Doverose integrazioni al doveroso elogio del linguista De Mauro

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Il Gruppo di Firenze,  5.1.2017

– È giusto che in queste ore si riconoscano a Tullio De Mauro i suoi grandi meriti di studioso. Ma si devono anche ricordare non poche prese di posizione sbagliate in tema di scuola. La più nota è forse quella che riguardava “la nefasta usanza dei ‘temi’: una cancrena da cui la scuola italiana stenta a liberarsi.” Nella sua rubrica Le parole e i fatti su “Paese Sera” (siamo negli anni ’70), De Mauro si ricollegava a una lunga serie di critici di questa tipologia di testo, elencandone le caratteristiche negative: il privilegiare “lo scrivere lungo rispetto allo scrivere breve”, “lo scrivere rispetto al parlare” e “alla capacità di capire a volo, leggendo e ascoltando”. Ma “quel che soprattutto offende nella turpe e sciagurata pratica viziosa dei temi – concludeva – è che si pretende che il linguaggio giri a vuoto, nel vuoto di cose reali da dire”. L’aspetto da respingere di questa analisi non risiede certo nell’indicare i limiti di questa pratica e tanto meno nel contestarne uso esclusivo come verifica delle abilità linguistiche, ma nella violenza verbale con cui viene espressa e nel carattere indiscriminato dell’accusa: possibile, ad esempio, che tutte senza eccezione le migliaia di tracce di temi dettate nelle scuole italiane inducessero all’insincerità e alla vuotaggine? È questo soprattutto che ne fa una presa di posizione fortemente ideologica più che un’utile e costruttiva riflessione. Con la conseguenza che molti insegnanti hanno a lungo fatto esercitare gli allievi sui soli testi “utili” come il verbale e la relazione e che oggi ci ritroviamo esami di Stato basati sull’articolo di giornale e sul “saggio breve”, che presuppongono abilità molto raffinate se si vuole evitare la scopiazzatura dai  documenti allegati o le più trite banalità.

Ma ancora di più pesa il pregiudizio ideologico nel modo in cui De Mauro parla di ortografia negli stessi anni, nei quali caldeggiava il “ribaltamento in senso democratico dell’insegnamento della pedagogia linguistica tradizionale”, che “fin nell’insegnamento ‘innocente’ dell’ortografia […] obbedisce ad un disegno che è un disegno politico, obbedisce cioè al disegno di verificare il grado di conformazione dei ragazzi che passano nelle scuole ai modi linguistici delle classi dominanti”. E ancora: “Cose innocenti come le scempie e le doppie, scrivere o non scrivere provincie con la ‘i’ […] sono portatori [sic] di un virus molto pericoloso. È il virus che uccide spesso irrimediabilmente la capacità di parlare liberamente […] ma spinge a cercare di essere graditi ai rappresentanti delle classi dominanti, essere omogenei in tutto, fin nei punti negli [sic] “i”, a ciò che essi desiderano.[1]

Non so se De Mauro abbia poi ripudiato queste affermazioni da libretto rosso maoista. È certo però che ancora nel 2001 usò toni non molto diversi (ed era Ministro della Pubblica Istruzione!) a commento del famoso articolo di Mario Pirani Professori, tornate al sette in condotta. Alla domanda se fosse d’accordo su quella proposta, rispose: “Come no? Ma ad alcune condizioni: il ripristino del primo Gabinetto Mussolini, e se venissero garantiti 20 anni di dittatura, il ritorno alle elementari di quel tempo quando un quarto dei bambini arrivava alla quinta elementare e il 10 per cento dei giovani si iscriveva alle scuole superiori. Se l’Italia tornasse ad essere il Paese in cui il 70 per cento del reddito proveniva dall’agricoltura. Se chiudessero buona parte dei giornali, se venissero sospese le trasmissioni televisive e ripristinata l’Eiar e tutti andassimo a piazza Venezia. Il sette in condotta faceva corpo con questa visione dello Stato. Faceva corpo con le punizioni fisiche” (“La Repubblica”, 25 gennaio 2001). Superfluo commentare.

Di recente, infine, ha dato corda alla demonizzazione della “lezione frontale” (un genere che lui stesso ha praticato estesamente davanti alle più varie platee), in occasione del suo dichiarato sostegno alla metodologia dell’ “insegnamento capovolto”, in cui prima gli allievi leggono in rete i materiali didattici indicati dal docente, per poi discuterne in classe sotto la guida del docente-tutor. «Il nuovo metodo – dice De Mauro – consente di abbattere i totem dell’istruzione, dei veri feticci: il prof in cattedra per la lezione frontale, a raccontare cose che lui o altri hanno scritto in un libro con più esattezza; la verifica orale, in cui uno o due rispondono alle domande e gli altri fanno quello che vogliono; e il manuale, una statua sacra». Invece la classe rovesciata è «uno strumento nuovo e potente per facilitare l’interazione e l’insegnamento personalizzato, evitando grandi perdite di tempo», sostiene De Mauro (“Corriere della Sera”, 13 febbraio 2015).

Sui metodi è opportuno in conclusione invitare ancora una volta a adottare, laicamente, l’atteggiamento più rispettoso e produttivo: quello per cui non devono esistere nella didattica né totem, né tabù, in altre parole né metodi a cui si attribuiscono poteri salvifici, né metodi interdetti come causa di ogni male. Ciascun insegnante ha il dovere di aggiornarsi sui vari approcci possibili, ma anche il diritto di scegliere quelli che più ritiene via via utili, alternandoli a seconda dei momenti, del tipo di allievi e dei suggerimenti forniti dall’esperienza. E dovrebbe essere ovvio, per l’esperienza che tutti abbiamo avuto ascoltando i più diversi oratori, che la lezione definita “frontale” quasi a evocare uno scontro può essere noiosa o interessantissima, inutile o illuminante a seconda della preparazione e delle capacità comunicative di chi parla.

Giorgio Ragazzini

[1] (Relazione introduttiva a Ricerche e proposte per la società e la scuola, di Autori vari, De Donato, 1977, citata in Galli Della Loggia,Credere, tradire, vivere, 2016, Il Mulino).

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