Cosa si perde a smettere di scrivere a mano

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Il Libraio,  25.11.2016

–  In un mondo dominato da touchscreen, audio-messaggi e realtà virtuale ha ancora senso riflettere sulla scrittura manuale? Su ilLibraio.it l’intervista a Benedetto Vertecchi, professore di Pedagogia all’Università Roma Tre e relatore al convengo “La scrittura a mano ha un futuro?”

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La scrittura a mano ha un futuro? Bella domanda. In un mondo in cui le tastiere del computer – che solo pochi anni fa era considerato all’avanguardia – sono state ormai rese obsolete da touchscreen, audio-messaggi e realtà virtuale di sorta, ha ancora senso riflettere sulla scrittura manuale? Secondo l’Associazione Calligrafica Italiana assolutamente sì, tanto che per rispondere a questa domanda il 25 e 26 novembre 2017 è stato organizzato convegno internazionale fitto di incontri in cui la bella scrittura sarà al centro di dibattiti e ragionamenti.

programma convegno calligrafia

In occasione dell’evento, l’Archivio di Stato di Milano apre le sue porte al pubblico nel pomeriggio di venerdì 25 novembre. In maniera gratuita, previa iscrizione, tre turni di visite guidate permetteranno ai visitatori di accedere ai documenti custoditi, che coprono più di mille anni di storia della scrittura.

Tra i relatori si contano importanti calligrafi sia italiani, come Francesca Biasetton e Luca Barcellona, sia stranieri, come lo scrittore calligrafo inglese Ewan Clayton e il text artist americano Brody Neuenschwander.

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ilLibraio.it ha chiesto a Benedetto Vertecchi, professore ordinario di Pedagogia presso l’Università Roma Tre, di anticipare i temi che affronterà sabato 26 novembre alle ore 11:45. La conferenza dal titolo “Scrivere a mano: il segno del pensiero” vuole indagare le conseguenze sullo sviluppo infantile causate dalla sostituzione della scrittura manuale con quella digitale.

In che modo, secondo gli studi da lei considerati, la scrittura digitale influisce nello sviluppo mentale, nelle capacità di coordinamento percettivo-motorio e sulla memoria dei bambini?
“Da alcuni anni molti insegnanti mi venivano segnalando la crescente difficoltà dei loro allievi a usare il linguaggio scritto. Del resto, avevo potuto rendermi conto di tali difficoltà anche osservando in che modo scrivevano i miei studenti all’università: il corsivo in molti casi era sostituito dal maiuscoletto o dallo stampatello, i caratteri apparivano incerti e disallineati, il modo di impugnare la penna richiamava più quello necessario a maneggiare una clava che quello che consentiva il controllo dello strumento usato per produrre il segno. Se non mi stupiva la segnalazione della difficoltà, mi lasciava tuttavia perplesso che la caduta del corsivo intervenisse così precocemente nel percorso scolastico. Non mi sarei sorpreso di sapere che la capacità di scrivere a mano stesse regredendo nelle scuole secondarie, ma non avrei immaginato che si manifestasse già nella scuola elementare. Per cercare di capire che cosa stesse avvenendo, e quali conseguenze ne derivassero per gli allievi, ho elaborato un progetto di esperimento, che il Laboratorio di Pedagogia sperimentale dell’Università Roma Tre ha fatto proprio e ha sviluppato con la collaborazione di due scuole della cintura urbana”.

Com’è andata?
“L’ipotesi che si voleva verificare era che per conservare e accrescere la capacità di scrivere occorreva esercitare la scrittura con continuità. Riprendendo una massima ricavata da Plinio il Vecchio (‘Nulla dies sine linea’, che ha anche dato il nome all’esperimento), ho chiesto agli insegnanti di impegnare i loro alunni in attività di scrittura quotidiana. Si trattava di chiedere agli allievi di terza, quarta e quinta elementare di scrivere, rispettivamente, brevi testi di quattro, cinque o sei righe sulla base di stimoli accuratamente studiati per consentire una produzione verbale non condizionata da stereotipi di comportamento scolastico o da riferimenti valoriali. I bambini dovevano sentirsi liberi di scrivere, sapendo che nessuno avrebbe valutato i loro testi. Si chiedeva loro di scrivere soltanto a mano, ma senza spingerli a farlo in corsivo. Nel complesso, il tempo richiesto per svolgere questa attività era di un quarto d’ora ogni giorno. L’esperimento si è protratto per circa tre mesi e mezzo e ha coinvolto poco meno di quattrocento bambini: si può trovare la descrizione della procedura seguita nel volume I bambini e la scrittura, pubblicato in settembre da Angeli”.

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Quali sono stati i risultati?
“È stato possibile raccogliere circa 28.000 documenti, ordinati in serie diacroniche, dai quali ci si può rendere conto dei cambiamenti che intervengono attraverso una pratica costante della scrittura manuale: si tratta di cambiamenti che riguardano sia la qualità dei segni tracciati, sia quella dei testi prodotti. Per quanto nessuno abbia spinto i bambini a modificare il loro comportamento, nel succedersi delle settimane si poteva osservare non solo il progressivo miglioramento nella qualità grafica dei documenti prodotti, ma anche una maggiore appropriatezza ortografica e una più accurata selezione del lessico. I risultati ottenuti sono del tutto coerenti con le indicazioni che da tempo si ricavano da un gran numero di ricerche sullo sviluppo mentale dei bambini, in particolare per ciò che riguarda il coordinamento percettivo-motorio, l’esercizio e il potenziamento della memoria. Sono ricerche che fanno capo non solo alla pedagogia e alla didattica, ma a molti altri settori della conoscenza: quello della scrittura si presenta oggi come un terreno d’indagine fortemente interdisciplinare.”

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Nella presentazione del suo intervento al convegno si legge: “La scrittura è una soluzione semplice […]. È proprio questa semplicità che conferisce il massimo di libertà al pensiero di chi scrive”. Potrebbe spiegare più ampiamente tale affermazione, concentrandosi, in particolare, su come secondo lei la scrittura manuale possa garantire più libertà a chi scrive rispetto a un mezzo digitale?
“Nel Vangelo di San Giovanni leggiamo che ‘Gesù, chinatosi, si mise a scrivere con il dito in terra’ (8, 3-6). Non sappiamo che cosa abbia scritto, ma conosciamo il contesto: quello riferito è l’episodio dell’adultera, nei cui confronti gli scribi e i farisei mostravano il loro sdegno. Lasciamo che altri approfondiscano l’episodio da un punto di vista religioso. Quel che ci interessa rilevare è che Gesù non ha avuto bisogno di nulla per scrivere, neanche di un supporto specifico, dal momento che ha scritto nella polvere, o di uno strumento adatto a tracciare segni, visto che ha usato un dito. Quel che ricaviamo è che la libertà di scrivere si collega direttamente alla possibilità di farlo senza dover ricorrere a soluzioni strumentali complesse. Tutto sommato, scrivere sulla carta con la penna è quanto di più simile al modo in cui Gesù ha replicato alle accuse degli scribi e dei farisei. Il complicarsi della produzione del segno condiziona inevitabilmente la produzione del testo. Se usiamo, come oggi spesso avviene, un dispositivo digitale, non possiamo fare a meno di disporre di energia elettrica, di una mediazione strumentale che interrompe la continuità del controllo di chi scrive sul testo, e che in molti casi lo modifica o lo condiziona al di là di quanto si vorrebbe”.

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