Compiti a casa, ecco il patto (necessario) tra docenti e genitori

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di Giorgio Chiosso,  il Sussidiario, 13.11.2016

– Oggi i livelli culturali delle famiglie e l’esagerata protezione dei figli rendono precaria e talora difficile l’alleanza scuola-famiglia. E i compiti ne fanno le spese.

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È molto difficile aggiungere qualche nuova annotazione a quanto è già stato detto sulla questione dei compiti a casa dai numerosi interventi che si sono susseguiti su queste pagine nelle scorse settimane. La mia opinione è piuttosto semplice. I compiti a casa sono utili se rispondono ad alcuni essenziali requisiti: se sono parte di un piano di apprendimento bene organizzato tra le attività svolte in classe e quelle casalinghe, se sono commisurati alle capacità degli alunni, se il loro svolgimento rafforza l’apprendimento in autonomia e infine se la durata è compatibile con il tempo non scolastico e con le attività elettive decise dalla famiglia (ludiche, sportive, religiose, ecc.). Quando ad esempio è previsto il tempo pieno, i compiti vanno moderati di conseguenza e gestiti in modo diverso rispetto al cosiddetto tempo normale; via via che si transita alle scuole superiori il lavoro casalingo diventa sempre più necessario e impegnativo, eccetera.

Vorrei svolgere qualche breve considerazione su come rendere possibili e concreti questi requisiti.  La prima osservazione riguarda l’unità di intenti educativi, tra insegnanti e genitori. Fino a qualche decennio orsono era tale l’autorevolezza della scuola che difficilmente un genitore si azzardava a criticare il docente. Oggi la realtà è cambiata: gli accresciuti livelli culturali delle famiglie, un rapporto con l’autorità delle istituzioni più libero, l’esagerata protezione dei figli sono alcune delle ragioni che rendono precaria e talora difficile l’alleanza scuola­famiglia. Saper creare un buon accordo tra scuola e famiglia nell’interesse dei ragazzi costituisce un requisito strategico, ben oltre, del resto, la questione dei compiti, indispensabile per il successo dell’intera esperienza scolastica.

L’equilibrio dei rapporti scolastico-familiari è possibile se ciascuna parte resta coerente con il proprio ruolo. Distinzione non significa separazione: significa percepirsi “diversi” come ruolo, ma desiderosi di incontrarsi, ascoltare, rendere conto di ciò che si fa e perché si fa. Significa apprezzare (e non solo criticare) il lavoro degli insegnanti e non lamentarsi, dall’altra parte, delle mancanze dei genitori. Non è necessario disporre di grandi competenze pedagogiche per capire che si tratta di elementari precauzioni decisive per una buona intesa. L’intesa è facilitata quando, oltre al buon senso, funzionano bene gli organi collegiali, particolarmente quelli di classe. I genitori che pretendono di fare anche gli insegnanti s’incamminano verso la china pericolosa della delegittimazione del docente. Quando il maestro o il professore perde autorevolezza e il suo prestigio viene sistematicamente eroso in famiglia, sfuma il valore della vita scolastica. Essa diventa rapidamente agli occhi degli allievi un’esperienza di scarso significato. Non meno riprovevole è la situazione rovesciata e cioè quella degli insegnanti che s’intromettono in vario modo nella vita familiare, esprimono giudizi e talvolta, anche con le migliori intenzioni, s’ingegnano a supplire i genitori.

La distinzione dei ruoli comporta il rispetto delle reciproche specificità. Se bene armonizzate, esse creano comprensione e producono effetti positivi. Non spetta alle famiglie decidere se si devono fare o meno i compiti perché questa responsabilità è di pertinenza della professionalità dei docenti. Nessuno va dal medico indicandogli ciò che deve prescrivere. Siccome tuttavia i compiti comportano l’impiego del tempo familiare (altrettanto prezioso e necessario quanto quello scolastico) sarebbe utile che gli insegnanti, specie quelli del ciclo primario, non decidessero da soli, ma illustrassero le motivazioni, l’utilità e le caratteristiche degli esercizi casalinghi.

(1 ­ continua)

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