Il preside sceriffo

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di Pasquale Almirante, La Sicilia 10.5.2015

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Preside sceriffo? Macché, è una semplificazione che agli effetti pratici significa poco. Il dato reale è un altro e cioè che per dare la dirigenza ai presidi e giustificare gli aumenti di stipendio si sta tendando di dare loro funzioni inusitate: dall’assegnazione del merito alla scelta dei docenti, come avviene nelle altre amministrazioni dello Stato ma che a scuola rischiano di fare saltare tutta l’impalcatura che si poggia sulla libertà di insegnamento, sancita dalla Costituzione. E se il preside li sceglie, li sceglierà sulla base del suo credo, politico o estetico, mandando a monte l’indipendenza ideale di ciascuno.
Ma siccome c’è la tendenza di mescolare le carte si parla di “preside sindaco” o di “leader educativo per dare ai presidi la responsabilità funzionale che hanno e che devono avere in maniera formale, riconoscibile e valutabile”. Lo dice la ministra, ma non fa capire cosa voglia dire, mentre da altre parti si calca la mano specificando che si tratta di sceriffi. In verità, la sensazione netta è che questo governo non sappia ancora cosa fare della scuola, come gestirla e come rimediare ai gravissimi danni, voluti o meno, perpetrati da decenni. E infatti solo su un punto di questo disegno di legge tutti sono concordi: l’assunzione dei precari, benché anche su tale punto c’è chi grida alla mancata assunzioni di altri pezzi di precariato.
Se dunque i governanti vogliono che questa nave non affondi dentro i marosi dell’annunciato blocco degli scrutini e di altre raffiche di scioperi, devono rapportarsi con l’equipaggio, pensando ad una nuova fase di gestione della scuola e di reclutamento del personale, dirigenti compresi. Che in Germania, ad esempio, vengono eletti dai loro colleghi, mentre metà del loro tempo lo trascorrono in classe, facendo lezione. Ma da noi è tutto difficile e complicato, perfino gestire le supplenze e tenere in piedi un edificio, visto che anche i soffitti sono instabili. Che fare allora? Scendere tra la ciurma e riprendere l’antica tradizione italiana di nominare ministri con i fiocchi, come De Sanctis, Michele Amari, Croce, Gentile e perfino De Mauro. Il futuro di una nazione dipende dal grado di istruzione del suo popolo e per fare buoni politici occorrono buone scuole e ottimi insegnanti, al di là del preside. Ma come si fa se i governanti del terzo millennio non capiscono neanche questo semplice assioma? Non conosciamo la risposta, ma si può ben dire che anche in questo caso è colpa della scuola.

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