I nostri studenti dimenticati

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di Gian Antonio Stella, Il Corriere della sera, 10.1.2017

– Al centro delle politiche scolastiche non ci sono gli studenti, costretti a subire la spiritata girandola di cattedre e insegnanti. Loro non hanno sindacati organizzati.

Quante divisioni hanno, gli scolari? La sarcastica battuta che Winston Churchill attribuì a Josif Stalin («Quante divisioni ha il Papa?») potrebbe davvero essere presa a prestito per spiegare come mai, al centro delle politiche scolastiche, non ci siano mai o quasi mai gli studenti. Costretti a subire la spiritata girandola di cattedre e insegnanti, per citare Giovanni Guareschi, senza poter «dir né ai né bai».

Riconosce lo stesso dossier di Tuttoscuola citato ieri sullo sfascio della «continuità didattica», indispensabile per la crescita culturale e scolastica dei nostri figli, che i sindacati «fanno il loro mestiere» quando puntano a «tutelare gli interessi di lavoratori costretti a spostarsi per tutta la Penisola per inseguire il miraggio di un posto fisso, ottenuto il quale hanno il comprensibile desiderio di riavvicinarsi a casa» consentendo così «a un numero elevatissimo di loro di ottenere il trasferimento» anche se finiscono per creare un marasma. Rileggiamo: «fanno il loro mestiere». Sono o non sono, come spiegò un giorno Giorgio Cremaschi della Fiom, «gli avvocati dei lavoratori»? E che deve fare un buon «avvocato» se non difendere il proprio assistito fino in fondo, anche nel caso fosse dalla parte del torto e creasse con le proprie istanze problemi alla collettività che certo non può porsi lui?

«Il prezzo pagato dal sistema è salatissimo», annota però amaro Giovanni Vinciguerra. Sia per gli «sforzi di gestione pesantissimi per gli uffici amministrativi periferici e per le istituzioni scolastiche» come i dirigenti («allenatori che vedono partire in media un terzo della “squadra” sostituito da nuovi arrivati sconosciuti, da schierare in campo senza sapere bene che ruolo facciano e senza che conoscano gli altri compagni di squadra») sia «per il processo di apprendimento degli alunni». D’altro canto, aggiunge acido, «sindacati delle famiglie che possano opporsi non esistono…».

E lì torniamo. Non votano, gli studenti che più di tutti pagano la giostra impazzita di insegnanti che, per quanto buone e perfino sacrosante possono essere le loro ragioni, causano danni gravissimi al percorso scolastico dei ragazzi. Non hanno sindacati organizzati, potenti e combattivi che scatenino le piazze o possano lanciare minacce come l’ultima sul referendum istituzionale del 4 dicembre: «Ce ne ricorderemo, della vostra Buona scuola!». Non hanno avvocati ferratissimi pronti a dar battaglia a colpi di carte bollate, anche collettivamente, davanti ai Tar regionali.

Peggio ancora: non hanno alle spalle, quei bambini, quei ragazzini e quei giovani costretti a sopportare il tourbillon, neppure le famiglie. Meglio: è ovvio che moltissimi genitori (a partire da coloro che avrebbero bisogno di autentici insegnanti di sostegno), sono singolarmente preoccupati, anzi preoccupatissimi, per quel girotondo di cattedre che quest’anno ha coinvolto addirittura oltre 250 mila docenti.

Singolarmente, però. Non fanno massa. E non ce la fanno proprio a reggere la spinta, dall’altra parte, delle moltitudini di quanti non hanno come primo interesse la continuità didattica ma (comprensibilmente, anche) l’incubo di un trasloco magari a mille chilometri dopo vent’anni di precariato. Tanto più che sventuratamente troppe famiglie italiane, come dimostrano un mucchio di studi e di analisi sulla emergenza degli abbandoni scolastici, vivono la scuola come un luogo dove parcheggiare i figli un po’ di ore al giorno. Fine. E della continuità didattica, ammesso che sappiano di cosa parliamo, importa loro assai poco…

«Dove sono i bambini? Mi aspetto che da un momento all’altro entrino qui, vicino al tavolo della presidenza, un bambino e una bambina», disse spiazzando tutti Tullio De Mauro al convegno alla Luiss in cui fissò quel punto che citavamo ieri: «Sono loro i padroni della scuola che voi dirigete. La scuola è degli alunni, non dei docenti e dei dirigenti. È per gli alunni e per le loro famiglie che la scuola vive ogni giorno; e ogni giorno tutto il personale scolastico opera nella scuola soltanto perché ci sono loro».

Le stesse parole ripetute mille volte, con sfumature diverse, da maestre di fama planetaria come Maria Montessori, maestri preti come don Lorenzo Milani, maestri di strada come Marco Rossi Doria, maestri poeti come Gianni Rodari: «Alla scuola va il bambino / ai suoi campi il contadino / va a bottega l’artigiano / sotto l’armi va il soldà / Pronti, attenti e con piacer / ognun faccia il suo dover!»

Ma l’hanno fatto tutti, il proprio dovere? Dice l’ultimo rapporto Eurostat (dati 2014) che l’Italia, nonostante l’estremo bisogno di aggredire l’abbandono scolastico, recuperare larghe aree di degrado e devianza minorile, riscattare le impietose classifiche internazionali, è all’ultimo posto tra i Paesi europei nella quota di spesa pubblica destinata all’istruzione: 7,9% contro una media del 10,2%. Quando mai la nostra società, diciamocelo con franchezza, ha avuto davvero al centro la scuola e al centro della scuola lo studente?

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