La “buona” formazione? Non è un concorso a premi

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di Filomena Zamboli,  il sussidiario,  9.1.2016.  

La legge 107/2015 (“Buona Scuola”) l’ha definita “obbligatoria, permanente, strutturale”:
la formazione dei docenti tra diritto e dovere e i suoi problemi.   

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La legge 107/2015 (“Buona Scuola”) l’ha definita obbligatoria, permanente, strutturale come dovrebbe essere ogni formazione che si rispetti e non solo quella del personale docente della scuola.

A cosa serve “formarsi” se non avere a cuore, dare forma, senza soluzione di continuità , all’habitus professionale caratteristico di un “mestiere”?  

Esercitare un “mestiere” (dal latino ministerium)  – come quello dell’insegnare  – vuol dire proprio avere le cognizioni necessarie per svolgere una determinata attività , ma anche possedere l’esperienza pratica di un lavoro e della sua tecnica, significa rimettersi in discussione, re-imparare ciò che si “pensava” di possedere. Dal cuoco al pittore, salta all’occhio quanto “la pratica”, l’esercizio continuo e il mettersi alla prova, condividendo esperienze e assumendo nuove conoscenze, sia necessario anche per chi “prepara cervelli” e “dipinge anime”.

Orbene, che la formazione sia una “leva strategica” fondamentale “per lo sviluppo professionale del personale della scuola e per il necessario sostegno agli obiettivi di cambiamento e per una efficace politica di sviluppo delle risorse umane” (legge 107) non è una novità  culturale, perché le scritture contrattuali vigenti sono molto chiare in tal senso, tanto da dedicare alla formazione un capitolo specifico, il Capo sesto del Contratto Scuola, declinando una serie di articoli che vanno dalla “Formazione in servizio” (art. 63 CCNL scuola), alla “Fruizione del diritto alla formazione” (art. 64), ai livelli di attività  che competono all’amministrazione centrale e/o alle scuole singole, o consorziate o in rete tra loro (art. 65), fino a disciplinare i soggetti qualificati, enti e associazioni professionali, che offrono formazione, debitamente accreditati (art. 67) e prevedere, come necessarie, specifiche azioni formative da destinare non solo al personale neo-immesso in ruolo (formazione in ingresso, art. 68) ma anche al personale che opera in scuole situate in aree a rischio o a forte processo immigratorio o frequentate da nomadi (art. 69) o a coloro che operano in ambienti di apprendimento particolari (art. 70). Il contratto, all’articolo 66, già  prevede che si elabori il Piano annuale delle istituzioni scolastiche in merito alle attività  di aggiornamento e formazione destinate ai docenti e deliberate in seno al collegio docenti, coerentemente con gli obiettivi e i tempi del Pof (oggi Pof triennale) così come, analogamente, il Dsga predispone il piano di formazione del personale Ata. Dov’è allora la novità  prevista nella legge della Buona Scuola? Indubbiamente il fatto che si esca dall’ambiguità, che il contratto vigente non risolve, tra formazione come diritto “per il personale in quanto funzionale alla piena realizzazione e allo sviluppo delle proprie professionalità ” e la sua configurazione come dovere, rendendo la formazione stessa obbligatoria, permanente, strutturale.  

Ma, ci domandiamo, può un obbligo tout court rendere efficace una dinamica consustanziale all’esercizio di una professione di elevata responsabilità  come è quella esercitata “nella” scuola? Certamente no, se  prima  e innanzitutto la comunità  scolastica non riprende coscienza che, per essere “viva”, deve riappropriarsi della consapevolezza di un ruolo strutturale che esercita nella costruzione del tessuto sociale di un Paese, il nostro.  

Quando la mia maestra delle elementari insegnava a una classe di 42 ragazzini ed era rispettata da tutti i genitori del paese ciò non accadeva in conseguenza della circostanza che ella era, indubbiamente, severa e preparata, ma perché le si riconosceva una leadership nei confronti della educazione dei figli e, inoltre, le si riconosceva il fatto che possedeva, per strumenti e conoscenze, il quid in più ritenuto, dalla famiglia, fondamentale per il successo e la crescita, dei propri figli. Quanti docenti, oggi, riconoscono alla loro “vocazione” professionale questo importantissimo ruolo sociale? Sono consapevoli che la scuola, insieme alla famiglia e alle altre agenzie del territorio, è la comunità che forma l’uomo che diventa, automaticamente in quanto persona, cittadino? E sarà forse un “obbligo” a poter determinare questo miracolo? Indubbiamente, che si “ri-punti” sulla necessità della formazione e non la si lasci al libero — troppo spesso — arbitrio, piuttosto che esercizio di libertà, cui fino ad oggi è stata relegata; e che il ministero abbia deciso di investire ben 40 milioni di euro all’impresa, servirà certamente a “ricentrare” il problema di rendere la formazione veramente leva strategica per elevare/implementare le competenze che postula la professione dell’insegnare. 

Ma serve ancora qualche sforzo non da poco. Innanzitutto occorre uscire dall’ambiguità delle iniziative formative proposte a livello centrale, fondata sulla modalità del “concorso a premi”. Non è più ipotizzabile indicare dall’alto le priorità formative, rappresentarle alle scuole attraverso azioni di candidatura per avere accesso ai finanziamenti e non garantire loro, dopo che collegi e gruppi di lavoro si sono impegnati a realizzare percorsi progettuali, una valutazione in base alla qualità del percorso progettato, certezza di finanziamenti e tempi congrui per la loro realizzazione. Perché la formazione, servizio a tutti gli effetti, deve contemperarsi con le altre ineludibili necessità della vita della scuola: la partecipazione agli organi collegiali, la preparazione delle lezioni, la correzione dei compiti, la realizzazione delle progettualità dedicate, la relazione con le famiglie e solo per fare qualche esempio. E certamente chi scrive ha contezza che la vita di una comunità complessa e unica come quella scolastica non può considerare il tempo del lavoro concepito come la sovrapposizione dell’orario di lezione e quello di “servizio” dei docenti. Insomma, le aggettivazioni “strutturale” e “permanente” devono essere concepite come unicum rispetto all’obbligatorietà, devono essere percepite dal professionista dell’insegnamento (ma anche dal personale tutto di supporto alla vita di ogni scuola) come opportunità e non come dovere fine a se stesso.

Perché sono vere due cose, che fanno del medico un bravo medico: osservare il malato, la sua persona, e dedurre, dall’osservazione dei sintomi e dal dialogo con lui, la malattia da curare e, poi, possedere le migliori strumentazioni per rendere efficace la cura. Ebbene, nel paragone non peregrino, l’osservazione, lo studio, la ricerca, l’approfondimento, la condivisione tra pari, il ricorso a chi è più esperto, dovranno ricostituirsi, essere “riscoperti” come gli elementi essenziali della professione del “docere”. 

Per “affermare il ruolo centrale della scuola nella società della conoscenza e innalzare i livelli di istruzione e le competenze delle studentesse e degli studenti, rispettandone i tempi e gli stili di apprendimento, per contrastare le diseguaglianze socio-culturali e territoriali, per prevenire e recuperare l’abbandono e la dispersione scolastica, in coerenza con il profilo educativo, culturale e professionale dei diversi gradi di istruzione, per realizzare una scuola aperta, quale laboratorio permanente di ricerca, sperimentazione e innovazione didattica, di partecipazione e di educazione alla cittadinanza attiva, per garantire il diritto allo studio, le pari opportunità di successo formativo e di istruzione permanente dei cittadini” (comma 1 Legge 107/15).

Chi pratica l’ambiente scuola in questi mesi di navigazione faticosa ma ricca di scoperte sa che deve ripartire dal diritto di formarsi continuamente, piuttosto che subire il dovere di essere un professionista qualificato e consapevole. Il diritto di essere il meglio possibile e di sapere dove si vuole andare ed anche dove vuole andare.

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