Concorso docenti 2018, ecco i problemi del bando

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– Il concorso per i docenti cambia di nuovo le carte in tavola e penalizza chi ha esperienza ma, spesso per sfortuna, non ha potuto conseguire l’abilitazione

Quest’anno si svolgerà il concorso per il reclutamento degli insegnanti di scuola secondaria di primo e secondo grado. Facendo seguito al decreto legislativo 59/2017, il concorso è articolato in tre bandi (di cui il primo sarà pubblicato a giorni) a seconda dei titoli e dell’esperienza dei docenti, e arriva al termine di un decennio difficile per i precari, fatto di sigle che si rincorrono, graduatorie diverse, tempi morti ed errori di valutazione. E ancora una volta il Miur cambia le carte in tavola, con l’introduzione di nuove sigle, nuove graduatorie, nuove valutazioni e altri tempi di attesa.

Prima dell’attuale riforma (la Buona scuola), per insegnare era necessario conseguire un’abilitazione all’insegnamento e superare un concorso; ma dal 2007, anno in cui furono abolite le scuole di specializzazione dell’insegnamento secondario (Ssis), le occasioni di ottenere l’abilitazione sono state solo tre, i Tirocini formativi attivi (Tfa) nel 2012 e 2014 e i Percorsi abilitanti speciali (Pas) nel 2013. Il Miur aveva annunciato che i Tfa sarebbero stati istituiti ogni anno, ma dopo il 2014 furono interrotti senza dare spiegazioni. I concorsi d’altro canto sono stati solo due, nel 2012 e nel 2016. Tutte le procedure abilitanti e concorsuali sono state oggetto di feroci critiche su molteplici aspetti (restrizioni penalizzanti per l’accesso, criteri di selezione e valutazione spesso illogici e raffazzonati, scarsa qualità e pertinenza dei corsi e degli esami proposti).

Di fatto, per motivi non imputabili ai docenti, in questo decennio non si è riuscita a risolvere una situazione paradossale: da una parte le cattedre lasciate vacanti dagli insegnanti andati in pensione, dall’altra docenti precari che, pur senza aver superato le prove di selezione o senza nemmeno aver conseguito l’abilitazione (e quindi teoricamente privi della formazione necessaria per un docente), erano chiamati ogni anno a coprire quelle cattedre, assunti a settembre/ottobre e licenziati a giugno. Anche tralasciando la frustrazione di dover rincorrere le convocazioni ogni anno, si tratta di una situazione che danneggia la continuità didattica delle classi che in alcune materie cambiano un insegnante all’anno (quando non più volte l’anno).

Il concorso del 2018 conferisce una posizione privilegiata a coloro che sono riusciti a ottenere l’abilitazione. Oltre alla valutazione dei titoli, dovranno affrontare una prova orale non selettiva; il loro punteggio complessivo determinerà la posizione in una graduatoria dalla quale si attingerà per ricoprire il 100% dei posti vacanti nei primi due anni scolastici. Dal terzo anno, questa percentuale calerà in modo progressivo fino al 2028/29; da quel momento gli abilitati copriranno il 20% dei posti vacanti fino a esaurimento della graduatoria. L’assunzione a tempo indeterminato arriverà, salvo complicazioni, dopo un anno di supplenza. In altre parole, per gli abilitati basta iscriversi, presentarsi alla prova orale e attendere per vedersi assunti a tempo indeterminato: di fatto, una specie di sanatoria.

Per i non abilitati la situazione è diversa. Per loro sono previste inizialmente delle prove selettive; i vincitori di questa prima fase, il cui numero è calcolato in base ai posti disponibili a partire dall’anno 2020/21, dovranno seguire un percorso chiamato Fit (Formazione iniziale e tirocinio) che dovrebbe sostituire l’abilitazione e che durerà due o tre anni a seconda che il docente abbia o meno maturato in precedenza almeno tre anni di insegnamento. Gli aspiranti insegnanti privi di esperienza dovranno inoltre totalizzare 24 crediti formativicon la frequenza a corsi universitari nell’ambito della didattica e dell’apprendimento come requisito d’accesso al concorso. I concorsi per i non abilitati si ripeteranno poi ogni due anni (fatti salvi ripensamenti del Miur).

Da questi criteri esce particolarmente penalizzata una categoria di docenti: quelli che hanno maturato almeno tre anni di servizio (ma spesso molti di più) ma non hanno conseguito l’abilitazione; considerati i criteri selettivi, non è raro che questo sia successo più per sfortuna che per mancanza di competenze. Secondo la Direttiva europea 36/2005/Ce, ratificata col Decreto 206/2007, la loro esperienza professionale dovrebbe essere riconosciuta come percorso formativo ed equiparata ad altri titoli professionalizzanti. Eppure, il Miur non applica questa normativa ai docenti italiani.

Un esempio di questa situazione è rappresentato da Licia, che insegna materie letterarie dal 2007, ma è dal 2014 che ha cominciato a prestare servizio nella scuola pubblica. Ogni giorno percorre oltre 100 chilometri in auto dalla provincia di Roma per andare a insegnare in provincia di Rieti. “A causa dei criteri di esclusione dall’accesso, non ho potuto partecipare né ai concorsi né ai Pas del 2013, riservati ai docenti che avevano tre anni di servizio nella scuola pubblica. Ho partecipato alle selezioni per il Tfa del 2014, ma non ho superato la seconda prova; il Miur aveva parlato di altri Tfa, ma poi è di nuovo cambiato tutto“, racconta Licia.

Ci troviamo ora a dover affrontare un percorso molto più selettivo, per un numero esiguo di posti. Per chi, a oggi, ha maturato tre anni di esperienza, le cattedre per cui si concorre sono solo il 20% di quelli che si libereranno nel 2020/21, e dall’anno dopo subentreranno i neolaureati, così che i posti a disposizione resteranno sempre pochi”, spiega Cristina, docente di scienze in un liceo milanese. Senza contare che, nel frattempo, i percorsi Fit saranno sì retribuiti, ma le stime attuali parlano di un compenso di circa 400-600 euro mensili. “Molti di noi non se lo potranno permettere, sono persone con una famiglia, un affitto o un mutuo da pagare, delle spese vive. Conviene loro rimanere precari e mantenere uno stipendio regolare con le supplenze annuali, finché ci sono”.

Non solo; per alcune materie e in alcune regioni (un esempio: matematica e fisica in Lombardia) non è detto che gli abilitati siano in numero sufficiente a coprire i posti vacanti nei primi due anni, e non è prevista alcuna clausola di salvaguardia che permetta ai non abilitati di essere assunti al posto loro. Si verrebbe dunque a ricreare il problema che si voleva risolvere: cattedre vacanti assegnate giocoforza a docenti non ancora abilitati.

Ho chiesto a Licia cosa si sarebbe aspettata. “I criteri di questo concorso sono stati decisi a tavolino, senza tenere conto delle effettive esigenze sia della scuola, sia delle persone che vi lavorano. Io capisco che si sia voluto pensare a un percorso privilegiato per gli abilitati, che vada a premiare chi ha svolto un corso formativo oneroso dal punto di vista economico e organizzativo, a cui non ha fatto seguito una stabilizzazione tempestiva”. Tfa e Pas, infatti, sono costati agli specializzandi circa 3mila euro ciascuno, e hanno comportato fino a 475 ore di tirocinio non retribuite.

Noialtri però non possiamo pagare tutti i ritardi e gli errori commessi dal Miur negli ultimi dieci anni”, prosegue Licia. “Nonostante il servizio maturato, al netto di uno sconto di crediti e di durata nel percorso formativo, nella sostanza siamo assimilati ai neolaureati senza esperienza. Avrei voluto che ci fossero state date le occasioni promesse per conseguire l’abilitazione prima di questo concorso, il tempo c’era. Sono ancora entusiasta del mio lavoro, sto seguendo il mio quarto master in questo momento e ho conseguito, a mie spese, un certo numero di qualificazioni quanto meno confrontabili con quelle di molti docenti abilitati; ma nulla di tutto questo viene riconosciuto nella giusta misura, ed è demotivante”.

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Concorso docenti 2018, ecco i problemi del bando ultima modifica: 2018-01-29T04:45:16+00:00 da Gilda Venezia

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