I cavoli di Francesca

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di Pietro Ratto,  Bosco ceduo  23.10.2016

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– Professore? Si? La preside le vuole parlarle un attimo. Può passare in Presidenza, a fine ora?

Sarà una decina di anni fa, occhio e croce: la mia prima supplenza annuale con tanto di ferie pagate. Un lusso incredibile. Per giunta, coordinatore di una terza liceo scientifico.

La campanella suona. Fine della terza puntata su Aristotele, ragazzi: si sbaracca. In testa, la domanda gira un po’ inquieta.. Cosa vorrà, da me, la Preside? Cos’avrò mai combinato? M’infilo la giacca: la presidenza è in sede. Dalla succursale ci vanno circa dieci minuti di cammino. L’aria è fresca, leggermente pungente. La primavera si annuncia in tutta la sua brusca dolcezza, affidandosi a un mattino che scoppia di sole. Attraverso rapidamente le mille rumorose bancarelle del mercato. Non c’è che dire: questa variopinta cittadina è letteralmente affascinante, con le sue stradine così appassionatamente abbracciate all’antica piazza principale.. Così piene di storia e di incanto.. Quante vite, mi chiedo, si sono intrecciate e toccate qui. Proprio qui: in questi vicoli impregnati di fiaba; in queste stradine abbarbicate al più profondo, magico medioevo. Chi sono, non lo so. Cosa so fare davvero, ancor meno. So solo che impazzisco, che letteralmente fremo, al solo contatto con questa elegante bellezza ricamata di bifore, trifore e nobili affreschi incantati. Una qualità, questa mia, che non in nessun curriculum sarebbe apprezzata.

Giro l’angolo: il colpo d’occhio muta drasticamente. Un orribile e scarabocchiato casermone di cemento armato, che crolla a pezzi senza alcun pudore, si appresta a inghiottirmi annoiato. Un senso di cupa disperazione s’impossessa dei miei pensieri, mentre attraverso il grigio e sconsolato cortile, bucherellato qua e là di sporadiche e deprimenti aiuole sommerse dall’erbaccia. La Preside è libera? Sì, pare proprio di sì.

Si accomodi, professore. L’ho convocata, in qualità di coordinatore della terza C, per sapere se ha già un’idea degli alunni che saranno respinti. Se ho già un’idea? Ma siamo a marzo, accidenti. Come potremmo aver già deciso chi bocciare, a meno di esser proprio dei criminali..?! Glielo spiego gentilmente, con rispettosa prudenza. Si, ma.. avrà un’idea, professore, di chi in questo momento sia.. come dire, “a rischio”.. no? Beh, un paio di studenti discretamente nell’occhio del ciclone li ho abbastanza presenti.. per esempio quel lavativo che ogni mattina, quando transito davanti alla stazione per arrivare a scuola, scorgo spesso a cavallo di un muretto. Sigaretta pendente dalle labbra, sguardo spento da vero duro, zainetto in spalla. Un quadretto che non lascia dubbi. Di quelli che urlano al mondo: “Ehi, guardate qui come si taglia da scuola!”. Le accenno il nome. Si aggrappa ai braccioli. Lei lo sa che questo alunno è figlio di ben due colleghi, vero? In effetti no, non lo sapevo. Un’ignoranza, questa, che fa parte dei pochi privilegi di chi è supplente. Di chi è fuori dal giro, insomma. Faccio appello a tutte le mie, per altro scarse, abilità diplomatiche per avvisarla che, chiunque sia quel tipo, non potrà sperare certo in alcun trattamento di favore da parte mia. Mi fissa a lungo, con un sorriso un po’ malignetto. Gli occhi pungenti e maliziosi si spingono lontano.. ben oltre le mie spalle. Tenga comunque presente, professore, che il numero di studenti di questa classe è al minimo. Non potete bocciarne più di due senza provocarne lo smembramento. Con conseguente perdita di cattedre, naturalmente. Lei è precario.. non c’è bisogno che le ricordi quanto sia importante che non diminuisca ulteriormente la disponibilità dei posti di lavoro, nevvero? Nevvero.. quanto mi sta sulle palle quella parola..! “Nevvero”.. Mai sopportata! Chissà perché, poi..! Forse la usava, che so?, qualche odiosa maestra all’asilo.. Forse il pediatra? Ti faccio solo una piccola punturina qui, bambino caro. Ma non preoccuparti, nevvero? Non sentirai nessun dolore! Nevvero un cazzo, signora preside!

Le spiego che questo genere di calcoli, semmai, è meglio lasciarli a loro. Ai ragazzi, voglio dire. A me non interessa niente. Chi devo promuovere, promuovo. E gli altri… beh, che imparino a studiare. E a venire a lezione, figli di colleghi o meno.

Il sorrisetto presidenziale, adesso, smaglia spavaldo in tutta la sua perfidia. La saluto, allora, professore. Buon lavoro. Significa che abbiamo finito. Che mi devo alzare e dileguare con sollecita solerzia. Detto, fatto.

Tornando, ripercorro mentalmente il registro.. Di ragazzi che arrancano, per quel che mi riguarda, ce ne sono almeno tre. Incluso il paraculato, è chiaro. Tre, sì.. E son gli stessi che faticano anche in altre materie, mi risulta. Le solite bestie nere, dopo tutto: latino, matematica.. Mah, sarà dura Pietro, mi dico. Comunque, anche se quei fanciulli in questo momento sono insufficienti, da qui a giugno posson sempre rifarsi, no?.. Non poniamo limiti alla provvidenza, professor Ratto. E nemmeno alla giustizia, possibilmente.

I mesi passano. Ogni tanto il pensiero va agli incombenti scrutini, sempre più minacciosamente vicini.. Cosa accadrà? Cosa succederà se il trio di asinelli non si ridurrà spontaneamente?

E alla fine eccoci. Eccoci a giugno. E al giorno della verità. Accidenti, mi dico. Per quanto uno si illuda, il tempo si ostina a passare comunque. E ciò che deve arrivare, prima o poi arriva. Inesorabilmente.

Entro in aula, lo scrutinio sta iniziando. Tutto calmo, dopo tutto. Stranamente calmo. Non c’è nemmeno la preside, che mi sarei aspettata lì, col suo sorrisetto supponente, pronta ad accogliermi con aria di sfida.

Niente, niente di niente. Lo scrutinio scorre liscio come l’olio. E i tre da bocciare son bocciati. Senza che nessuno fiati. Ed è strano, a ben pensarci. Perché a quel punto non vanno in scena nemmeno le consuete lagnanze del tipo: che peccato, accidenti. Adesso la classe verrà smembrata! E le nostre cattedre? In che sezione finiremo a insegnare? Un po’ di ore sulla C, un po’- che so – sulla A, o sulla E.. Mamma mia.. chissà cosa accadrà, il prossimo anno..! No, niente. Nemmeno una parola.

Esco sereno. Missione compiuta: giustizia è fatta. Chi andava fermato, raccomandazioni o no, è stato respinto. Chissà, magari imparerà a venire a scuola come gli altri, il bulletto spalleggiato.

Poi, però, succede qualcosa di strano. Lo scrutinio della quarta sembra in ritardo. Alcuni colleghi sono riuniti a porte chiuse, i registri spalancati sui banchi, in un’altra aula. No, niente, Ratto: stavamo solo facendo un pre-scrutinio, perché eravate in ritardo. Ritardo? Non mi sembra proprio. Comunque non importa, adesso si ricomincia.

Allora, colleghi.. Ci sono problemi con qualche ragazzo? No, certamente no. È una quarta bellissima, questa. Son tutti bravi, chi più chi meno.. Sì, certo, a parte Francesca, intendevo? Francesca?! Sì, non sarà una cima, ma va abbastanza bene. La settimana scorsa gliel’ho chiesto e mi è parsa tranquilla: solo un cinque e mezzo di mate, prof!

Invece le cose precipitano in un altro senso. In una direzione che non capisco. L’alunna sembra di colpo una catastrofe. I colleghi snocciolano un’impressionante sequenza di quattro e cinque. Che mi abbia mentito? Non so, non sembra il tipo.. Niente da fare. Con quei voti va bocciata. Niente da fare, accidenti.

Così torno a casa un po’ triste e un po’ perplesso. Perché qualcosa, in effetti, non torna..

Tre giorni dopo, arriva la mail di un suo compagno. Prof, Francesca è nera. Le hanno rifilato dei tre e dei quattro a tradimento, forse registrati come voti orali. Lei non li ha mai presi, quei voti, ma come lo dimostra? Resto stupefatto, lo sguardo inchiodato sulle righe. E quel sorriso beffardo riaffiora, maligno, nella mia mente.

Ora ho capito! L’hanno salvata, la terza. Le hanno salvate tutte, le loro cattedre. L’imperativo era di non bocciare più di due. Noi, in terza, ne abbiamo bocciati tre? Nessun problema. Hanno trombato Francesca. Che il prossimo anno tapperà il buco di troppo, salvando capra e cavoli. I cavoli di tutti tranne i suoi, si intende. Perché, ormai, quelli che restano son tutti cavoli di Francesca. L’alunna è triste? È arrabbiata? Pazienza, pazienza. È sempre stata un po’ debolina: ripetere l’anno non le farà certo male, no?

Rispondo alla mail, sconvolto. Che rabbia mi fa questo mondo. Questa scuola trasformata in una cinica ragioneria da strapazzo..! È noi saremmo gli educatori? Noi? Facciamoci coraggio, concludo. Se non altro, abbiam fatto giustizia per il bulletto paraculo..

Ma si figuri, prof: i suoi hanno i soldi. Il tipo è già iscritto alla privata qui dietro. A settembre farà tre anni in uno, poi pagherà per avere il diploma e uscirà in tempi record.

Prima di tutti gli altri, naturalmente.

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