Diventare insegnanti, i tre errori del nuovo sistema

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di Giuseppe Santoli,  il Sussidiario, 16.2.2017

–  Molti i punti migliorabili nella delega sugli insegnanti: dalla lunghezza del percorso alla valutazione e alla sovrapposizione di abilitazione e assunzione.

La riforma della scuola sembra essere arrivata ad un punto di svolta. Cambiano le regole per diventare insegnanti: il Consiglio dei ministri ha approvato la delega che riforma il reclutamento e la formazione dei docenti della scuola italiana. Le nuove regole però non sono già operative. Affinché la riforma sia ufficiale, infatti, c’è bisogno del parere delle varie commissioni parlamentari e dell’approvazione definitiva del Cdm. Queste entreranno in vigore “a decorrere dall’anno scolastico 2020/2021”. Per altri tre anni “si applica la disciplina transitoria”, quindi per assegnare la metà dei posti vacanti e disponibili continueranno a essere utilizzate le Gae (graduatorie a esaurimento) e potrà “essere indetto un corso di Tirocinio Formativo Attivo per le classi di concorso e tipologie di posto per le quali sono esaurite le graduatorie a esaurimento provinciali”. Risultato: la sovrapposizione di diverse procedure per il reclutamento, l’apertura di diversi spazi contrattuali e soprattutto il rinvio fra tre anni delle nuove norme.

Ma, cosa cambia? Con cadenza biennale è previsto un concorso per insegnanti che dovrebbe essere aperto a chi ha conseguito una laurea magistrale con 120 crediti, di cui un minimo di 24 in discipline antropo­psicopedagogiche­metodologiche e di tecnologia didattica. I vincitori del concorso saranno assegnati a un’istituzione scolastica, o rete di scuole e avranno un contratto retribuito a tempo determinato di durata triennale di tirocinio. Il tirocinio triennale prevede, nel primo anno, un corso annuale istituito dalle università, anche in convenzione con le scuole, per completare la preparazione nella didattica disciplinare, al termine del quale si consegue un diploma di specializzazione. Nel secondo e terzo anno, i futuri docenti si cimenteranno con tirocini formativi nelle scuole e con le supplenze. Solo alla fine di questi passaggi, e a seguito di “positiva conclusione e valutazione”, i candidati potranno firmare un contratto a tempo indeterminato e diventare definitivamente docenti di ruolo.

Tuttavia, il nuovo sistema di reclutamento dei docenti disegnato dalla legge 107 non convince tutti, soprattutto perché rischia di creare figure ibride sottoposte a una valutazione ambigua e a retribuzioni diverse pur svolgendo, almeno nel terzo anno, attività di docenza sui posti che risulteranno provvisoriamente liberi. E alcune criticità sono evidenti.

Sotto accusa il percorso, giudicato troppo lungo, la sovrapposizione dell’abilitazione e dell’assunzione, e la valutazione cui i futuri docenti saranno sottoposti alla fine dei 3 anni. Il percorso, così delineato, prevede, infatti, che un insegnante si formi in otto anni, ovvero 5 di università e 3 di tirocinio. Siccome in media la laurea in Italia si consegue in sette anni, questi diventano dieci; tanti rispetto ai 4­5 anni previsti ad esempio dal sistema tedesco per insegnare nella scuola secondaria inferiore. Sarebbe opportuno pensare a un sistema che non superi i sei anni, eventualmente prevedendo un tirocinio di un anno dopo la laurea magistrale.

Lo stesso percorso di abilitazione finisce per essere sovrapposto a quello di assunzione: gli aspiranti professori, infatti, si abilitano dopo aver superato il concorso, anche se non hanno ancora svolto nessuna pratica didattica, visto che i laureati per poter partecipare al concorso dovranno solo dimostrare di avere superato degli esami di carattere pratico. I momenti di effettiva pratica didattica nelle scuole sono, infatti, esplicitamente previsti solo dal secondo anno del tirocinio triennale. La sequenzialità della teoria che viene prima della pratica non convince. Appare un modello anomalo rispetto a quello prevalente nel resto d’Europa, dove domina un impianto basato sull’alternanza e l’integrazione di formazione teorica e formazione pratica all’insegnamento, che inizia già all’università e prosegue per tutto il percorso formativo.

Il tema della valutazione degli insegnanti al termine del tirocinio è una questione di estrema importanza e delicatezza e non è affatto definito in maniera chiara dal decreto delega del Governo. La decisione di assumere una persona per tutta la vita all’interno della pubblica amministrazione per svolgere una professione così delicata non è cosa di poco conto. A chi spetta una decisione così importante? Quale procedura adottare? Questa responsabilità non può essere delegata a soggetti esterni alla scuola, ma non può neppure essere affidata, come avviene per i docenti neoassunti, al comitato di valutazione; finirebbe per essere debole, poco trasparente e potenzialmente iniqua.

A mio giudizio, però, la vera innovazione per risolvere la questione e garantire la ripresa della qualità della scuola è rappresentata dalla piena attuazione dell’autonomia scolastica. Il nuovo reclutamento dovrebbe prevedere l’abolizione delle graduatorie, il passaggio graduale all’assunzione diretta da parte delle scuole di docenti e dirigenti. E’ questo il primo cardine dell’autonomia. I concorsi dovrebbero essere indetti dalle singole istituzioni autonome o da reti di queste, con una conoscenza diretta quindi degli aspiranti i quali dovrebbero appartenere a un albo professionale (nazionale, regionale o provinciale poco importa) acquisito con la formazione iniziale, il tirocinio e il periodo d’inserimento formativo al lavoro valutato da un’istituzione scolastica che compaia nel curricolo del candidato. La valutazione dovrebbe essere fatta da una commissione presieduta dal dirigente scolastico e composta dal tutor, da altri docenti “senior” della scuola, da un ispettore esperto di valutazione e da un esperto dell’università nel settore pedagogico. Sarà, quindi, opportuno prevedere una procedura integrata Università­Scuola­Servizio ispettivo di tutto il percorso che preveda anche la valutazione finale. L’abilitazione all’insegnamento dovrebbe essere conseguita al termine di una laurea magistrale a indirizzo didattico procedendo a una conseguente ristrutturazione dell’attuale ordinamento universitario. E sarebbe necessario prevedere dispositivi anche di carattere normativo che definiscano il ruolo e le responsabilità della scuola anche nella formazione accademica di cui il tirocinio didattico e organizzativo ne rappresenta i cardini irrinunciabili.

Il decreto delega licenziato dal governo ha un’altra impostazione. Al clima di dissenso che si sta materializzando il ministero dell’Istruzione replica: “il percorso per arrivare al provvedimento oggetto di delega è appena cominciato e i tavoli voluti dal Miur per confrontarsi con esperti e associazioni servono proprio a far emergere soluzioni condivise e non unilaterali… Il confronto avviene in un clima non di dissenso ma di collaborazione”. Si capisce che rispetto ai propositi del governo precedente il clima è cambiato. Ho l’impressione che i cardini della legge 107 si stiano progressivamente allentando e che il nuovo ministro, contrariamente a quanto annunciato, stia lavorando sotto traccia per cercare di recuperare quel consenso che era stato perso con il mondo della scuola. Prova ne sono i dichiarati intenti di concertazione con i sindacati e l’accordo sottoscritto sulla mobilità. Sono più che certo che il testo finale che uscirà dai “tavoli voluti dal Miur”, sarà molto diverso da quello iniziale e ulteriormente depotenziato per effetto dell’inaugurazione del nuovo mantra che ha lo scopo di armonizzare la legge ai contratti.

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