Compiti a casa. L’opinione di Natalino Balasso

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dal  profilo FB di Natalino Balasso, 7.10.2016

– Il riflesso condizionato di dare del coglione a un genitore che non obbliga il figlio a fare i compiti colpisce un po’ tutti, perciò viene fatto girare un foglio scritto a mano (io vedo la foto ma non so se è un fatto vero) in cui il genitore in soldoni dice che la figlia ha fatto 8 ore di scuola perciò non fa i compiti. E tutti a dire che è il solito pirla che tirerà su una deficiente.
Io spero che quelle 8 ore non siano tutte ore di “insegnamento” coi bambini seduti al banco perché in tal caso la scuola sarebbe un sequestro. I bambini devono giocare, correre e saltare e farli divertire insegnando loro qualcosa dovrebbe essere lo scopo di una scuola moderna, con insegnanti preparati a farlo che proverebbero molto più piacere nel loro lavoro. Il movimento giornaliero e intenso fino alla crescita completa del corpo evita le note malattie e deformazioni della struttura ossea e muscolare che affligge i genitori di molti bambini, ma non si può pensare che, siccome un bambino è obbligato da una ottocentesca idea della compostezza a stare seduto per 4, 5 ore, per ovviare alla precedente immobilità occorra iscriverlo ad altre scuole che gli insegnano come gli adulti adulterano il concetto di sport. Questa vita blindata, nella quale gli adulti organizzano tutto il tempo del bambino nei dettagli e gli insegnano più a stare nei ranghi che a rapportarsi in maniera sana con gli altri, non sta portando risultati apprezzabili nel terreno della vita sociale.
Quando Renzi nel suo discorso d’insediamento disse che bisogna partire dalla scuola, disse una cosa sacrosanta, peccato che lui pensasse a un’altra cosa e cioè all’edilizia scolastica e a quanto pare anche in quel campo c’è molto da rivedere. Bisogna partire dalla scuola perché è l’unica speranza per formare persone veramente responsabili, capaci di ragionare con la propria testa, capaci di sostenere una discussione vivace senza litigare, capaci di apprezzare la bellezza e la gioia, capaci di divertirsi senza ricorrere a sostanze stupefacenti, rispettosi dei più deboli, coscienti della propria marginalità ma non remissivi, che non cerchino scorciatoie.
Che non facciano insomma come quel padre, vero o virtuale che sia. Perché non è mettendo in rete un rifiuto che diventa privilegio nei confronti degli altri bambini che si pone l’attenzione su un problema, ma organizzando incontri pubblici e obbligando la scuola a mettersi in gioco. Se l’insegnante ha affidato dei compiti è perché si spera abbia un piano, se non si è d’accordo con quel piano, lo si discute. Ma questo porterebbe a discutere l’intera idea di scuola che è ancora farraginosa e lenta e demanda la risoluzione dei problemi creati da chi decide cosa un bambino deve imparare (e cosa no) alla buona volontà di singoli insegnanti coscienziosi e stoici. Se un bambino si diverte, di ore di scuola ne fa anche dodici, ma se diventa un lavoro, come noi vogliamo che sia, per formare elementi pronti per essere inseriti nella scala gerarchica che la società ha predisposto per loro, la scuola è uno dei tanti lavori alienanti per operai-bambini.

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