Istruzione, la sfida è generare valore

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Il mondo è cambiato. Anche quello del management lo è: chi ha più esperienza, magari decennale, si sta “abituando a essere sorpreso” dai giovani capaci di proporre nuove idee e progetti mostrando un video sui loro tablet e utilizzando forme e linguaggi inediti (o inauditi) fino a poco tempo fa. Dietro a questi cambiamenti, per così dire “formali”, si percepisce tuttavia una mutazione più profonda, perché quello che ci colpisce davvero, oltre alla tecnologia, è la capacità di essere efficaci. Ma come si acquisisce questa efficacia? È possibile apprenderla in qualche modo? Domande come queste pongono sfide complesse a chi si occupa di istruzione.

Se a livello specialistico il dibattito sul ruolo e le modalità dell’insegnamento universitario va avanti ormai da diversi anni, la discussione inizia a spostarsi a livello “popolare” in modo sempre più evidente. La prestigiosa New York Review of Books, in un lungo articolo a firma Andrew Delbanco pubblicato a inizio luglio, ha portato all’attenzione del grande pubblico lo stato dell’arte della ricerca statunitense sull’istruzione universitaria. Ne risulta un quadro preoccupante: non solo la carriera universitaria non sembra essere più garante della futura carriera professionale degli studenti, ma gli alti costi delle rette e svariati problemi strutturali (legati per esempio alla incapacità del sistema di istruzione statunitense di garantire uguali opportunità per tutti: gli studenti provenienti da famiglie abbienti sembrano avere più facilmente accesso a carriere remunerative dei loro colleghi meno fortunati) rischiano di far sì che l’esistenza stessa del college diventi un fattore che crea disuguaglianza nella società, piuttosto che un elemento propulsivo per la sua innovazione. Se questo accade negli Stati Uniti – con tutte le particolarità di quella grande nazione e del suo sistema di educazione superiore – non significa che in Europa possiamo dormire sonni tranquilli. Il sistema didattico ed educativo attraversa anni di profonda revisione e innovazione anche nel Vecchio Continente. Anche da noi, sono sempre più frequenti gli appelli – a ogni livello – a “cambiare l’educazione”. Intellettuali prestigiosi, europei o molto ascoltati da questa parte dell’Oceano (due nomi tra i tanti: Martha Nussbaum e Edgar Morin), si sono spesi a sostegno di una educazione che riconsiderasse il valore delle materie umanistiche o sottolineasse l’importanza di apprendere, negli anni della formazione, competenze di norma non affidate alla scuola o all’università. Si tratta di competenze quali “comprendere” e “conoscere” a livello non nozionistico, non subire l’incertezza ma essere in grado di negoziare con essa, saper ragionare ed essere disposti al confronto, e altre ancora. In una parola, è necessario oggi imparare a “vivere”. Ma questo significa superare l’insegnamento universitario? Gli Atenei, dunque, non servono più?

Niente di più sbagliato. Gli indicatori dimostrano che più laureati significa non solo, in astratto, innovazione e progresso ma, molto concretamente, un notevole progresso del Pil. Il rapporto “People First”, presentato da Confindustria nel marzo 2014, mostrava che se l’Italia portasse il suo grado di istruzione al livello dei Paesi più avanzati (meno del 24% degli italiani tra i 30 e i 34 anni è in possesso della laurea, ciò che rappresenta il peggior risultato nei paesi UE, contro una media europea del 38% – dati Eurostat, aprile 2015) , nell’arco di 10 anni, si avrebbe un progresso del Pil pari al 15%, ossia 234 miliardi in termini reali. Se l’Europa oggi ci chiede con forza di raggiungere la media entro il 2020, questo significa un gap del 16% da colmare in poco più di cinque anni. Un obiettivo che può sembrare terrificante, e che pure deve essere raggiunto per evitare che il nostro Paese accumuli ulteriore ritardo. Contaminazione tra i “mondi” dell’istruzione e del lavoro, educazione che non tenga conto soltanto delle nozioni tecniche e specialistiche devono così diventare le parole d’ordine di una Università che non soccomba al cambiamento, ma mutando essa stessa diventi laboratorio e incubatore di innovazione e crescita. Ma attenzione: negli ultimi anni abbiamo osservato crescere il numero dei laureati italiani che si trasferisce all’estero (quasi uno su quattro nel 2013, e in forte aumento rispetto al passato – dato Istat), mentre cresce da noi la percentuale di giovani (25-34) che, pur possedendo un titolo di istruzione superiore, svolge una mansione al di sotto della propria qualifica (erano il 30,5% nel 2012 – fonte Eurostat -, dato che rappresentava il quarto peggiore in Europa dopo Spagna, Cipro e Irlanda). A fronte di questo, la capacità di attrazione di studenti stranieri rimane tra le più basse al mondo (2% nel 2012 – fonte OCSE-Unesco, contro ad esempio il 6% di Germania e Francia, il 13% del Regno Unito e il 16% degli Stati Uniti), e se il numero di laureati stranieri che arrivano in Italia appare in crescita (3% nel 2013 secondo il XVI Rapporto Alma Laurea), occorre ancora verificare quanti di loro svolgano effettivamente mansioni adeguate al titolo conseguito. Dobbiamo stare attenti, in poche parole, che produrre più laureati da qui al 2020 e oltre non significhi soltanto ingrossare le fila dell’esodo, senza peraltro un adeguato “interscambio”. Agire sull’istruzione superiore dandole ulteriore impulso, quindi, ma di concerto con adeguati interventi sul sistema, che permettano di “trattenere” i talenti e attrarne di nuovi da noi.

* Direttore generale dell’Università Luiss Guido Carli di Roma

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