Il sostegno dei disabili a scuola

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di Franco Buccino,  ScuolaOggi Sabato, 20 Giugno 2015.   

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In questi mesi si parla molto di scuola. Per la verità si parla soprattutto di stabilizzazione dei precari, del ruolo dei dirigenti, della distribuzione dei poteri, e poco dell’autonomia, di alternative alla lezione frontale, di insegnamenti aggiuntivi, ecc. Si parla degli insegnanti di sostegno precari, ma troppo poco dell’integrazione degli alunni con disabilità.

Eppure oggi si fronteggiano due giudizi opposti sulla qualità dell’integrazione degli alunni disabili. C’è chi, ricordando che la strada italiana all’integrazione scolastica dei disabili è molto apprezzata all’estero, riconosce grandi meriti agli insegnanti di sostegno, che sono il perno dell’integrazione dei disabili e i “facilitatori” degli apprendimenti possibili. E chi denuncia senza mezzi termini una sorta di segregazione dei disabili a scuola, portati in giro o in luoghi separati dagli insegnanti di sostegno, che sono diventati i loro precettori unici o “assistenti” personali, auspicando una preparazione adeguata e specifica di tutti gli insegnanti, che li metta in grado di gestire la formazione di tutti gli alunni, disabili compresi.

La prima posizione è soprattutto quella del mondo della scuola; la seconda è sostenuta da genitori e associazioni importanti dei disabili. Il problema che sta dietro valutazioni così diverse, è molto complesso. Ci sono stati gli anni pionieristici dell’inserimento dei disabili nella scuola, le battaglie per l’inserimento anche dei più gravi, qualche forzatura per far riconoscere come bisognosi di sostegno disadattati e ragazzi a rischio sociale. Poi per lungo tempo l’obiettivo delle famiglie è stato quello di avere per i figli il maggior numero possibile di ore di sostegno, non solo per essere meglio seguiti, ma per essere più facilmente accettati in classe e a scuola. Ancora oggi, quando l’insegnante di sostegno è assente, a volte la scuola chiama in aiuto la famiglia, rivedendo i tempi di permanenza a scuola del disabile. Più ore di sostegno ha significato per lui la garanzia di più ore a scuola, senza diventare un problema. E, proprio per la determinazione dei genitori e per i pronunciamenti dei tribunali aditi, sono aumentati gli insegnanti di sostegno.

Ma, una volta che hanno ottenuto per i figli disabili il diritto di cittadinanza a scuola, i genitori alzano il tiro: non accettano che essi siano discriminati rispetto ai compagni, che vengano affidati soprattutto all’insegnante di sostegno e poco all’intero consiglio di classe, che svolgano insieme a tutti i compagni solo attività abbastanza marginali. In teoria hanno ragione, ma nella realtà rischiano di ridimensionare, assieme all’insegnante di sostegno, anche il processo d’integrazione dei loro figli. Si illudono che, come d’incanto, la rivoluzione culturale, che sottende l’integrazione, sia avvenuta, e che basti un corso di pedagogia speciale a trasformare i docenti curricolari in operatori di integrazione. In questa loro battaglia trovano le resistenze delle scuole. Le quali sanno bene che con il ridimensionamento del numero degli insegnanti di sostegno, l’inserimento dei disabili sarà di nuovo problematico: per se stessi e per gli altri, i “normali”. Esse sono consapevoli di non aver fatto un doveroso percorso di sperimentazione didattica sull’integrazione. Si giustificano appellandosi ai tagli, alla rigida organizzazione scolastica, all’autonomia a scartamento ridotto.

Fondamentalmente ambiguo è l’atteggiamento dell’Amministrazione scolastica, del Ministero. Il quale da una parte si pone l’obiettivo di ridimensionare drasticamente il numero degli insegnanti di sostegno con una formazione, al solito superficiale e breve, sui temi della disabilità per tutti i docenti curricolari; contemporaneamente subisce le sentenze sfavorevoli dei tribunali che impongono più ore di sostegno in deroga, senza opporsi; riconverte proprio sul sostegno docenti in esubero d’ogni specie; autorizza, senza avere il controllo della situazione, enti ed università a continuare a sfornare specializzati sul sostegno. Dimostra di non avere alcuna strategia nell’utilizzo dei pochi insegnanti di sostegno di ruolo e dei molti precari di sostegno che saranno stabilizzati con il ddl sulla “buona scuola”. Questa assenza di qualsivoglia strategia, di qualsivoglia obiettivo, è una grande responsabilità politica che l’intero governo si porta appresso nella stabilizzazione che ha in mente di tutti i centosessantamila docenti precari, tra quest’anno e il prossimo.

Forse farebbe ancora in tempo a rimediare. Per quanto riguarda l’integrazione dei disabili, può decidere di inserire stabilmente nella pianta organica, se non delle classi almeno dei corsi, l’insegnante di sostegno; può decidere che ogni insegnante della classe, potendo contare su insegnante di sostegno alla classe e sull’organico funzionale d’istituto, possa fare interventi individualizzati per alcuni alunni, disabili compresi; può decidere di inserire nello staff d’istituto un insegnante di sostegno; può decidere, certo, una formazione specifica sui temi della disabilità per tutti gli insegnanti, e pretendere poi da ognuno di loro, come dall’intero consiglio, una programmazione specifica per il disabile, meglio ancora una programmazione generale che riguardi a pieno titolo anche il disabile. Si darebbe così una risposta alle giuste richieste dei genitori, senza false scorciatoie. Senza mettere a rischio, anzi migliorando, l’integrazione a scuola degli alunni con disabilità.

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