Giorgio Allulli: il divario scolastico nord-sud va risolto

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Reginaldo Palermo, La Tecnica della scuola 3.11.2016

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– Sulla questione della riforma dell’esame di Stato e, più in generale, sui problemi della valutazione del sistema scolastico abbiamo posto qualche domanda al professore Giorgio Allulli, autore di numerosi testi sull’argomento e attualmente dirigente di ricerca presso lsfol.
Allulli indica nel divario fra nord e sud uno dei mali endemici del nostro sistema scolastico.

Il dibattito sull’esame di Stato è sempre molto vivace
Di tanto in tanto sono stati fatti aggiustamenti, anche se da anni si parla di riforma.  Secondo lei i tempi sono maturi?


Allulli
Si, sono assolutamente maturi, anche perché così com’è l’attuale esame ha dimostrato di non funzionare: prova ne sia l’incredibile divergenza tra i risultati dell’esame ed i risultati di apprendimento che emergono dalle prove Invalsi

Come dovrebbe essere secondo lei un esame di maturità che si rispetti ?


Allulli
Deve assicurare imparzialità di giudizio e criteri di valutazione più omogenei, insieme alla giusta considerazione della carriera scolastica precedente degli studenti. Ad esempio dovrebbero essere introdotte la correzione centralizzata delle prove scritte, come si fa nei principali Paesi europei, ed almeno una prova standardizzata. Al punteggio finale dovrebbe concorrere anche la parte di esame orale e la carriera precedente dello studente, ma in modo equilibrato.
L’esame dovrebbe avere uno standard chiaro, che funga da punto di riferimento per docenti e studenti, e non consenta facili scappatoie od autoassoluzioni. Così si eleva la qualità della scuola italiana. Se si introducono questi meccanismi anche la presenza dei commissari esterni potrebbe essere ridotta (ma non abolita!) consentendo così un risparmio alle casse dello Stato.

Le proposte di cui si sta parlando vanno in questa direzione?


Allulli
La proposta del MIUR di inserire un test al quarto anno di corso, come elemento di bilanciamento alla scomparsa o diminuzione dei Commissari esterni, costituisce un rimedio peggiore del male, per la inevitabile difformità di risultato tra esiti del test ed esiti dell’esame, e finirà per svilire entrambe queste forme di accertamento, senza considerare l’impossibilità di evitare quelle forme di “cheating” che si verificano normalmente anche per la somministrazione di prove molto meno influenti sulla carriera degli studenti. Se si proseguisse su questa strada lo Stato finirebbe per certificare un doppio esito scolastico, creando confusione tra chi (sistema universitario e sistema produttivo) dovrebbe utilizzare i risultati scolastici come importante riferimento per le proprie strategie di reclutamento, e tra gli stessi studenti, la cui identità professionale resterebbe sfocata.

C’è sempre in sottofondo un problema: gli esiti dell’esame di Stato sono spesso poco congruenti con le valutazioni nazionali (Invalsi) e internazionali (PISA e altro). Lei che spiegazione si è data?


Allulli

La spiegazione è molto semplice: i criteri di valutazione seguiti dalle Commissioni d’esame sono molto diversi sul territorio nazionale: per questa ragione i risultati degli studenti nel Nord del Paese sono migliori nei test Invalsi e peggiori nell’esame di maturità, mentre nel Sud del Paese si verifica il risultato esattamente opposto. Si tratta di una profonda ingiustizia commessa ai danni degli studenti più preparati, che si vedono certificati con un voto inferiore a quello di altri colleghi meno validi. Ma anche gli studenti meridionali sono svantaggiati, perché vengono formati in una scuola “rassegnata” a richiedere standard più bassi.

C’è chi auspica l’abolizione del valore legale del titolo di studio in modo da eliminare il problema alla radice. Lei cosa ne pensa?


Allulli

Sono assolutamente contrario. La scuola, fatta seriamente, e con docenti seri, costituisce l’unico strumento di mobilità sociale per chi non ha alle spalle una famiglia ricca e potente. Se togliamo qualunque valore ai titoli rilasciati, eliminando ogni controllo sugli standard di diploma, avremmo l’esplosione dei diplomifici e rimarrebbe solo il Far west più selvaggio, dove chi ha studiato e chi no viene posto sullo stesso piano; per trovare lavoro conteranno solo le relazioni familiari.
Abolire il valore legale significa solo fare un favore a chi il lavoro lo trova a prescindere dal merito, e svilire completamente il percorso di chi studia e si impegna.

La valutazione di sistema dovrebbe servire anche per valutare in modo obiettivo le riforme adottate dai Governi: a lei pare  che nel nostro Paese accada questo?

Allulli
No, questo non accade, ma bisogna stare attenti: la scuola è un sistema molto complesso, e qualunque riforma richiede tempi lunghi prima di evidenziare i suoi effetti: pretendere di valutarla sulla base dei risultati di un test somministrato uno o due anni dopo non ha senso, così come mi fanno sorridere i vari governi che si fregiano di un andamento positivo dei test Pisa o minimizzano un risultato negativo. La valutazione di sistema non serve a dare medaglie o punizioni, ma serve innanzitutto per governare e gestire meglio il sistema, individuando le aree di criticità ed i possibili interventi: questo non si fa, ed è proprio qui il problema. Ad esempio da 40 anni (rilevazione IEA del 1976) emergono risultati peggiori del Sud rispetto al Nord: che cosa si è fatto in questi 40 anni per porre rimedio a questo problema?

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