Età pensionabile e burnout. Quanto incide la Legge Fornero sul disagio mentale degli insegnanti?

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di Vittorio Lodolo D’Oria, Orizzonte Scuola, 15.4.2015

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Dal 1992 – anno in cui sono state abolite le cosiddette baby pensioni con la riforma Amato – sono intervenute quattro ulteriori riforme previdenziali che attualmente consentono agli insegnanti di andare in pensione all’età di 67 anni.

Le cose sono pertanto radicalmente cambiate, senza però che sia stato operato, da parte delle istituzioni, il benché minimo controllo sulla salute dei docenti. Per giunta, il tutto avviene a dispetto di quanto recita l’art. 28 del Testo Unico in materia di tutela della salute dei lavoratori, che impone il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC) nelle helping profession, ponendo particolare riguardo verso il genere e l’età del lavoratore.

E proprio il mondo della scuola presenta peculiarità sensibili circa le predette variabili: 82% dei docenti è donna con un’età media di 50,2 anni. Gli studi della letteratura scientifica ci dicono infatti che la donna presenta un rischio depressivo pari a 2,5 volte quello dell’uomo (per il ciclo ormonale della fertilità) che arriva addirittura a quintuplicarsi nel periodo perimenopausale.

Bastino questi pochi, ma certificati, dati a far comprendere quale salto nel buio ha compiuto il legislatore, omettendo scientemente di valutare lo stato di salute della categoria professionale dei docenti, nel riformare la loro situazione previdenziale. L’allarme diviene ancora più evidente se si scorrono i dati di Francia e Gran Bretagna che, rispettivamente, dal 2005 e dal 2009 riconoscono la categoria professionale degli insegnanti come quella maggiormente esposta al rischio suicidario.

Ma l’oggetto di questo articolo vuole essere l’analisi delle conseguenze psicologiche di uno dei numerosi casi, che mi sono stati sottoposti, di docenti appartenenti alla cosiddetta “Quota 96” che, per un mero errore commesso e poi ammesso (due anni dopo) dalla Fornero, si sono visti negare il permesso della pensione quando erano oramai a un passo dal tagliare l’ambito traguardo. Inutile dire che, se la Fornero è da ritenersi la principale responsabile, il governo ci ha aggiunto del suo, respingendo gli emendamenti correttivi votati all’unanimità dal Parlamento nell’Agosto 2014.

Prendiamo altresì in considerazione la storia di un professore, maschio, tanto per dimostrare come non c’è alcun bisogno di “variabili di genere” per divenire vittima di un disagio psichico in ambito scolastico. Si noterà come la sintomatologia e le somatizzazioni sono quelle tipiche del disagio mentale professionale che si osservano comunemente.

Vediamo dunque la storia reale del Prof. Mario Rossi (ovviamente si tratta di un nome di fantasia) che, da aspirante pensionato, si è infine trovato “condannato” a ulteriori sei anni di servizio forzato insieme a tutti i suoi colleghi di Quota 96.

I fatti e la relazione psicologica

Docente di italiano e storia in un Istituto Tecnico Superiore, e in vista del pensionamento, Mario si era trasferito dalla città in campagna ed ora è costretto a un lungo viaggio per recarsi sul posto di lavoro. A complicare le cose – racconta la relazione psicologica dell’ente sanitario pubblico – “… vi sono alcune patologie croniche come l’ipertensione e i sopraggiunti disturbi psicologici reattivi di natura ansiosa e depressiva con sintomatologia caratterizzata da aspetti di rimuginio, tremori agli arti superiori, confusione mentale, difficoltà di concentrazione, insonnia con risvegli precoci, riduzione degli slanci vitali e produttivi, chiusura in se stesso e tendenza ad arroccarsi in casa collegandosi a internet solo per leggere diversi quotidiani in cerca di novità riguardo all’evolversi del caso dei Quota 96”.

Nella relazione psicologica si sostiene inoltre che Mario sta vivendo “… l’esperienza di esaurimento emotivo associata a un calo di motivazione, d’impegno e d’interesse per l’insegnamento che gli appare, ora, come un peso insostenibile, al punto di dover necessariamente richiedere tre mesi di aspettativa non retribuita”.

Le molteplici batterie di test psicologici eseguiti su Mario completano il quadro personologico del docente. Questi infatti

  • presenta la tendenza a essere apprensivo, teso, indeciso, pronto a denunciare ogni sorta di malessere fisico con connotazioni d’imminenza e preoccupazione. E’ costantemente in tensione, iperallertato e iperallertabile ed ha difficoltà a memorizzare nuove informazioni;
  • manifesta la tendenza ad alleviare l’ansia con l’utilizzo di alcool o altre sostanze ansiolitiche;
  • presenta deflessione dell’umore con perdita di energia e anedonia alternata all’ansia con nervosismo, agitazione interna, apprensione;
  • si sente facilmente infastidito e irritato con sentimenti di inferiorità al confronto con le altre persone;
  • percepisce un senso d’inefficacia, con difficoltà a cogliere i progressi degli utenti e a sentirsi gratificato e appagato dal proprio lavoro. La demotivazione è molto forte e la relazione con gli studenti ne risente decisamente, con aspetti di distacco e scarso coinvolgimento interpersonale. L’energia e la vitalità vengono a mancare, sostituite da segnali di tensione e di stanchezza.

Infine si arriva alle conclusioni diagnostiche che riassumono la composita condizione psicologica di Mario: “Si tratta di una persona intelligente che sa esprimersi in modo articolato e raccontarsi. Tende ad avere conflitti riguardanti l’autorità, a essere oppositivo e caparbio. Può reagire alle critiche con sentimenti di rabbia e umiliazione. E’ tendenzialmente ansioso e si identifica in maniera forte in cause sociali. In reazione a situazioni stressanti, sprofonda nell’apatia alternata a manifestazioni ansiose”.

E il verdetto finale sostiene che: “il paziente avverte la gravità dello stato di conflitto nel proprio posto di lavoro: i rapporti col dirigente e i colleghi potrebbero aggravarsi e i sintomi ansioso-depressivi potrebbero condizionare negativamente il rapporto con gli studenti. In questo contesto il Prof. Mario Rossi, che in precedenza aveva fornito prova di professionalità e coinvolgimento, si disimpegna dal proprio lavoro come risposta allo stress e alla tensione sperimentati”.

Riflessioni

Oltre alla sintomatologia classica manifestata dal docente, vale la pena sottolineare i quattro segni maggiori che sono diretta conseguenza del disagio mentale professionale:

  1. potenziale conflittualità nei confronti dell’autorità diretta (dirigente scolastico) e dei colleghi;
  2. chiusura ermetica in se stesso invece della richiesta di aiuto e condivisione delle problematiche coi propri pari;
  3. ricorso a espedienti per sedare l’ansia (strategie di adattamento negative) quali l’assunzione di alcool o l’uso saltuario di psicofarmaci;
  4. trasformazione del rapporto con gli studenti che vira gradualmente passando da gratificante ad apatico, ed infine rischia di divenire conflittuale.

Una situazione di non ritorno che non può che deteriorarsi, dove ciascun attore (Mario, dirigente, colleghi, utenza) non vede, né si interroga, sul disagio di chi gli è “prossimo” nell’ambiente scolastico. L’ignoranza totale sulle malattie professionali degli insegnanti, conseguenza della loro usura psicofisica, impedisce di scalfire quel muro che decreta e sancisce l’incomunicabilità tra tutte le parti in gioco. Solo attraverso un’opera di acculturamento dei docenti, sui rischi professionali per la loro salute, potremmo raddrizzare una situazione che diviene di giorno in giorno più irrecuperabile.

Se i docenti stanno male – e con riforme previdenziali alla cieca non possono che stare sempre peggio – tutta la scuola finisce per andare in sofferenza, ma nessuno sembra rendersene conto, oppure tutti (politica, istituzioni, parti sociali, associazioni di categoria) fanno finta di niente riempiendosi la bocca di … buona scuola.

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