Diventare prof? Luci e ombre della nuova formazione iniziale

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di Max Ferrario,  il Sussidiario, 3.2.2017

–  Tra gli otto decreti attuativi della 107 è stato varato anche quello riguardante la formazione iniziale dei docenti e le procedure per l’accesso alla professione.

Il nuovo Governo, nonostante le incognite sul futuro politico, sembra intenzionato a proseguire il percorso inaugurato da Renzi e dalla Giannini con la Buona Scuola. In particolare ha avuto una accelerazione il percorso delle leggi deleghe che la 107/2015 aveva previsto ed è stata avviata un’ampia consultazione sui testi presentati. Tra gli otto decreti attuativi della 107 è stato varato anche quello riguardante la formazione iniziale, che introduce un sistema unitario e coordinato comprendente sia la formazione iniziale dei docenti sia le procedure per l’accesso alla professione. Viene così definitivamente sostituito il sistema vigente che richiede oltre la laurea magistrale il conseguimento dell’abilitazione e, successivamente, il superamento del concorso.

La proposta che ora sarà al vaglio dei lavori parlamentari porta con sé, in nuce, un approccio alla formazione iniziale senz’altro positivo e costruttivo, sia per la scuola e gli studenti sia per coloro che vogliano intraprendere la carriera della docenza scolastica. Non mancano però ombre o criticità che si spera vengano corretti in sede parlamentare.

Alla base del decreto c’è una forte valorizzazione dell’esperienza sul campo. Si impara a fare scuola dentro la scuola. Non dentro una modalità spontaneista e individuale, ma dentro un percorso guidato da quanti hanno più esperienza e da quanti sono deputati alla metariflessione professionale al fine di formare professionisti che davvero hanno chiaro come si sta in una classe e come si accompagnino tutti gli studenti nel percorso della conoscenza e della crescita.

Quali le caratteristiche di questo percorso? A cadenza regolare (2 anni) saranno banditi concorsi nazionali riservati a chi possiede un diploma di laurea magistrale; chi supererà due prove scritte (una in più per chi sceglie il percorso del sostegno) e una orale, stipulerà con lo Stato un contratto retribuito a tempo determinato, di durata triennale, di tirocinio.

Il contrattista, così è definito l’aspirante docente nello schema di decreto, conseguirà nel primo anno di contratto un diploma di specializzazione per l’insegnamento secondario, mentre nei due anni successivi effettuerà nella scuola o nella rete di scuole a cui è assegnato tirocini formativi con graduale assunzione della funzione docente, anche per la sostituzione dei docenti assenti. A conclusione di tale periodo, se valutato positivamente, sottoscriverà un contratto a tempo indeterminato.

La procedura in sé valorizza l’esperienza e la formazione on the job e permette davvero l’ingresso nella scuola di docenti competenti e motivati. Questo è confermato dall’esplicito collegamento tra formazione iniziale e formazione in servizio, per non interrompere la crescita professionale ad unico beneficio di tutti gli studenti. Formazione in servizio che integri le competenze disciplinari e pedagogiche dei docenti, consentendo, secondo principi di flessibilità e di valorizzazione, l’attribuzione di insegnamenti anche in classi disciplinari affini. Aspetto innovativo e di per sé molto interessante per l’introduzione di un concetto evolutivo e dinamico della docenza scolastica, non di meno risulta molto importante alla luce del vincolo che ogni docente può scegliere un solo ambito su cui partecipare al concorso e optare definitivamente per il posto comune e il posto di sostegno. Le ombre che si intravedono nello schema di decreto però sono relative alla somma che ogni contrattista potrà ricevere durante la propria attività di full immersion ossia di 400 euro e solo al terzo anno di 34mila euro lordi annui. La somma sembra esigua soprattutto per il vincolo di esclusività che il contratto con lo Stato comunque richiede. Altre ombre gravano sugli aspetti finanziari, che non attribuiscono risorse alle scuole e ai tutor scolastici dei futuri docenti; questo attesta che se da una parte si è compreso che non si può non passare per la scuola, dall’altra ci si ostina a considerare che il lavoro che si svolge nelle istituzioni scolastiche anche in altri compiti è frutto sempre di un volontariato dovuto anziché di una professionalità, cosa che peraltro viene riconosciuta al tutor universitario. Si auspica che le vie parlamentari rimedino a questi aspetti problematici e si possa finalmente fare luce sulle professionalità scolastiche.

In tema di ombre, sempre nella speranza che le cose possano essere modificate durante l’iter, appare stridente, rispetto all’impegno da parte del ministero e degli ultimi governi in difesa della parità scolastica, la scelta di consentire l’accesso nelle paritarie a coloro che non hanno superato il concorso (di cui all’art. 3 comma 2) svolgendo a proprie spese l’intero percorso di docenze e tirocini.

Neppure mancano perplessità sulle varie forme transitorie che per bonificare un po’ tutte le situazioni rendono fin troppo semplicistico l’accesso ai ruoli della scuola.

Nella prospettiva di correttivi e modifiche necessari in alcuni punti salienti, lo schema di decreto della formazione iniziale lascia intravedere un percorso positivo per la scuola e per i tanti giovani che avendo chiaro di voler diventare docenti avranno ben determinata la strada per farlo, senza trovarsi nell’incertezza legata alle date di pubblicazione di un Tfa o agli investimenti necessari per conseguire un’abilitazione a fronte di un concorso che non si sa se ci sarà.

Nel sacrificio e nell’impegno è delineata la strada.

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