La spallata dei professori. “Sul ddl il governo ora rifletta”

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metro  1.6.2015.  

Manifestazione contro la riforma della scuola

A quanto pare, le regionali si sono concluse con un risultato calcistico, quasi tennistico: 5 a 2. Ma una campagna elettorale non è una competizione sportiva. Se si analizzano i dati più attentamente, risulta chiaro che quell’esito elettorale implica ben altro.

Bisogna considerare, innanzitutto, che i competitori non erano due, come le squadre di calcio, ma almeno tre, e in molti casi anche di più. In un contesto del genere, dunque, è normale che si possa vincere pur perdendo molti voti. Se per governare in un sistema bipolare, infatti, bisogna superare il 50%, in un sistema tripolare basta il 35. E così è stato.

Tranne rare eccezioni, quasi nessuno dei neo governatori ha superato il 40% dei consensi, e in Liguria è bastato un voto su tre per assicurarsi la vittoria. Pazienza se un cittadino su due non ha votato: se hai il consenso di un elettore su sei, governi una regione.

Il dato più clamoroso però, anche se ampiamente prevedibile, è l’astensione, che si conferma il vero “partito della nazione”. Non è certo il caso di dilungarsi in oziose congetture su come avrebbero votato gli astenuti, ma è un dato che mostra una drammatica e pericolosa presa di distanza dalla politica.

A dispetto del risultato calcistico, ciò che davvero bisogna analizzare è il dato macroscopico che emerge dalle percentuali nette su scala nazionale. Il Partito Democratico, quello che governa questo Paese, ieri ha ottenuto un misero 23,7%, e ciò significa che ha disperso un patrimonio di consensi che solo dodici mesi fa lo attestava al 40,8%. Una vera “débacle”.

Di fronte a questi risultati, nessun segretario di partito canterebbe vittoria, specialmente se a ciò si somma il fatto che metà degli elettori non sono andati a votare. Cosa è successo quindi? Come si spiega una tale dispersione di voti? Vuoi vedere che i docenti, quelli delusi dal PD e indignati per una riforma che minaccia di distruggere la scuola, hanno deciso in massa di non votarlo e di non farlo votare?

Si dirà, ovviamente, che i docenti rappresentano una piccola percentuale, il 3-4% dell’elettorato, familiari inclusi. Ma le cose non stanno così. Se il PD ha perso il 17% nel pieno della discussione sulla riforma della scuola, un ruolo, gli insegnanti, lo hanno avuto eccome, forse persino al di là delle loro aspettative. E chissà, forse oggi qualcuno ricorderà le numerose e affollatissime mobilitazioni con le quali i docenti hanno informato, giorno dopo giorno, ogni singolo cittadino sui pericoli della più contestata riforma scolastica dal dopoguerra.

Ci rifletta il Governo, prima che il Ddl sia discusso in Senato. Si renderà conto che la spallata c’è stata, e anche se la serratura non ha ceduto, il messaggio elettorale è stato infilato sotto la porta. Lo hanno scritto tutti i docenti che in dodici mesi hanno cambiato idea. Lo leggano, i ministri e i sottosegretari: c’è scritto che una riforma non si porta avanti senza ascoltare e senza dialogare.

Quel messaggio però, più che al Governo, è indirizzato ai senatori del PD. Sono loro a dover capire che se approveranno il Ddl così com’è, non solo canteranno il “de profundis” della scuola libera, pubblica e trasparente, ma getteranno le basi per la definitiva distruzione del loro partito. Un partito che si chiamava democratico, e che ora è gestito da un uomo solo, che fa il segretario, il premier, il ministro dell’istruzione e l’onnipresente ospite in tv. E forse si renderanno conto che non è quest’ultima l’attività che gli riesce peggio.

Gli insegnanti del gruppo GESSETTI ROTTI

GILDA VENEZIA - Associazione Professionale GILDA degli INSEGNANTI - Federazione Gilda Unams

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