La politica che ignora la scuola

di Giuseppe Galasso, Il Corriere del Mezzogiorno, 15.9.2017

 
–  Ancora una volta l’avvio dell’anno scolastico lascia a Napoli una scia di insoddisfazione e di preoccupazioni che si ha ritegno a lamentare. Ritegno perché di anno in anno questa osservazione si ripete, e sembra quasi una giaculatoria rituale, una inutile genuflessione agli obblighi dei commenti pubblici al calendario della vita sociale. E, tuttavia, è, questo, uno di quegli argomenti per i quali non si deve avere il timore di apparire rituali, ripetitivi, convenzionali. È, infatti, come tutti ben sanno, uno degli argomenti di maggiore peso nella vita di una comunità, ma, nel caso di Napoli, anche un argomento di pertinace negatività nel quadro dei problemi cittadini. Come di solito, anche quest’anno si sono ripresentate, quindi, le dolenti note dei problemi di edilizia scolastica, della non ancora assicurata disponibilità degli insegnanti, dell’espletamento delle necessarie formalità burocratiche (quest’anno c’è anche la – opportuna! – questione dell’osservanza dell’obbligo della vaccinazione). Sapendo fra quante difficoltà di risorse, di tempo, di obblighi di varia natura si muove l’amministrazione della scuola e la funzione e l’attività dei docenti nella concreta prassi scolastica, sarebbe facile, ma poco opportuno e poco utile assumere i toni del facile censore. Però, detto questo, sorprende sempre che chi di dovere non riesca mai a prevenire necessità e urgenze che sono note da sempre e che puntualmente ogni anno si ripetono. Quest’anno la falla maggiore sembra verificarsi nel settore delle necessità proprie del purtroppo sempre ampio settore dei bambini e ragazzi disabili.

È del tutto superfluo sottolineare tutto quel che questo comporta per le famiglie e per la scuola, e non si può fare a meno di chiedersi se non sia proprio il settore della disabilità a dover costituire la prima preoccupazione di chi prepara l’anno scolastico. Si aggiunga che parliamo di una realtà come quella napoletana in cui l’evasione dell’obbligo scolastico è tradizionalmente molto alta. In ricerche che condussi io stesso, con altri, alla fine degli scorsi anni ’50, ossia quasi sessant’anni fa, l’evasione finale raggiungeva la preoccupante quota di oltre il 20%. Nei dati relativi all’inizio degli anni ’90 questa quota appariva sostanzialmente immutata. E oggi? Non serve coprire pudicamente l’inosservanza dell’obbligo scolastico definendola «dispersione scolastica». Le accurate statistiche del Comune di Napoli danno informazioni molto apprezzabili e dettagliate su questa dispersione. Ma, se andiamo all’essenziale e ci chiediamo quale sia la percentuale dei giovani napoletani che oggi non terminano neppure il ciclo dell’istruzione secondaria di primo grado (la scuola media inferiore, come volgarmente si dice), quella molto alta soglia del 20% ha enormi probabilità di vedersi non solo confermata, ma perfino accresciuta.

Peggio ancora è notare che le ragioni di questa preoccupante ritrosia alla scuola appaiano sostanzialmente le stesse, oggi, di mezzo secolo fa: povertà, ignoranza, abitudini e pregiudizi inveterati, forti attrazioni alternative di accesso a facili e magari meschini guadagni, e così via. È anche appena il caso di dire che sul fenomeno si profila in modo particolare l’ombra nerissima della connessione con la diffusione della malavita, in una città in cui si ritiene che almeno il 50% dei commercianti paghi il pizzo camorristico senza neppure pensare a una possibilità di denuncia, e in cui lo spaccio di droga a opera dei minori sembra diventata una pratica diffusa. È chiaro, insomma, e non da oggi, che il problema della scuola non è a Napoli un problema settoriale, un problema fra tanti. È, invece, un problema di quelli massimi e prioritari. Quando diciamo che la lotta alla malavita è innanzitutto un problema di cultura, a che cosa pensiamo, se non pensiamo subito alla scuola? Quando diciamo che i problemi dello sviluppo economico e civile sono innanzitutto i problemi di una potenziata formazione culturale, a che cosa pensiamo se non alla scuola?

Sì, è vero, lo sappiamo: la moderna società ultratecnologica può essere largamente descolarizzata. Ma questa constatazione è fatta e vale per società in cui l’esperienza della scuola è stata consumata fino in fondo, e la descolarizzazione si ha in un quadro, per così dire, sostanzialmente post-scolastico. Qui da noi, la renitenza alla scuola si ha nel quadro di una società che è ancora in alta misura al di qua della scuola. Ed è quindi anche per questo non lieto contesto che da noi assicurare normalità e immediata funzionalità ed efficienza alla riapertura dell’anno scolastico assume un’importanza straordinaria e trascende di molto la questione di una buona amministrazione quale quella che tutti, in tutti i campi della vita sociale, desidereremmo.

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