Concorso a cattedra, la voce di un’insegnante senza più speranze: «Meglio il precariato che la Buona Scuola»

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di Maria Fioretti, Orticalab 3.5.2016

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– Avanza l’incognita del concorso a cattedra per il 2016. I candidati sono 156mila, questo Governo ha promesso più di sessantamila assunzioni nella scuola ma, di fatto, lascia fuori circa centoquarantamila insegnanti destinati al precariato o alla disoccupazione.

Buona Scuola soltanto di nome. I proclami non bastano e quasi mai si dimostrano veritieri. Bisogna conoscere i fatti, indagare le condizioni e gli stati d’animo di chi ogni giorno entra in classe, pur non avendo garantita la continuità dell’insegnamento.

Persone con una vita in bilico, non numeri o graduatorie. Dal fallimento del TFA,all’inutile concorso, passando per gli spostamenti da una città all’altra, fino alle graduatorie ad esaurimento bloccate per la categoria dei tieffini, abbiamo ascoltato una docente di inglese alle superiori, che dalla Campania è arrivata in Lombardia per insegnare un anno. Anonima, perché non si può mettere a rischio il futuro più di così.

Quali disagi incontra un docente a tempo determinato che a giugno dovrà confrontarsi con il concorso?
«I disagi sono tanti, come le incognite con cui ci dobbiamo confrontare ogni giorno. A differenza di altre regioni il nostro stipendio è saltato soltanto il primo mese, dopodiché è sempre arrivato più o meno puntuale, mentre conosco colleghi costretti a rivolgersi alle famiglie per sostenere le spese quotidiane di un insegnante fuorisede. La spada di Damocle che in questo momento ci pende sulla testa è quella del concorso di giugno, che arriva nel momento peggiore dell’anno scolastico, quando bisognerebbe essere concentrati sulle ultime verifiche, sulle interrogazioni e i compiti finali o sulla conclusione del programma. Sarebbe il periodo in cui si tirano le somme, quello dei bilanci, invece noi ci troveremo ad affrontare un concorso che ci arriva tra capo e collo: questo danneggia non soltanto noi professori a tempo determinato, ma gli stessi alunni che inevitabilmente hanno in classe un docente sotto pressione, costretto ad assentarsi per alcuni giorni, perché deve spostarsi per raggiungere la sede del concorso in un momento cruciale del percorso scolastico. Siamo in servizio quindi chiederemo delle giornate di permesso, ovviamente giustificate ma non retribuite, quindi si calcola anche un danno economico, soldi persi dallo stipendio che si aggiungono ai costi di viaggio e di pernottamento nella regione scelta per la prova».

Secondo te cambierà davvero qualcosa?
«Quello che risulta frustrante è la consapevolezza di muoversi e di impegnarsi per affrontare un concorso inutile, per cui non cambierà nulla. Resterà il precariato nel mondo della scuola, è solo un’arma doppio taglio. Attualmente, pur essendo tutti precari, abbiamo almeno la possibilità di lavorare, invece con la legge 107/2015, quella della Buona Scuola, sono consentiti soltanto tre anni di precariato e dopo non si sa assolutamente a quale destino saranno legati gli insegnanti. Se vinci il concorso insegni di ruolo, altrimenti, scaduto il tuo tempo, sei fuori. Ci sono delle incongruenze grosse su cui ragionare».

Un altro concorso a cui sarete sottoposti, pur essendo già passati per il TFA. Credi sia un passaggio inutile?
«Per chi ha già affrontato il TFA, tirocinio formativo attivo, questo rappresenta un secondo concorso. Il TFA era già un concorso nazionale, che prevedeva una selezione nazionale, a cui seguiva una prova scritta e una orale, più diversi corsi da seguire, esami e l’abilitazione finale. Per cui ora ci stanno riproponendo la stessa formula, una cosa del genere non si è mai verificata nella storia della Repubblica Italiana, così come non è mai esistito che fosse indetto un concorso senza posti di lavoro effettivi. Adesso non è più riconosciuta la natura concorsuale del TFA, ma noi l’abbiamo già seguito e pagato, perché era obbligatorio per l’accesso all’insegnamento. Ci ha preparato su qualcosa a livello teorico, su alcune funzioni amministrative, sui processi burocratici, ma non ti prepara assolutamente a stare in classe, ad impostare una lezione, per questo serve l’esperienza. Anche quel percorso si è rivelato caotico e disorganizzato, praticamente l’anteprima di quest’altro concorso: pochi posti disponibili, un numero elevatissimo di iscritti, i ricorsisti di cui tener conto. Ci si augura di vincerlo ma le probabilità sono davvero poche».

Che speranza hai attualmente per il tuo futuro da insegnante?
«Personalmente spero innanzitutto che per gli abilitati TFA si aprano le GAE, le graduatorie ad esaurimento che a noi sono state negate. Potervi accedere significherebbe essere immessi nelle graduatorie nazionali per avere la possibilità del tempo indeterminato man mano che si libera un posto, senza dover fare ulteriori selezioni. Ovviamente con la consapevolezza di dover sempre cambiare città, senza sapere ad ogni scadenza di contratto a cosa si va incontro: precari nel lavoro e nella vita. Dopo la laurea, il concorso del TFA, il tirocinio a scuola, decine di esami, prove scritte e orali e l’abilitazione, ci tocca un atro concorso, magari accanto a chi tutta questa trafila di fatica fisica e mentale non la immagina neanche. Ti chiedi se ne è valsa la pena, ti poni mille domande, ti domandi e non superi il concorso cosa succederà, ma non ci sono molte risposte né ci spetta un riconoscimento che ci porti ad una realizzazione personale. Non dico ad una stabilità, ma almeno ad una garanzia di riuscire a portare avanti il lavoro che ci piace e che abbiamo scelto».

Grazie per la testimonianza.
«Grazie a te».

Concorso a cattedra, la voce di un’insegnante senza più speranze: «Meglio il precariato che la Buona Scuola» ultima modifica: 2016-05-03T07:08:30+00:00 da Gilda Venezia

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