Due Italie separate dalla scuola

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di Andrea Gavosto*,  La Stampa 9.8.2016

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  Migliaia di insegnanti meridionali stanno scendendo in piazza contro il loro trasferimento in un’altra provincia, spesso del Nord. La protesta riguarda due aspetti da tenere ben distinti: il disagio del cambiamento e la trasparenza sui criteri di assegnazione dei docenti.

Il primo ha a che fare con tendenze di lungo periodo della società e della scuola italiane. Negli Anni Sessanta e Settanta dalle regioni del Sud si migrava per trovare un posto di lavoro nelle fabbriche del Nord. Oggi – in verità, già da molti anni – dal Sud sono i laureati, soprattutto gli insegnanti, a doversi trasferire per trovare un impiego non effimero.

Anche nella scuola, dunque, ci sono due Italie? Purtroppo sì.  

Ci sono due Italie nella qualità degli apprendimenti scolastici, con le regioni del Nord al di sopra delle medie europee e quelle del Sud spesso molto al di sotto, tanto da fare temere per il futuro di gran parte dei ragazzi meridionali, nella vita civile e nel lavoro. Spiegare tale divario richiede analisi complesse; qui basti dire – per smentire giudizi superficiali – che non può essere colpa di una cattiva qualità dei docenti meridionali, decine di migliaia dei quali insegnano già da molto tempo in Settentrione.

Ma ci sono due Italie anche dal punto di vista delle tendenze della popolazione scolastica. Nelle regioni del Nord, per il contributo dell’immigrazione straniera, gli studenti sono in aumento. Più studenti vuol dire più cattedre. Nelle regioni meridionali il numero medio di figli per coppia si sta, invece, riducendo e l’immigrazione straniera è poca: di conseguenza, la popolazione scolastica fra i 3 e i 19 anni è destinata a diminuire di circa 250.000 unità in un decennio. Meno studenti, meno cattedre. E questo succede proprio là dove la cronica difficoltà a trovare lavoro spinge ancora tanti (soprattutto donne) verso un impiego pubblico, in primo luogo nella scuola. In definitiva, nelle regioni del Sud ci sono sempre meno posti disponibili e molti più candidati a contenderseli: per i docenti che aspirano alla stabilità del posto l’unica alternativa è di trasferirsi dove le cattedre ci sono. È evidente che cambiare regione, a parità di stipendio, può creare enormi disagi per chi ha figli o genitori bisognosi di attenzioni. A ben vedere, però, il problema nasce perché in Italia si arriva in cattedra a un’età elevata, in media oltre i 40 anni, mentre i docenti under 30 sono meno dell’1% (in Francia oltre il 10%). I costi umani e sociali dell’emigrare sono assai diversi se si hanno 40 o 50 anni, anziché 30: purtroppo, decenni di annunci e politiche sconsiderate hanno fatto sì che i precari diventassero anziani, in attesa del posto fisso, anziché cercare sbocchi alternativi.

Realismo impone di dire che queste tendenze non muteranno di segno nel breve periodo. Né si possono creare cattedre dove non servono. Perciò, gli insegnanti meridionali continueranno a cercare lavoro al Nord.

Il secondo punto su cui si concentra la protesta dei docenti dipende, invece, da una situazione anomala di quest’anno: si teme che la complessa procedura messa in piedi dal ministero dell’Istruzione per fare fronte a un abnorme numero di richieste di trasferimento abbia creato ingiustizie, spedendo in sedi più «scomode» persone che avrebbero avuto diritto a destinazioni migliori. A parte i possibili errori tecnici, che il Miur dovrebbe correggere al più presto, va però ricordato che i docenti non sono tutti eguali, ma appartengono a classi di concorso e fasce diverse, per cui in alcune materie, come quelle scientifiche, le cattedre si creano più vicino ai candidati, mentre in altre occorre attraversare il Paese per trovarne una disponibile.

*Direttore Fondazione Agnelli  

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