La didattica delle emergenze

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di M. Gloria Calì  insegnare  15 novembre  2015.  

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La conoscenza e la realtà, la scuola e la vita: è uno di quei momenti in cui è difficile per un insegnante far sì che il sangue e la paura che entrano nel nostro tempo “normale” attraverso le esplosioni di Parigi siano “gestiti” dentro un’aula scolastica. Non è facile trasformarli in opportunità educative.

Ne avevamo già parlato alla fine dell’estate del 2014, ma la distanza geografica ci aiutava forse ad essere più distaccati e progettuali.  Che fare, ora, nelle classi in cui tutti i bambini e ragazzi con occhi aperti sul mondo hanno capito perfettamente che a poca distanza da casa è successo qualcosa contro la gente comune, impegnata in normali, inconsapevoli attività di divertimento da fine settimana? Mia figlia, che ha nove anni, ha chiesto ripetutamente se tra le vittime ci siano bambini; una mia ex alunna mi scrive un messaggio su What’sApp in cui mi chiede cosa ne penso, e mi scrive un lunghissimo pensiero con le sue considerazioni personali. I nostri figli, anche quelli che lo sono soltanto “culturalmente”, hanno bisogno di capire.

Anche il ministro Giannini, dal sito del MIUR, esorta ad affrontare il tema a tutti i livelli d’istruzione. Non solo un minuto di silenzio, ma un intervento culturale.  Franco Lorenzoni, autore di un libro essenziale per capire i bambini e ciò che potrebbero essere grazie alla scuola, ha scritto anche un articolo, all’inizio di quest’anno, su Repubblica, in cui sottolineava l’importanza dell’educazione alla fragilità, all’emotività, oltre che alla pace e alla tolleranza. Proprio “Lezioni di fragilità” si intitolava il bel servizio di Vera Schiavazzi, (validissima giornalista da pochi giorni prematuramente scomparsa). Dall’emotività, bisogna ripartire: dall’autenticità. La stessa emotività autentica ed istintiva che ci dovrebbe colpire per le stragi in Nigeria, per le innumerevoli file di famiglie che cercano di entrare in Europa a piedi, con i bambini in braccio, o, con altri bambini, in quel mare nostrum che è anche francese.

L’onda emotiva rischia di sopraffarci, in quanto adulti consapevoli ma di fatto impotenti, ma siamo anche adulti di riferimento nelle classi e ci tocca il difficile compito di essere “grandi”: la “complessità del presente” – che le Nuove Indicazioni Nazionali ci esortano a focalizzare come obiettivo educativo della Storia – ha il volto di tutte le vittime di quella guerra ubiqua che qualcuno, anche il Papa, chiama “mondiale”. Le intolleranze ideologiche e religiose sono solo la superficie di un oceano oscuro di interessi economici e schieramenti di potere in cui non è facile né fare chiarezza, né trasmetterla.

E allora? Che fare? Come strutturare un segmento di curricolo sulle guerre dell’oggi, soprattutto se oggi ci colpiscono vicino casa?

Intanto evitando i luoghi comuni, le sintesi strumentali, le letture in “buoni” e “cattivi”, ma questo, in realtà non dovrebbe neanche essere necessario dirlo. La scuola dev’essere per tutti e parlare con tutti, conoscere ogni posizione e cercare aperture, non formare schieramenti mentali.
Collocare in un luogo gli eventi, contestualizzarli. Le conoscenze geografiche sono essenziali per capire la realtà fisica degli eventi, gli spostamenti dei terroristi e delle colonne di profughi, il dramma delle vittime di un sequestro e di chi cerca cibo per sopravvivere.

Cercare di suscitare la domanda: perché? E’ chiaro che i libri di testo non bastano, diventa ineludibile la ricerca sul web, che però non può essere casuale e ondivaga. Bisogna educare alla ricerca delle informazioni, insegnare strategie di selezione delle fonti: sul web si diffondono sciocchezze, così come si nascondono dati importantissimi e l’intelligenza e la capacità di giudizio del “ricercatore” di ogni età sono strumenti essenziali per usare la straordinaria apertura globale delle informazioni per produrre conoscenza, non scomposizione e banalizzazione del pensiero.

Importantissima è, in questi frangenti, la collegialità degli interventi didattici sull’attualità d’emergenza: se solo la professoressa di storia o il maestro di religione parlano degli attentanti, si rischia di far passare che la guerra e l’emotività sono “materie scolastiche”, secondarie per giunta, mentre gli altri insegnanti, quelli “seri”, continuano a fare gli esercizi come se nulla fosse. Ogni insegnante specialista ha una attrezzatura metodologica e un linguaggio con il cui leggere e riproporre l’evento, oltre che una identità professionale e umana di operatore culturale: in tutto questo bagaglio dovrebbero certamente trovarsi, o costruirsi, parole, gesti, idee per fare scuola con la realtà.

Nella lettura emotiva, gli alunni sono recettori spesso passivi: allora è importante prevedere anche forme di espressione delle sensazioni anche dolorose e delle domande. Gli insegnanti italiani sono tanto creativi per gli innumerevoli concorsi artistici, letterari, scientifici, giornalistici; ci auguriamo che sappiano esserlo anche per far esprimere l’esito dell’intervento didattico sulle violenze belliche europee e mondiali. Nessun contenuto diventa strumento interpretativo se non viene rivissuto e ridetto da chi lo riceve; deve trasformarsi in conoscenza, prima, e realizzarsi in una competenza, perché questo è il compito della scuola, e questo va difeso, anche quando sembra di essere totalmente impotenti.

A questi stessi argomenti insegnare ha dedicato anche l’editoriale “La violenza e noi“.

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