte questo, ogni genitore sa quanto sia facile per il proprio figlio in età adolescenziale (o anche poco prima o dopo) avere occasioni di incontro con la lingua straniera rispetto alle opportunità che ha avuto la sua generazione o quelle precedenti: un elemento ineludibile per innescare la scintilla dell’acquisizione di una L2 è averla a disposizione – è l’input a cui è dedicato il volume – in una qualsiasi delle sue forme, scritta o orale, per capirla o per interagire con qualcuno. Lo stesso vale per l’italiano L2 e questo è importante già per quei ragazzi che, ancora nei loro paesi d’origine, hanno la fortuna di avere a disposizione queste nuove tecnologie. Inoltre, come lei stessa osserva, oltre a questa possibilità ‘libera’, non strutturata di ricevere un input, vi sono anche specifiche piattaforme ideate per sostenere l’apprendimento dell’italiano. Il Cis ad esempio vanta nella sua offerta formativa percorsi a distanza per studenti Erasmus, per studenti cinesi, per studenti di lingua materna araba e altri ancora. Nel volume viene poi presentataClipFlair, un’agile piattaforma che serve ad aggiungere sottotitoli a materiale multimediale: si tratta di un strumento molto accattivante, ma anche efficace per sviluppare certi tipi di competenza.
Infine, tra le molte altre che esistono vale la pena segnalare la piattaforma LIRAdedicata ad aspetti che sono poco affrontati nei manuali di lingua italiana per stranieri, come ad esempio il comportamento linguistico per protestare o per fare una richiesta in modo appropriato alla situazione in cui ci si trova”.

Forma o contenuto? Cosa privilegiare nell’insegnamento di italiano L2: la capacità di applicare correttamente le strutture morfosintattiche della lingua a discapito, però, di velocità nell’espressione, o l’essere in grado di farsi comprendere, nonostante vistosi errori grammaticali?
“‘Prima forma o prima contenuto?’: nell’insegnamento dipende dal momento. Nella fase del primo contatto, quando lo studente è appena arrivato, è opportuno dare priorità al contenuto, cioè insegnarli a capire e atrasmettere un significato; solo dopo si può pensare anche all’accuratezza formale. Come ho detto sopra, lo sviluppo della grammatica ha i suoi tempi e su questi tempi l’insegnamento può incidere solo in piccola parte; l’insegnamento può accelerare l’apprendimento di una regola, ma se l’apprendente non è pronto per recepirla, tentare di forzare l’apprendimento non conduce ai risultati sperati”.

Quanto contano i fattori sociolinguistici nel determinare il successo o meno dell’apprendimento di una lingua seconda?
“Molto. Concorrono certamente a determinare l’esito finale del processo di acquisizione. Uno dei due più importanti è certamente l’età al momento dell’arrivo: se si arriva in Italia prima della pubertà, le probabilità di acquisire una competenza grammaticale molto vicina a quella dei parlanti nativi è prossima al 100%. Con l’aumentare dell’età al momento dell’arrivo questa percentuale si abbassa gradualmente. Perché sia possibile imparare anche una pronuncia perfetta però bisogna entrare in contatto con l’italiano ancora prima, entro i 4 o 5 anni di età. Il secondo fattore fondamentale è il grado di integrazione sociale nel paese ospite: migliore è l’integrazione, maggiori sono le possibilità di ricevere un input abbondante e variato e, parallelamente, di produrre un ‘output’ abbondante e variato. Con poco input e con poco output non si va molto lontano. Poi, naturalmente, ci sono in gioco anche altri fattori come ad es. quelli attitudinali o, nel caso di apprendenti adulti, la vicinanza o la lontananza della lingua materna all’italiano. Mi lasci, infine, fare un’ultima puntualizzazione: sarebbe meglio tenere distinti il concetto di straniero da quello di italofono non nativo: quello che interessa qui non è lo straniero, ossia colui che non ha la cittadinanza italiana, ma che può anche essere nato in Italia o viverci sin dalla prima infanzia e avere dunque una competenza in italiano molto simile a quella dei coetanei non stranieri; ciò che interessa qui è la condizione di avere o non avere l’italiano come lingua materna, cioè lingua acquisita, anche insieme ad altre lingue, durante l’infanzia. È la condizione di essere italofono non nativo che è rilevante qui ed è per questo che nella mia prima risposta ho usato per il termine ‘straniero’ le virgolette”.

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