La scuola e gli scogli

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di Giuseppe Bagni,  insegnare  1.7.2015

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Tornando a casa sul tram sono saliti accanto a me cinque ragazzi in età da scuola superiore, chiassosi fuori misura come lo sono spesso certi studenti in libertà non vigilata, dopo aver scontato gli otto mesi di scuola.
Ho visto il fastidio degli adulti, costretti a fare da spettatori ai loro lazzi reciproci, tra chi poteva dormire fino a mezzogiorno e chi invece doveva tornare la mattina dopo per il supplemento di condanna dei corsi di recupero. Il vocabolario era un turpiloquio continuo, in perfetta sintonia con la pochezza delle frasi scritte sulla maglietta di uno di loro che elencava le cinque ragioni  perché una birra è meglio di una ragazza.
Negli sguardi obliqui dei presenti che li circondavano si leggeva facilmente frasi silenziose del tipo: meno male che mio figlio non è come loro e frequenta altre scuole. Si capiva che quei giovani appena scesi dal tram sarebbero tornati ad essere testimonianza di un’adolescenza che si può ignorare: potrà capitare di trovarne traccia sulle cronache dei giornali ma resta esterna alla rete delle relazioni che abbiamo tessuto e quindi estranea al nostro mondo. La tolleranza dei presenti derivava dalla certezza che a breve sarebbero tornati invisibili.

Estraneo ed esterno sono vocaboli che derivano dal latino “extraneus” che è la base etimologica di “straniero”.
Di “stranieri interni” problematici in Italia ne abbiamo molti. Differiscono da quelli che premono alle nostre frontiere per entrare, o sostano presso altre frontiere in attesa di uscire. È anzi probabile che molti di loro non si siano mai allontanati da dove sono nati, ma la domanda che pongono è la stessa e questa volta ineludibile: trovare una propria collocazione nella societàper vivere la propria vita. Che cosa significa scuola, lavoro, cittadinanza? Perché la cittadinanza vera non è sancita una volta per tutte dalla carta d’identità, ma è garantita solo dal possesso degli strumenti culturali che permettono di partecipare alla vita sociale.
I nostri giovani che non terminano gli studi o lo fanno senza acquisire competenze, quelli che non studiano e non lavorano e gli adulti colpiti da analfabetismo di ritorno, sono cittadini colpiti da minorità.

I passeggeri del tram che mi portava a casa sono liberi di cambiare di posto oppure aspettare che quei giovani scendano alla fermata e tornino invisibili, ma chi tiene al futuro del paese non dovrebbe dimenticarsi di loro.
Ci sono le scuole per incontrarli, e l’incontro si trasforma spesso in uno scontro con la sgradevolezza dei loro modi, l’arroganza, la spavalderia posti a nascondere una fragilità che molti di noi non hanno attraversato, irrobustiti come eravamo dalle nostre famiglie e dalla promessa di un futuro che ci attendeva a braccia aperte. Ma questa fatica va affrontata se si tiene al futuro del paese.

In questi giorni il governo sta varando una legge sulla scuola che sembra scritta per piacere a quegli adulti del tram che distolgono lo sguardo o cambiano di posto. Se non si rimedia èun’occasione persa proprio nel momento in cui la scuola era stata coraggiosamente rimessa al centro dell’interesse del Paese. Siamo portati per natura ad analizzare ciò che è scritto, ma molto più grave è ciò che nella legge manca.
Non ci sono gli studenti in questa legge, non ci sono i processi vivi del fare scuola. Non una parola sulla necessaria innovazione della didattica; sul carattere sociale della conquista del sapere e della conoscenza di sé che ne è il risultato personale più prezioso.
Nulla sulle disuguaglianze degli esiti scolastici che hanno le prime radici nell’abbandono che in molte parti dell’Italia subiscono gli studenti, vista la mancanza di norme minime che tutelino il loro diritto allo studio. Si parla continuamente di “merito” ma si tagliano le borse di studio che dovrebbe esserne il primo e più naturale riconoscimento (come da Costituzione). Garantire il diritto allo studio è vissuto come un costo ma in realtà è l’investimento più redditizio che puòfare lo Stato.
Non una parola sullo scempio prodotto dai provvedimenti Moratti e soprattutto Gelmini, nonostante lo esigesse una legge dello Stato. Non una parola sull’analfabetismo di ritorno che ci vede tristemente in lotta per primo posto nel mondo.
Nulla di credibile per combattere le diseguaglianze tra regioni e tra scuole della stessa regione, vera piaga del nostro sistema. Che senso ha parlare di inclusione in scuole destinate agli esclusi? Non sarebbe il momento di ripensare complessivamente il nostro sistema d’istruzione?

Rispetto alla presenza di scuole di serie A e di serie B l’autonomia finanziaria potrà solo peggiorare la situazione aumentando (di tanto o di poco non conta) le risorse delle scuole nei territori economicamente già avvantaggiati e impoverendo quelle dei più poveri. Il fatto poi che i soldi pubblici siano stati mal utilizzati in alcuni territori dovrebbe spingere verso una valutazione seria di chi ha gestito le risorse che lo Stato non ha mai fatto.

Rendere alla scuola ciò che le era stato sottratto negli anni precedenti (personale, ore, compresenze, laboratori) sarebbe stato il segnale da tutti atteso. Nello stesso tempo, prendersi il tempo necessario per capire quale sia oggi la scuola in grado di cambiare davvero il Paese. Non un rinvio sine die: la Francia lo ha fatto nel 2005 in otto mesi con la commissione Thélot, il risultato è pubblicato e chiunque lo può discutere, anche solo per questo è di una serietàincommensurabile rispetto alla pochezza della consultazione online.

Si dirà che il mondo della scuola è conservatore e restio a qualunque cambiamento. In parte èvero e anche giusto, perché se non ci fosse nulla che vale la pena conservare e testimoniare perderebbe di senso la stessa idea di scuola. Ma noi la vogliamo cambiare davvero. Vogliamo che sia capace di intercettare tutti i nuovi bisogni e tutte le intelligenze che la abitano.
Vogliamo che sia la casa del futuro per tutti, senza nessuno tenuto lontano dagli occhi, come accomodato su uno scoglio ad aspettare il primo futuro che passa.

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