Il vero volto della “Buona scuola”

Insegnare_logo1di Maurizio Berniinsegnare  23.8.2016
 – Con questo contributo di Maurizio Berni proseguiamo il confronto sulla “chiamata diretta” e gli altri recenti provvedimenti destinati a mutare profondamente la configurazione  istituzionale della professionalità docente in una direzione che continua a suscitare forti contrarietà e valutazioni negative.
Vedi anche Caterina Gammaldi, “La chiamata “per competenze”, ovvero la  chiamata diretta“.
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Il sistema incompetente
Dopo aver stabilizzato su base nazionale tanti docenti che avrebbero avuto diritto a un posto fisso nella provincia in cui hanno hanno lavorato come precari per lunghi anni; dopo aver messo in atto un “potenziamento” didattico raffazzonato mandando tanti docenti in scuole nelle quali non esiste la materia che insegnano; dopo aver creato un cortocircuito tra i poteri di indirizzo e di gestione dei dirigenti scolastici… questa “buona scuola” continua a dispiegare i propri effetti con la più eclatante delle sue contraddizioni: la “chiamata diretta”, ovvero la presunta possibilità e capacità di un dirigente scolastico di poter “scegliere” i propri docenti, a prescindere dalle graduatorie. Questa pretesa fa il paio con la presunta capacità del dirigente di valutarli, da solo, e senza avere, il più delle volte, alcuna competenza di carattere disciplinare sulle materie di insegnamento di quei docenti. Perché nella scuola delle competenze è l’incompetenza ad autoincensarsi e a essere portata a sistema! Un’incompetenza a cascata: da una gestione centrale del MIUR balbettante, contraddittoria e perennemente fuori da ogni termine utile per poter permettere a tutto il sistema di funzionare in modo efficace, giù giù fino ai dirigenti delle singole scuole, investiti di funzioni improprie, a cui si chiede di collaborare facendo appello a una presunta fedeltà alle istituzioni del tutto fuori luogo, che è invece più prosaicamente la richiesta di fedeltà cieca e acefala a un esecutivo pasticcione e inaffidabile; per finire, temiamo, con quella indotta nei docenti che, per poter stare al gioco della salvaguardia o dell’ottenimento del loro posto, rischiano di tralasciare la parte più importate e forse meno documentabile del loro lavoro, che è quella dell’insegnamento in classe, per collezionare titoli tristi e idioti, di infimo valore culturale e semmai utili solo ad alimentare il bazar della formazione.

Perché la “chiamata diretta” non può funzionare
La chiamata diretta porterà molto, moltissimo contenzioso, nei confronti di un’amministrazione centrale evidentemente incapace, regolarmente soccombente  dinanzi al giudice ordinario, a quello amministrativo, e al Consiglio di Stato.  Una situazione che richiederebbe un lungo, lunghissimo commissariamento per riportare le cose alla normalità. Non è per venire incontro alle scuole che il MIUR ha emanato le “Linee Guida”, quanto piuttosto per smarcarsi e abbandonare sull’arena giudiziaria l’ultima ruota del carro: i dirigenti scolastici. Molti dei posti vacanti per gli insegnanti rientrano nel cosiddetto “potenziamento” didattico; spesso sono posti di insegnamento di materie non esistenti nella scuola, ed è veramente una beffa costringere un dirigente che abbia un barlume di intelligenza a emanare un bando per un insegnamento non presente nella propria scuola. Ma visto che si chiede ai presidi di stare al gioco (“fedeltà alle istituzioni”…) e continuare ad affermare che non è vero che “il re è nudo”, ecco che compariranno questi bandi bizzarri sui siti delle scuole. “Istituto professionale indirizzo meccanici richiede docente di musica per realizzare il PTOF….”, “Istituto tecnico agrario necessita di docente di filosofia…”, “Liceo delle scienze applicate richiede docente in discipline pittoriche…”: saranno una testimonianza indelebile dell’idiozia alla quale nessuno osa ribellarsi, perché: “Scripta manent…   
Intendiamoci, non sarebbe da buttare l’idea di avere a disposizione oltre al necessario, anchedocenti di discipline diverse, per ampliare gli  orizzonti culturali degli allievi… ma qui il problema è che il di più va a sostituirsi al necessario: questi insegnamenti fantasiosi, assenti nei curricoli delle scuole di destinazione, si sovrappongono alle carenze di sempre: aule sovraffollate, cattedre sature, strutture fatiscenti. Resta il fatto che gli studenti avranno nel corso dell’anno scolastico meno ore sulle materie del loro curriculum, e c’è da chiedersi come questo sia compatibile con il loro diritto costituzionale all’istruzione, e che effetto potrà avere questo indebolimento curricolare sul fenomeno della dispersione scolastica…

Le “Linee Guida” per la chiamata diretta
Andiamo a leggere queste Linee Guida  [1]. Esse hanno la presunzione di fornire indicazioni operative ai presidi su come si può assegnare una sede ai docenti ignorando le graduatorie, ma “misurando” la presunta maggiore o minore aderenza tra il loro curriculum e il PTOF della scuola, un PTOF elaborato da altri docenti. Così le scelte didattiche di un gruppo di docenti andranno a condizionare la vita professionale di altri docenti, e la libertà d’insegnamento (che è anche libertà di progettazione didattica in una dimensione collegiale) sarà solo per alcuni, non per tutti. E l’art. 97 della Costituzione, che prevede il principio del merito e l’imparzialità delle scelte dell’amministrazione, che fine ha fatto?
Quelli interessati alla mobilità sono tutti docenti a cui la procedura prevista dal contratto nazionale ha già assegnato una posizione in una graduatoria di aspiranti, che è somma dei punteggi relativi all’esperienza di insegnamento, ai titoli culturali posseduti, alle esigenze di famiglia. Una persona può avere esigenze di famiglia tali da prescindere dalla scelta di un particolare tipo di scuola: può essere prioritario per quella persona lavorare vicino al proprio domicilio, presso cui desidera accudire dei figli piccoli, o dei genitori anziani, o semplicemente vivere accanto al proprio coniuge, riducendo al minimo il pendolarismo; dopodiché, ragionevolmente, viene tutto il resto.
Ebbene, da queste esigenze primarie della persona la procedura di assegnazione alle scuole intende evidentemente derogare, sacrificando sull’altare del PTOF ogni altra esigenza di carattere personale.

Spazzate via le esigenze familiari, restano pur sempre i titoli culturali e di servizio, anch’essi già valutati dalla procedura di mobilità. Sarebbe naturale ritenere che un buon PTOF necessiti dei docenti che sono nelle  posizioni più alte della graduatoria degli aspiranti, in quanto a titoli culturali ed esperienza di insegnamento, ma evidentemente non è così; qui si vuol sostenere che esistono PTOF così particolari che per la loro migliore realizzazione necessitano di persone meno “brave”…
Questo lascia decisamente perplessi: che cosa mai ci sarà  scritto in questi PTOF? Non è che forse in quei PTOF c’è qualcosa che non va?  L’obiezione più diffusa dei rottamatori delle tabelle di valutazione è che esse non facciano emergere davvero i migliori; evidentemente coloro che assommano il massimo, tra esperienza di servizio (che è importante quanto le ore di volo per i piloti, come è già stato osservato da altri…), e titoli culturali, non sarebbero i migliori docenti. Il che può anche essere. Però, se è così, c’è una contraddizione nell’intera procedura, che prevede una prima fase (l’assegnazione agli ambiti) in cui si usano le tabelle, e una seconda, che prevede l’assegnazione alle scuole, in cui non si usano. Delle due l’una: o quelle tabelle sono davvero inidonee a valutare gli insegnanti, e allora non si vede perché vengano ancora utilizzate per l’assegnazione negli ambiti, oppure lo sono, e allora non si vede perché esistano PTOF per  i quali occorra derogare da una graduatoria per titoli ed esperienza? Si mandino degli ispettori a vedere cosa succede in queste strane scuole… già, ma… dove sono gli ispettori?

La delibera dell’Autorità Nazionale Anticorruzione
L’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC) non usa mezzi termini, e individua la chiamata diretta come uno dei “processi a maggior rischio corruttivo riguardanti le istituzioni scolastiche” (dicitura presente nella tabella allegata alla delibera ANAC del 13.04.2016, n. 430), mediante l’“Attuazione di discriminazioni e favoritismi nell’individuazione all’interno degli ambiti territoriali del personale cui conferire incarichi”.
In realtà la questione è un’altra: come è possibile che un organo monocratico, cioè una singola persona, possa assommare su di sé tutte le competenze necessarie per selezionare non un impiegato generico, ma un docente, di qualsiasi disciplina? Citiamo il caso di un preside di un ITI, un ingegnere, che in una circolare in cui, tra l’altro, annunciava visite in classe  anche ai docenti d’italiano, così si è espresso: “Il programma prevede un’ impegno non indifferente” usando un apostrofo di troppo…
E se il preside-valutatore non ha tutte le competenze, come è naturale che sia, necessariamente la sua scelta sarà viziata da “discriminazioni e favoritismi”, perché questa sarà non tanto il frutto di un comportamento doloso, quanto piuttosto l’esito naturale di un processo che è strutturalmente e intrinsecamente viziato. Ed è incredibile che né da parte dei dirigenti né da parte delle loro associazioni si sia levata una vibrante protesta. Proprio loro, che coordinano tutti gli anni gli scrutini degli alunni, dovrebbero essere ben coscienti dell’importanza della collegialità del processo di valutazione. Già nel valutare dei dodicenni non è più sufficiente la competenza di un singolo soggetto, ma occorre un intero Consiglio di classe, in cui si sommano e interagiscono le diverse competenze dei singoli membri; solo così è possibile determinare una raffigurazione a tutto tondo delle competenze del valutando.

Quale approccio semplicistico e superficiale ha fatto credere che invece una singola persona, potesse abbracciare competenze tanto diversificate e complesse quali sono quelle di tutti gli insegnanti? Non solo. Tutti sanno che le aziende private hanno unità operative specializzate per la selezione del personale, mentre qui si chiede a un dirigente di essere tuttologo e factotum. E si abbandona (laddove fa comodo, per risparmiare) il modello aziendale tanto acclamato come modello di efficienza… Ognuno ha le sue specificità professionali, e la chiave del successo è il lavoro di squadra. Si veda a tale proposito il ben più ragionevole meccanismo di valutazione dei dirigenti scolastici, perfettamente in linea con quanto qui sostenuto: “Il nucleo per la valutazione dei dirigenti scolastici è composto secondo le disposizioni dell’art. 25, comma 1, del Dlgs 30 marzo 2001, n. 165, e può essere articolato con una diversa composizione in relazione al procedimento e agli oggetti di valutazione.” …E dire che il ruolo dei dirigenti scolastici è unico, ed è meno diversificato di quello dei docenti delle varie discipline…

Nella scuola pubblica, l’ufficio specializzato nella selezione del personale docente c’è già, ed è costituito dalle commissioni dei concorsi, nelle quali interagiscono collegialmente competenze “disciplinari, psicopedagogiche, metodologico-didattiche, organizzativo-relazionali e di ricerca, documentazione e valutazione” (art. 25 del CCNL): esse, e solo esse, nel loro insieme, assommano le competenze richieste a ogni singolo docente, ma sono possedute  con caratteri di eccellenza (o almeno dovrebbero esserlo, e anche qui ci sono profili di responsabilità nella scelta…) solo da un organismo collegiale; di questo organismo può fare anche parte chi (docente in servizio con titoli ed esperienza, della stessa disciplina del valutando, o ispettore di quella disciplina) le assomma tutte su di sé in modo eccellente; ma sono casi rarissimi, e non è certo il caso di un dirigente scolastico qualsiasi verso un docente qualsiasi di una qualsiasimateria.

E allora, che fare?
Una via d’uscita (provvisoria, nelle more di una riorganizzazione globale dei processi) ci sarebbe: non emanare i bandi. Anche per chi fosse ancora convinto della bontà di questo sistema di assegnazione dei docenti alle scuole, è innegabile che i tempi imposti dall’inefficienza governativa sono tali da ledere i più elementari diritti costituzionali, come quello delle ferie del personale (dirigenti scolastici in primis); in questo senso la denuncia dell’ANDIS è assolutamente da condividere.
Sarebbe una risposta dignitosa verso un atteggiamento che da inefficiente, se non contrastato, diverrà presto arrogante. Si pretenderanno dalle scuole scadenze sempre più strette, per rispettare i tempi, concedendo al solo ministero la facoltà di permettersi ritardi inammissibili. Se i dirigenti non emaneranno i bandi, saranno gli uffici territoriali ad assegnare d’ufficio i docenti alle scuole. Questi Uffici saranno costretti a  seguire un criterio oggettivo generale (si può immaginare che sia la graduatoria dei candidati in base alle tabelle del contratto nazionale sulla mobilità), e, in caso di criteri fantasiosi, saranno gli unici a essere bersaglio del contenzioso che questo sistema ha voluto a tutti i costi attirare su di sé. “L’ufficio scolastico regionale provvede al conferimento degli incarichi ai docenti che non abbiano ricevuto o accettato proposte e comunque in caso di inerzia del dirigente scolastico.” (comma 82, articolo unico, L. 107/2015).

I dirigenti scolastici sono stati i grandi assenti del movimento di protesta contro la L. 107; essi sono stati solleticati nel loro narcisismo, e indotti a veri e propri deliri di onnipotenza, da chi ha voluto far credere loro di essere tuttologi e factotum; ma ora sono ridotti a tappabuchi delle falle di un’azione amministrativa sconclusionata e caotica. Speriamo in un risveglio da questo colpevole letargo e in un vero scatto di orgoglio, a partire dalla giusta indignazione per le ferie non godute per motivi non di servizio, ma di disservizio; ancora una volta la Costituzione e i diritti dei lavoratori sono messi sotto i piedi, con l’aggravante dei futili motivi.

 

Note

1. Si tratta della “Nota ministeriale” n. 2609, del 22 luglio 2016, Indicazioni operative per l’individuazione dei docenti agli ambiti territoriali e il conferimento degli incarichi; scarica qui il documento.
Immagine in alto: A. Canova, Insegnare agli ignoranti, Museo Correr, Venezia.

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