In pensione con metà dell’ultimo stipendio?

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 La Tecnica della scuola, Venerdì, 10 Aprile 2015

È lo scenario per i lavoratori attorno ai 50 anni di età. Per i giovani è ancora più grigio: gli ultimi studi dicono che potrebbero lasciare percependo un terzo dell’ultima busta paga. Chi è nato nel 1990 e inizia a lavorare ora, andrebbe via a 73 anni con meno dell’assegno sociale. Per difendersi, molti docenti e Ata aderiscono al Fondo Espero, poi c’è chi opta per la pensione integrativa bancaria con sgravi fiscali.

Chi lavora nella scuola non si salva: se i parametri sulle pensioni non cambiano e se l’economia italiana rimane stagnante, anche docenti e Ata rischiano sempre più seriamente di andare in pensione con la metà e anche meno dell’ultimo stipendio. Ad avere questo “regalo” sarebbero sicuramente i giovani e pure gli italiani di mezza età.

Il calcolo è stato realizzato dall’ufficio studi dell’Anief e confermato, anzi aggravato, da uno studio di Progetica, pubblicato in questi giorni dal Corriere della Sera: dopo le notizie, mai smentite, sui contributi figurativi versati dallo Stato al posto del gettito corrente nelle casse dell’Inps, che ne ha generato il buco di bilancio e che potrebbe mettere a rischio la stessa erogazione di pensioni e liquidazioni, giungono ora delle proiezioni davvero inquietanti.

Qualora, infatti, l’attuale economia, ormai in deflazione, abbinata al perdurante blocco degli stipendi, non dovessero essere superati, i giovani lavoratori pagheranno un prezzo salatissimo: chi è nato nel 1990 e inizia a lavorare ora, potrebbe andare in pensione a 73 anni, dopo aver lavorato per mezzo secolo, con appena 400 euro (33% dell’ultimo stipendio), meno dell’attuale assegno sociale.

“La fase discendente delle pensioni dei cittadini italiani – dichiara Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario organizzativo della Confedir – ha avuto inizio a partire dal tradimento del patto generazionale, nel 2001, quando i neo assunti, a seguito d’uno scellerato accordo sindacale, si sono visti improvvisamente decurtare quasi il 30% delle vecchie liquidazione nel passaggio da TFA al TFR, dove però, non opera la trattenuta illegittima del 2,5%: una nuova ingiustizia di cui nessuno parla”.

“Se a questo aggiungiamo le norme sempre più stringenti sui requisiti per lasciare il servizio lavorativo, il risultato – continua il sindacalista Anief-Confedir – è che si lavorerà una vita per avere meno dell’assegno sociale, sempre che sia ancora liquidata la stessa. Non è possibile pensare che fino al 2011 si prendeva come pensione l’80% dell’ultima retribuzione e che dopo vent’anni, grazie alla riforma Monti-Fornero e a quelle precedenti, nel 2031 si potrebbe prendere il 26% per cento in meno (54%). E che dopo altri vent’anni, si ridurrà di un ulteriore 20%, portando l’assegno pensionistico addirittura ad un terzo dell’ultimo stipendio percepito. Siamo ormai alla macelleria sociale, con il tradimento del primo articolo della Repubblica: potremmo dire che l’Italia non sarebbe più fondata sul lavoro ma sulla schiavitù”.

L’unica soluzione, confermata anche dagli esperti di settore, che ad oggi sembra essere quella di aderire al Fondo di comparto (Espero per la scuola) e alla pensione integrativa bancaria garantita con sgravi fiscali: “per questi motivi, Anief valuta ricorsi in Europa per violazione della direttiva 88/2003 sull’organizzazione orario dell’orario di lavoro”, conclude il sindacato autonomo.

Come se non bastasse, lo studio di Progetica ci dice che questa tendenza nei prossimi anni si aggraverà ulteriormente. E lo fa mettendo a confronto le due generazioni: i baby boomer (attuali cinquantenni) e i millenial (attuali venticinquenni), confrontando i dati del pubblico impiego con quelli del settore privato. La “forbice” si innalzerebbe rispettivamente al 58% e al 44%, ma è evidente che il presupposto di base, il salario minino di mille euro in partenza che arriva a tremila a fine carriera netti non si può applicare alla scuola, dove per un docente di scuola media al massimo, se fosse sbloccato il contratto, si arriverebbe a duemila euro netti.

E se fossimo messi davanti ad uno scenario troppo brutto per essere vero? Forse. Però già oggi l’innalzamento degli anni di accesso alla pensione (soprattutto per le donne, oltre l’80% del personale scolastico) e il “dimagrimento” dell’assegno di quiescenza (in fase discendente, dato che in 15 anni è diminuito del 33% e che per più di quattro pensionati su dieci l’assegno non arriva neppure a mille euro al mese) sono dati di fatto. Se a questo aggiungiamo gli interrogativi sulla ripresa economica e lo stato patrimoniale tutt’altro che florido dell’Inps, ognuno può trarre le proprie considerazioni.

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