In pensione prima: via la legge Fornero in 4 mosse

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La proposta dell’Inps per cambiare la legge: nuovi requisiti e penalizzazioni. Ecco nel dettaglio cosa in bolle in pentola

Stefano Bartoli, Il Tirreno 25.4.2015

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Assegno anticipato con penalizzazioni crescenti, il ritocco dei requisiti minimi per mettersi a riposo, gli statali che rischiano di lasciare il posto con una decisione d’ufficio, il reddito minimo garantito in quel limbo che è la fascia di età tra i 55 ed i 65a anni. Niente di ufficiale per carità, ma c’è davvero tanta carne al fuoco nel mondo delle pensioni. Tito Boeri, economista nominato pochi mesi fa alla presidenza dell’Inps, in queste ultime ore non vuole rispondere alle domande dei giornalisti, ma nei giorni scorsi ha parlato, eccome: nei convegni, in qualche popolare salotto televisivo, in interviste selezionate. Al punto che si è visto “richiamare” più volte da chi gli ha rinfacciato il suo ruolo puramente tecnico e non politico. Ma tant’è e quelle che abbiamo esposto in apertura sono le linee principali della sua idea di sistema pensionistico, con un comune denominatore: rimettere le mani sulla riforma legata al nome dell’ex ministro Elsa Fornero che, dopo averla presentata piangendo in diretta televisiva, sta facendo piangere con le sue decisioni anche milioni di lavoratori. «Noi a giugno avanzeremo la nostra riforma organica – dice Boeri rivendicando il suolo propositivo -, spetterà al governo decidere e al Parlamento valutare».

Una sola certezza. Partiamo comunque da quella che è forse l’unica certezza in mezzo a tante ipotesi ventilate, stampate e più o meno avallate da membri del governo: l’anticipo del pagamento delle pensioni di tutti i tipi al primo giorno del mese, mentre adesso in molti casi vengono versate il 10. Lì per lì sembra una semplice operazione di make-up, ma per il presidente dell’Inps, come ha dichiarato in un’intervista a La Repubblica, si tratta di un provvedimento importante e a costo zero, «perché con le regole attuali avremmo avuto pensionati poveri, con problemi di liquidità, che avrebbero ricevuto le pensioni più tardi per effetto di un recente provvedimento normativo. Inoltre, unificando le pensioni si assicura migliore funzionalità del servizio, riduzione dei costi, maggiore trasparenza, liquidità per fronteggiare spese tipicamente concentrate proprio all’inizio del mese».

Penalizzazioni e requisiti. Ma le vere novità, quelle che contano, arriveranno come si diceva a giugno. E tra queste, secondo alcune ipotesi, ci potrebbe essere il pensionamento anticipato, ma legato ad una serie di penalizzazioni che diventerebero tanto più alte quanto prima si decidesse il collocamento a riposo. Un’idea che andrebbe a braccetto con l’altra novità e cioè l’abbassamento dei requisiti minimi, in modo, secondo le intenzioni, di creare un circolo virtuoso che aiuterebbe anche le giovani generazioni ad entrare nel modo del lavoro.

Statali obbligati a uscire. Per la verità un’altra certezza, salvo novità legislative, c’è già e cioè i dipendenti pubblici che possono essere mandati obbligatoriamente in pensione anche se non hanno raggiunto i 62 anni di età: basta che abbiamo l’anzianità retributiva per il pensionamento anticipato, e cioè, nel 2015, 42 anni e sei mesi per gli uomini e 41 anni e sei mesi per le donne, mentre dal 2016, per effetto dell’aumento della speranza di vita, serviranno quattro mesi in più.

Il tutto viene ben spiegato in una nota del ministero della Pubblica Amministrazione, diventata necessaria dopo l’incrocio tra due provvedimenti. Il primo è il decreto legge Madia risalente all’estate scorsa che parlava di pensione d’ufficio a partire dai 62 anni, questo perché solo dopo quella soglia non scattava il taglio dell’assegno pai al 2 per cento per ogni anno appunto d’anticipo; il secondo è invece la Legge di Stabilità del dicembre scorso, provvedimento che sospende per tutto il triennio 2015/2017, la decurtazione dell’assegno per chi lascia prima dei 62 anni.

Il reddito minimo. E torniamo nel campo delle ipotesi, in particolare quella che ha portato il presidente Boeri a parlare di «problema sociale molto serio» e cioè la situazione delle persone nella fascia di età 55-65 anni che una volta perso il lavoro si trovano progressivamente in condizioni di povertà. «Questo – dice Boeri – ha provocato un aumento della povertà non essendoci alcun sussidio per gli under 65, Per queste persone è ragionevole allora pensare di introdurre un reddito minimo garantito». In realtà, la situazione non sembra affatto semplice, considerando anche il fatto che il numero uno dell’Inps ne aveva già parlato un po’ di tempo fa, spiegando che la misura potrebbe costare 1,5 miliardi di euro, guarda caso pari pari il famoso “tesoretto”, cioè le risorse aggiuntive stimate dal Def, il Documento di economia e finanza. E che il sostegno, comunque di bassa entità, dovrebbe riguardare solo quella fascia di età, l’unica dove appena uno su dieci riesce facilmente a ritrovare un’occupazione. Comunque, più che un annuncio, dicono i bene informati, sembra semmai un auspicio dello stesso Boeri che adesso dovrà comunque vedersela con il governo, visto che, anche limitando il provvedimento al minimo (e quindi abbassando di parecchio le pretese rispetto al miliardo e mezzo di prima), servirebbero almeno 400 milioni di euro. Cifra che comunque deve essere messa in qualche modo a disposizione.

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