Dove funziona e dove no l’alternanza scuola-lavoro

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Giorgio Brunello,  La Voce.info, 14.11.2017

– L’alternanza scuola-lavoro è in generale una buona idea. Ma quella prevista dalla Buona scuola funziona? Qualche indicazione si potrebbe ricavare dalla valutazione dei risultati della precedente esperienza introdotta nel 2005. Però mancano i dati.

Alternanza nella Buona scuola

La riforma della Buona scuola ha reso obbligatoria l’alternanza scuola-lavoro nelle scuole secondarie superiori: 400 ore nel triennio per gli istituti tecnici e professionali e 200 ore nei licei. L’alternanza è una buona idea, che cerca di superare la separazione tra apprendimento cognitivo sui banchi e applicazione delle conoscenze in ambito lavorativo e di stimolare la formazione di competenze non cognitive e sociali che molta ricerca economica ritiene fondamentali per l’inserimento di successo nel mondo del lavoro.

Ci sono certo molti problemi, legati in parte all’obbligatorietà e in parte alla struttura produttiva del nostro paese, che in alcuni territori ha poche imprese e in altri è dominato da aziende piccole e micro, che in genere hanno difficoltà a ospitare studenti in alternanza.

Alcuni di questi problemi sono stati evidenziati dalla stampa, ad esempio in un recente articolo di Claudia Voltattorni sul Corriere della Sera. Ne ha scritto diffusamente l’Ocse nel suo recente rapporto “OECD Skills Strategy. Diagnostic Report. Italy 2012”.

L’esperienza precedente

In realtà, l’alternanza scuola-lavoro in Italia non è una novità, ma è stata introdotta già nel 2005 dal ministro Letizia Moratti e poi modificata nel 2010.

Allora prevedeva due modalità: a) percorsi di alternanza scuola-lavoro regolamentati dal decreto legislativo 77/2005 e dai decreti del Presidente della Repubblica n. 87, 88, 89/2010, da realizzare negli istituti tecnici, nei licei, e negli istituti professionali; b) percorsi di alternanza scuola-lavoro per le classi IV e V degli istituti professionali (Dpr 87/2010), ovvero 132 ore obbligatorie di attività di alternanza che sostituivano la cosiddetta ex “terza area” o “area di professionalizzazione”.

È chiaro che l’esperienza precedente alla Buona scuola, in cui spesso i percorsi di alternanza erano a richiesta degli studenti o delle famiglie, e quella post-riforma, caratterizzata dall’obbligatorietà, non sono direttamente confrontabili. Ma è altrettanto chiaro che quell’esperienza, se opportunamente valutata, può fornire indicazioni molto utili sia sul disegno dell’attuale alternanza, sia su quali sue forme funzionino nel migliorare la difficile transizione tra scuola e lavoro.

A partire dall’anno scolastico 2006/07, il monitoraggio delle esperienze di alternanza è stato effettuato da Indire, su incarico del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca. Dal portale Indire è possibile scaricare i rapporti di monitoraggio, che coprono l’intero periodo fino all’anno scolastico 2012/13. Dall’ultimo si evince che nel 2012/13 il 45,6 per cento delle scuole secondarie di secondo grado ha utilizzato l’alternanza come metodologia didattica per sviluppare le competenze previste dall’ordinamento degli studi. Dei 3.177 istituti che hanno sperimentato l’alternanza, il 44,4 per cento sono professionali, il 34,2 per cento tecnici, il 20 per cento licei, l’1,5 per cento altri istituti.

La vera domanda è se l’esperienza dell’alternanza abbia avuto effetti sulla condizione occupazionale degli ex-studenti. A tal fine, a partire dall’anno scolastico 2011/12, l’Indire conduce una rilevazione nazionale sugli sbocchi occupazionali degli ex studenti delle classi quinte degli istituti tecnici, degli istituti professionali e dei licei, che negli anni scolastici 2009/10, 2010/11 e 2011/12 hanno partecipato a un percorso di alternanza scuola lavoro.

Per rispondere alla domanda, tuttavia, serve comparare studenti che hanno fatto l’alternanza con studenti simili che non l’hanno fatta. Sorprendentemente, Indire si limita a considerare i primi, precludendo pertanto una valutazione seria dell’esperienza precedente alla riforma. La valutazione sarebbe utile per affinare il disegno dell’esperienza post-riforma. Un’occasione persa e una ulteriore conferma che nel nostro paese la cultura della valutazione delle politiche pubbliche fa fatica a farsi strada.

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