«Gli asili nido fanno bene al Pil ma al Sud solo 3 bimbi su 100 ci vanno»

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di Paolo Romano,  Il Corriere della Sera  29.6.2015.  

Lo studio Svimez: non frequentare l’asilo pesa negativamente sui risultati
alle elementari. E sul lungo periodo perpetua le diseguaglianze Nord-Sud

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In Calabria e in Campania solo tre bambini su cento frequentano un asilo nido, in Puglia quattro e in Sicilia cinque. Numeri desolanti se messi a confronto con le regioni settentrionali dove la cifra si alza esponenzialmente al 26% dell’Emilia Romagna o al 23% del Trentino. «In pratica i bambini calabresi frequentano l’asilo in misura dieci volte inferiore ai bambini emiliani», è l’osservazione lapidaria contenuta in un recente studio della Svimez e significativamente intitolato: «Il più prezioso dei capitali. Infanzia, istruzione, sviluppo del Mezzogiorno».

I numeri del divario

Certo non sarà scuola dell’obbligo, ma, stando alla composizione dei dati forniti dall’Istat e dall’Invalsi, sembra che una proficua frequenza del nido migliori le performance nelle materie umanistiche e scientifiche una volta giunti alle elementari. Tradotto con i numeri del rapporto, se i bambini trentini raggiungono punteggi nelle due aree di apprendimento pari a 210, quelli campani, calabresi o siciliani si attestano a quota 192, con quasi venti punti di differenziale. Una forbice che finirebbe per consolidarsi fatalmente negli anni successivi. Lo confermano anche alcuni test condotti dall’OCSE-Pisa, volti a misurare le competenze degli studenti di 15 anni: quelli del Nord-est, con i loro 511 punti, risultano al di sopra della media, fissata in 494 punti, e si allineano ai loro omologhi tedeschi, mentre nel Sud e nelle Isole (453 punti) si resta al di sotto degli standard, per dire, della Turchia (475) e comunque piuttosto lontani dai parametri Ocse.

Le diseguaglianze si tramettono tra generazioni

L’ennesima storia del gap tra Nord e Sud? Così parrebbe suffragato dai numeri dello studio, che tentano anche di tracciare una mappa delle cause e pronosticare un ventaglio di effetti. La differente geografia dei capitali, in primo luogo: «Dove c’è maggiore ricchezza si trova anche una maggiore diffusione dei servizi pubblici per l’infanzia – si legge -: mettendo, infatti, in relazione il pil pro capite con la diffusione dei servizi per l’infanzia emerge che l’Emilia, il Trentino e il Friuli sono sempre le regioni con il maggior numero di asili nido e quelle con la maggior ricchezza pro capite». La maglia nera, manco a dirsi, al Sud: «Campania, Calabria e Sicilia si confermano regioni con una diffusione minima di servizi e un altrettanto basso livello di ricchezza». Nel Mezzogiorno (i dati sono del 2013) «un milione di famiglie viveva in condizioni di povertà assoluta, un’incidenza più che doppia rispetto al Nord». E i numeri aumentano se si considera un indicatore più ampio come il «rischio di povertà ed esclusione sociale», che riguarda il 47 per cento dei bambini meridionali. Bassi redditi che si traducono in «povertà educativa» e nuovi fossati: «Le diseguaglianze regionali nella qualità e quantità di servizi pubblici come quello all’istruzione» si riflettono «sulle performance scolastiche, accentuano le diseguaglianze di partenza e contribuiscono alla trasmissione intergenerazionale della povertà e delle diseguaglianze». Con buona pace della mobilità e degli ascensori sociali.

Investire nell’infanzia

In conclusione, si legge, investire di più nell’infanzia determinerebbe un maggior rendimento non solo sociale, ma anche economico. Se in Italia la povertà di dati a disposizione non illumina abbastanza tale evidenza, alcune ricerche americane dimostrano che «interventi a favore di bambini svantaggiati in età prescolare 0-5 anni hanno un tasso di rendimento annuo del 7-10% sull’investimento fatto». Come dire: investo un dollaro che negli anni frutterà il doppio, anche considerato il «risparmio dei costi per interventi di recupero dell’istruzione, cure e spese giudiziarie, sicurezza».

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