La riforma della scuola allo scontro finale

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Ripartita la discussione al Senato sulla buona scuola l’opposizione affila le armi con migliaia di emendamenti mentre si annunciano manifestazioni e scioperi degli scrutini. Il rush finale della rivoluzione copernicana voluta da Renzi nasconde parecchie insidie. Intanto in Lombardia il Consiglio di Stato boccia il sistema della dote scuola

di Michele Sasso,  l’Espresso  3.6.2015.

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«La riforma della scuola sarà legge entro metà giugno, anche con la fiducia al Senato se l’ostruzionismo lo renderà necessario. Chi vorrebbe brandire il risultato delle regionali per frenare l’agenda del governo è avvertito: si procede ancora più determinati di prima».
Il premier Matteo Renzi l’ha ripetuto come una litania ai suoi interlocutori: l’onda lunga delle elezioni regionali (con la divisione tra democratici entusiasti e critici e il crollo di voti) non deve lambire l’argine del disegno di legge che riforma l’istruzione italiana.
Oggi è ripartita la discussione in Senato sulla Buona scuola, ma solo domani si entrerà nel vivo con la votazione degli emendamenti dopo i pareri vincolanti della commissione bilancio.
Il cammino all’interno di Palazzo Madama è pieno di insidie: ci sono 2.200 emendamenti presentati dall’opposizione.
La minoranza del Partito Democratico ha già fatto sapere che non sarà facile per il presidente del Consiglio incassare il «sì» compatto alla riforma.
Il più critico è Stefano Fassina: «Spero che ci sia la disponibilità politica a una correzione di rotta. Perché la scuola è un fattore che ha contribuito in modo cospicuo alla perdita di voti. Al Senato sono stati presentati emendamenti sul potere dei presidi, sul piano di assunzioni, sui finanziamenti degli istituti, che si pongono in continuità con quelli depositati in prima lettura alla Camera e se non ci fosse una modifica vorrebbe dire che c’è una rottura con il nostro mondo».
La minoranza Pd gioca la sua partita: Miguel Gotor e altri quindici senatori hanno firmato emendamenti su misura per un piano assunzioni “pluriennale”, per la copertura di posti vacanti di tutti gli insegnamenti (compreso il sostegno) e l’assunzione a tempo indeterminato di personale docente ed educativo incluso nelle graduatorie e tutti gli abilitati che riforma dopo riforma sono rimasti nel limbo del precariato.
Anche Alessia Petraglia, capogruppo Sel in commissione Istruzione “sollecita” un piano pluriennale di assunzioni che comprende «tutti i precari che lavorano da anni nella scuola, gli idonei al concorso del 2012, gli educatori e il personale Ata e l’eliminazione dell’incredibile articolo 14 che prevede il licenziamento dei supplenti che hanno lavorato per più di trentasei mesi, al contrario di quanto stabilito dalla sentenza della Corte di giustizia europea dello scorso mese di novembre».
La relatrice Francesca Puglisi spiega le ragioni del partito democratico e del Governo:«Siamo ad un passo dall’approvazione anche se l’opposizione vuole smontare la Buona scuola, andiamo avanti per assumere 100 mila insegnanti. E poi vogliano rilanciare l’autonomia scolastica e investire le ingenti risorse messe a disposizione per potenziare l’offerta formativa e combattere la dispersione scolastica».

LO SCIOPERO
Una settimana che si preannuncia calda per le manifestazioni di venerdì 5 giugno quando in tutte le piazze italiane andrà in scena una fiaccolata collettiva.
Fuori dalle aule per raccontare cosa succederà con lo sciopero degli scrutini: un’ora di braccia incrociate cavalcato da Flc Cgil, Cisl e Uil scuola, Gilda e Snals nei primi due giorni di scrutinio di ogni singolo istituto.
Funziona così: se si sono anticipate la fine delle lezioni di qualche giorno e si inizia gli scrutini prima, i docenti potranno manifestare nei primi due giorni. Una mossa estrema per rallentare il lavoro di insegnanti e maestri impegnati nelle valutazione di milioni di alunni con il rinvio dei consigli di classe e lo slittamento in avanti nelle ore notturne o peggio ancora fino a domenica 14 giugno, ultimo giorno utile.
Così il governo potrebbe pagare un altro pegno pesantissimo, come spiega Mimmo Pantaleo della Cgil:«Si faccia un decreto sulle assunzioni e si apra un vero confronto per cambiare radicalmente e con i tempi necessari il disegno di legge. Non bastano piccoli aggiustamenti rispetto a un impianto inaccettabile e incostituzionale in molte parti. I veri conservatori sono quelli che hanno scritto il testo di legge perché pensano a una scuola sempre più disuguale con meno libertà, democrazia e diritti».

TUTTI I NO ALLA RIFORMA
I motivi dello scontro nonostante mesi di confronto sulla buona scuola, incontri, suggerimenti e consultazioni online sono sempre gli stessi che non vanno giù ad addetti ai lavori e migliaia di insegnanti: il preside-manager continua ad avere troppi poteri, mentre lo stralcio del 5 per mille a favore delle scuole statali (e no) ha ingigantito il significato politico delle donazioni liberali (school bonus) e della detrazione fiscale a favore delle paritarie, che invece sono rimaste nel provvedimento.
Una deriva aziendalistica affidata a un dirigente sempre meno preside e sempre più manager, che distribuisce premi annuali al personale a lui più vicino, che decide quali docenti precari vanno assunti e quali di ruolo meritano di rimanere.
E poi le assunzioni dimezzate, gli stipendi lasciati sotto l’inflazione, la chiamata diretta dei docenti, la composizione e funzione dei comitati di valutazione, fino alla disapplicazione dei contratti nazionali, ai limiti di 36 mesi per le supplenze.
Intanto un segnale dello squilibrio tra scuole private e pubbliche è arrivato dalla Lombardia: il consiglio di Stato ha bocciato il sistema della dote scuola. Voluto fortemente dall’ex governatore Roberto Formigoni ha distribuito in tredici anni mezzo miliardo di euro.
Troppa differenza il sostegno (a parità di reddito familiare) tra gli studenti delle pubbliche – tra 60 e 290 euro – e quello che va ai coetanei privatisti che possono intascare fino a 950 euro.
Una disparità non accettabile per i giudici amministrativi: «Senza alcuna giustificazione ragionevole e con palese disparità, le erogazioni sono diverse e più favorevoli per chi frequenta una paritaria. Non è corretto né logico prevedere due importi diversi nel caso di situazioni del tutto analoghe».

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