I docenti guadagnano poco, così i laureati più bravi non insegnano: vero ma non sempre

Alessandro Giuliani, La Tecnica della scuola  12.10.2017

– In Italia gli insegnanti guadagnano poco; fare il docente significa essere condannati a stipendi modesti: è per questo motivo che i laureati più bravi disertano l’insegnamento.

La deduzione è del senatore Fabrizio Bocchino (Sinistra Italiana) ed è stata espressa in apertura del convegno “Professione Insegnante. Profili giuridici, economici e sociali” svolto il 12 ottobre al Senato.

“Non solo migliaia di cattedre restano ancora scoperte a due anni dall’entrata in vigore della cosiddetta Buona scuola, ma le retribuzioni ferme al 2008 e bassissime rispetto agli altri paesi Ocse rendono la professione decisamente poco attraente per chi deve comunque affrontare un lungo percorso di studi per accedervi. Molto meglio cercare lavoro in un altro settore”, ha tagliato corto l’ex grillino.

I laureati migliori alla larga dalla scuola

Bocchino ha quindi tenuto a ricordare che anche secondo l’Ocse ci sarebbe una “correlazione diretta che c’è tra la scarsa performance degli studenti ai test Pisa e il basso livello retributivo dei docenti, perché questo impedisce di reclutare i migliori laureati, ipotecando così il futuro degli alunni e contraddicendo la stessa mission scolastica indicata dalla Costituzione”.

“Per fare un esempio – ha continuato il parlamentare – in Italia lo stipendio di un insegnante di scuola media, secondo i dati Ocse, è pari ad appena il 70 per cento dello stipendio medio in altri settori a parità di formazione richiesta. Siamo quartultimi nella graduatoria Ocse per livello retributivo su 27 paesi presi in considerazione” denuncia Bocchino.

Il senatore di Sinistra Italiana si è quindi augurato che “la trattativa per il rinnovo del contratto del pubblico impiego” possa diventare “una occasione per restituire al profilo dell’insegnante la dignità che ha perduto in questi decenni di miopi penalizzazioni”.

Il problema è che per adeguare gli stipendi di circa 800mila insegnanti della scuola pubblica servirebbero risorse ingenti. Le quali, al momento, non sono state stanziate. Al massimo, come abbiamo scritto, si arriverà a coprire gli 85 euro lordi pattuiti con i sindacati lo scorso novembre, anche se poi alcuni docenti prenderanno aumenti un po’ più alti e altri più bassi.

L’Ocse conferma

La denuncia di Bocchino trova conferma dai dati stipendiali dei vari Paesi a confronto: di recente, sempre l’Ocse ha fatto sapere che nel 2014, il salario di un insegnante italiano con 15 anni di esperienza rappresentava solo il 93% del suo valore nel 2000.

In Germania, nello stesso periodo il mensile alla scuola elementare si è incrementato del 10 per cento e in Irlanda addirittura del 13 per cento.

In Norvegia lo scatto in avanti è stato del 9 per cento e in Finlandia di 6 punti. Anche Belgio e Danimarca fanno segnare un segno positivo. A soffrire come gli insegnanti italiani i colleghi francesi che dal 2005 al 2014 hanno dovuto sopportare un taglio reale del 5 per cento e solo la Grecia fa peggio dell’Italia: 30 per cento in meno in busta paga.

Tra il 2010 al 2014, in assoluto, i salari degli insegnanti italiani sono diminuiti del 7% in termini reali sia nella scuola primaria che in quella secondaria.

I nostri docenti: più vecchi in Europa

Inoltre, il corpo insegnante della Penisola risulta il più anziano del vecchio continente. Eurostat ha detto, sempre pochi giorni fa, che nel Bel Paese insegnano i docenti più anziani d’Europa: “alla primaria il 55% dei docenti ha più di 50 anni, così come alla secondaria di secondo grado. Alle scuole superiori si sale invece al 61%”

“Al capo opposto realtà più piccole, come Malta ed il Lussemburgo. Ma anche Paesi importanti come il Regno Unito, dove l’85% degli insegnanti della scuola primaria ha meno di 50 anni”.

Vale per tutti? Forse no

Morale: i nostri docenti guadagnano poco e lavorano pure più anni degli altri, rimanendo in cattedra ormai sino a dopo i 65 anni.

Appurato tutto ciò, permetteteci di osservare che molti insegnanti svolgono la professione per motivi legati all’amore per l’insegnamento e alla predisposizione al rapporto con i giovani. I soldi, in questi casi, passano in secondo piano. Forse.

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