DDL scuola: un progetto irricevibile

citta-futura_logo15B

L’attacco alla scuola pubblica non è solo rivolto ai diritti contrattuali degli insegnanti; è – soprattutto – un colpo sferrato ai diritti delle studentesse e degli studenti. A quelli che, domani, saranno cittadini con diritti e doveri nel nostro Paese. Un colpo, insomma, a tutta la società e al modo in cui il nostro Paese costruirà il proprio futuro.

di  Marina Boscaino,  la Città futura  

Manifestazione contro la riforma della scuola

Non so se vi è mai capitato di avere uno di quegli incubi in cui urlate e la voce non esce; volete correre e le gambe non rispondono; avete urgenza di telefonare e il numero è dimenticato o il telefono non funziona. Questa è la condizione in cui molte persone come me vivono da ormai molto tempo. Chi siamo? Quelli che hanno investito motivazione, studio, impegno, passione, tempo e danaro per provare a partecipare democraticamente alla vita pubblica attraverso la cura, il rispetto, la difesa della scuola della Costituzione. E l’interpretazione convinta e consapevole del mandato costituzionale che ci viene affidato in quanto docenti.

Abbiamo persino fornito una risposta incontrovertibile a chi ci ha sempre accusati di saper dire solo no: non abbiamo solo dissentito in merito alla “riforma” del governo-partito e del partito-governo, capeggiato dall’uomo solo al comando. Abbiamo proposto un’alternativa, la Lipscuola (Legge di iniziativa popolare per una buona scuola per la Repubblica). Un dispositivo in 29 articoli, che configura un’idea di scuola sostenibile e soprattutto coerente con il dettato costituzionale.

Nemmeno questo è servito. Non sono servite assemblee, mozioni di collegi dei docenti, raccolte ad una ad una; non sono serviti viaggi, convegni; non è servito, nemmeno, studiare e ristudiare la proposta del governo, considerarne criticamente gli aspetti. Evincere, attraverso l’analisi, che si tratta di un progetto irrealizzabile quanto irricevibile: una scuola gerarchizzata, dove il merito è un’entità astratta, che sta nella testa di un unico decisore. Selezionatore di caporalato, reclutatore di docenti che non avranno più garanzie né mansionari determinati dai loro studi e dalle loro competenze, ma fluttueranno in un albo in attesa di una chiamata, decisa dal dirigente, appunto, che determinerà se andranno in cattedra o a svolgere una delle 13 mansioni alternative previste. In versione ridotta, si ripropone il modello del governo nazionale, con il dirigente scolastico che peraltro assorbirà le funzioni fino ad oggi prerogativa degli organi collegiali, garanzia della democrazia scolastica. Per cui la scuola statale non ha più necessità – nella gioiosa, arrembante, spregiudicata, insensata ode alla “modernità” del nuovo che avanza – di far riferimento ai due principi che più di tutti la rendono viatico di cittadinanza per tutti i cittadini e strumento dell’interesse generale: libertà dell’insegnamento e unitarietà del sistema scolastico nazionale.
La prima garanzia di pluralismo e laicità, nonché espressione della dignità del nostro lavoro. L’altra attuazione del principio di uguaglianza, secondo il quale le scuole italiane da Lampedusa a Sondrio devono essere uniformate alle stesse norme generali e sta alla Repubblica istituire scuole di ogni ordine e grado.

La proposta, invece, prevede non solo la concessione di sgravi fiscali alla scuola paritaria (che si vanno ad aggiungere ai fondi che annualmente lo Stato le eroga, nonostante il dettato costituzionale); ma il possibile versamento del 5xmille dei contribuenti per la scuola dei propri figli (per il momento solo “accantonato”, come si è affrettata a sottolineare il ministro): i ricchi, in scuole già ricche e sempre più ricche. I meno fortunati, confinati e destinati ad una condizione di minorità: la fine della scuola pubblica come “ascensore sociale” prevista dalla Costituzione. Deleghe in bianco che il governo concede a se stesso su temi nevralgici completano l’opera: il lavoro che verrà inaugurato con l’approvazione del testo verrà completato con l’intervento padronale, portato a termine nelle segrete stanze.

Nella giornata del 5 maggio circa l’80% dei lavoratori ha scioperato, facendo registrare il più grande sciopero della scuola di tutti i tempi. A fronte di questi inediti numeri e della consistenza della protesta – per la quale i lavoratori della scuola hanno sacrificato 42 milioni di euro delle proprie giornate di salario in nome della democrazia – siamo stati apostrofati nelle maniere più volgari ed irriverenti per una protesta democratica, consapevole e diffusa che, innanzitutto, meriterebbe rispetto. La risposta del governo a questa straordinaria mobilitazione, anticipata da flash mob e da partecipate iniziative, è stata inequivocabile: in Commissione cultura alla Camera hanno approvato il testo – dopo aver imposto contingentamento dei tempi e “ghigliottina” sugli emendamenti – addirittura in anticipo. Il testo, infine, sottoposto a un restyling linguistico, che non ha intaccato affatto la filosofia che orienta il progetto, è stato approvato in Aula.

Al Senato, altra musica, mentre nelle istituzioni scolastiche il blocco degli scrutini fa registrare esiti impressionanti, a sottolineare l’ostinazione e la coerenza delle nostre ragioni. Il rallentamento dei lavori in commissione, cui stiamo assistendo in questi giorni, rappresenta il senso di due elementi combinati tra loro: l’esiguità dei numeri della maggioranza; e il risultato delle recenti elezioni regionali che – al di là dei proclami di un trionfalismo di maniera che continua a pensare che elettori e cittadini siano totalmente privi di senso critico e di capacità interpretative – ha fatto registrare la perdita di 2 milioni di voti per il partito di maggioranza, il PD. La Commissione Affari Costituzionali del Senato ha intanto espresso un parere negativo sulla legittimità costituzionale del DDL governativo sulla scuola; e questo nonostante il Presidente della Commissione, la Senatrice Finocchiaro, evidentemente convertita al renzismo, abbia votato a favore della costituzionalità contrariamente alla prassi.

Come è ovvio la questione di legittimità costituzionale sarà riproposta e ridiscussa nell’Aula; quanto è avvenuto dovrebbe però convincere chi ha un minimo di sensibilità costituzionale a ritirare il DDL, stralciando la parte relativa all’assunzione dei precari e rinviando l’esame del testo di legge dopo che esso sia stato riscritto in modo rispettoso dei principi costituzionali.

Difatti, come molti di noi continuano ad affermare da tempo, il ddl – oltre ad essere incostituzionale nella sua impostazione – è disseminato in tutti i suoi articoli di norme in contrasto con i principi costituzionali. Tutto ciò accade nel surreale silenzio delle principali cariche dello Stato, che dovrebbero garantire cittadini e principi.

L’incubo è questo, ed è ancora più claustrofobico, considerato l’uso spregiudicato delle parole al quale nemmeno il peggior Berlusconi era mai arrivato: dicono “ascolto” e poi blindano gli spazi di contraddittorio, confronto e dialettica, nonché di partecipazione. Dicono miglioreremo il testo e poi lo camuffano con spostamenti di frasi o selezioni lessicali che non incidono sulla sostanza. Insultano, irridono: tra Renzi, Faraone e Giannini è stato tutto un irriverente, sarcastico dileggio a coloro che dissentono e continuano a denunciare la situazione.

Ma noi non dobbiamo e non vogliamo arrenderci. E insistiamo a spiegare a tutti che potrebbe sembrare una questione solo sindacale, ma non lo è. È quello che vogliono far credere, quando continuano a tempestarci di slides, lavagne e gessetti per far credere che il nostro no ostinato e perseverante sia frutto di un pregiudizio conservativo. Dimenticando che i docenti italiani sono coloro che lavorano quotidianamente – insegnandola – sulla comprensione ed interpretazione dei testi. Il testo che abbiamo letto e riletto non ci piace. E non ci saranno leopolde e nazareni, pagliacciate in salsa demagogica che ci faranno cambiare idea.

L’attacco alla scuola pubblica non è solo rivolto ai diritti contrattuali degli insegnanti; è – soprattutto – un colpo sferrato ai diritti delle studentesse e degli studenti. A quelli che, domani, saranno cittadini con diritti e doveri nel nostro Paese. Un colpo, insomma, a tutta la società e al modo in cui il nostro Paese costruirà il proprio futuro.

Spiegare in poche parole cosa è contenuto nel ddl La Buona scuola per chi non sia un “addetto ai lavori” è compito difficile; molto più facile cavarsela con lo slogan “3 miliardi, 100.000 assunzioni”. E’ uno slogan che vuole “coprire” ben altri contenuti.

La proposta governativa – che stanno tentando autoritariamente di imporre alla società, violando le democratiche regole di ascolto e di dibattito, come hanno fatto e stanno facendo per le riforme istituzionali, il Jobs Act, la legge elettorale – mina invece alla radice i vincoli che la Repubblica ha dato, nell’interesse generale, alla propria scuola, quella statale:

  • Pubblica ed inclusiva: di/per tutte/i, a prescindere dalle condizioni economiche e culturali, luogo in cui tutte le possibili “diversità” trovano confronto, accoglienza e sintesi; perché chi sta meno bene deve trovare in quella scuola la possibilità di emanciparsi, di migliorare la propria condizione; organizzata sulla base di ordinamenti uguali e condivisi che garantiscano pari opportunità per tutti
  • Gratuita e “libera”: perché sostenuta dalla fiscalità generale e fornita di tutti i mezzi necessari (senza dove ricorrere a contributi aggiuntivi da parte delle famiglie o di “sponsor” più o meno interessati)
  • Laica e pluralista: perché la scuola pubblica, garantita dallo Stato, non può privilegiare (né tantomeno finanziare) UN orientamento (sia esso religioso o di altra natura) ma deve rappresentare la pluralità delle opinioni, degli stili, delle impostazioni – pur nel rispetto intransigente delle norme generali – al fine di formare cittadini liberi e consapevoli, in grado di partecipare democraticamente alla vita politica e civile);
  • Democratica e partecipativa: perché si può imparare e si può invitare ad imparare solo senza coercizione, in un ambiente aperto, dove operino il confronto e il rispetto reciproci, senza gerarchie di ruoli, sanzioni, pensieri dominanti; perché governata democraticamente dagli organi collegiali dei docenti, dei genitori e degli studenti;

Il dirigente manager e decisore unico, gli insegnanti privati della libertà di insegnamento, la valutazione usata come carota e bastone per piegare ad un’unica modalità il modo di insegnare e quello di apprendere; l’apprendistato precoce, la scuola ridotta ad un’azienda gerarchizzata, dove la “guerra tra poveri” si concretizzerà in una pratica competitiva per conquistare premi e limitatissime posizioni di “potere”, l’entrata dei privati, che finanzieranno ovviamente gli istituti dai quali potranno meglio trarre profitto; 5 per mille ognuno alla “sua” scuola, con una differenziazione sempre più evidente tra scuole di serie A sostenute/frequentate/per famiglie benestanti e scuole di serie B, C, …

Occorre, oggi, decidere da che parte stare: tentare di proteggere il poco che ancora (per quanto?) ciascuno di noi ha per sventare individualmente le possibili conseguenze di un progetto autoritario – che si colloca in un panorama ancora più ampio, che investe le riforme istituzionali, la riforma elettorale, il Jobs Act; oppure provare a ricordare, difendere e rilanciare il patto sociale su cui si basa la nostra Costituzione, che ha permesso e può permettere di stare tutti un po’ meglio (attraverso la scuola e la sanità pubbliche e l’affermazione dei propri diritti): democrazia, solidarietà e giustizia.

È per questo che la battaglia contro i provvedimenti che il Governo sta approntando nei confronti della scuola pubblica non può e non deve essere questione che riguardi solo studenti e lavoratori della scuola. Mai, nella storia di questo Paese, avevamo assistito ad una così pervicace incuria e rimozione rispetto a quanto espresso dalla piazza, dal popolo cui spetta, come è noto, la sovranità; mai uno degli strumenti dell’esercizio della democrazia – il dissenso, l’opposizione dei cittadini – si è trovato a scontrarsi con un muro di gomma tanto ostinato e sordo a qualsiasi richiesta, a qualunque ragione.

Non bisogna arrendersi. E non bisogna cessare di esigere da quei senatori che, in occasioni diverse, si sono dichiarati non immediatamente proni alle imposizioni nei contenuti e alle forzature nelle procedure imposte dal segretario del Pd. (Albano, Broglia, Capacchione, Chiti, Corsini, Cucca, D’Adda, Dirindin, Filippi, Fornaro, Gatti, Gotor , Guerra, Guerrieri Paleotti, Idem, Lai, Lo Moro, Manassero, Manconi, Migliavacca, Mineo, Mucchetti, Pegorer, Puppato, Sonego, Tocci) di ricordare la responsabilità che hanno nei nostri confronti. L’idea che – nella furia decisionista – il partito-governo e il governo-partito decidano di (im)porre il voto di fiducia in Aula, ennesimo atto di prevaricazione dell’esecutivo sul Parlamento ed ennesimo dileggio dell’art. 67 della Carta, non è peregrina. Potrebbero, insomma, non essere più possibili trattative e conseguenti margini di ambiguità. Ovvero, potrebbe diventare un imperativo politico e morale smettere di chinare il capo.

Non solo e non tanto perché accettare supinamente la coercizione del Capo e della sua corte si è rivelato e si rivelerebbe un modo per perdere il consenso e l’espressione di voto di coloro che si oppongono al Ddl. Soprattutto perché è giunto il momento di sostituire alla meschina “fedeltà di partito” la disinteressata fedeltà ai principi costituzionali e a quello straordinario e basilare strumento di educazione alla democrazia che è la scuola pubblica.

GILDA VENEZIA - Associazione Professionale GILDA degli INSEGNANTI - Federazione Gilda Unams

webmaster: Fabio Barina



Sito realizzato da Venetian Navigator 2 srl