La triste deriva della “cultura della valutazione”

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di Cosimo De Nitto, Educazione & Scuola, 21.4.2015

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Per un decennio e più in Italia, e non solo in Italia, si sono sviluppati dibattiti, confronti, accese polemiche sui test invalsi, sulla cosiddetta cultura della valutazione, sulla differenza tra valutazione e misurazione, sulla validità dei metodi econometrici, sul rapporto tra test somministrati agli alunni e possibilità di ricavare da essi elementi affidabili e certi per la valutazione dei docenti e delle scuole.
Si è discusso e polemizzato sull’utilità di strumenti come quello cosiddetto reputazionale che si basa sulla soddisfazione dell’utente per valutare la qualità della scuola e il valore professionale dei docenti. Si è discusso e polemizzato sul rapporto tra valutazione di sistema, degli studenti, dei docenti, delle scuole, dei dirigenti. Ci si è accapigliati sulla possibilità di rilevare e calcolare in forma certa, obiettiva, scientifica il cosiddetto valore aggiunto e l’influenza sui fattori educativi delle condizioni socio-culturali del territorio.
Sono scese in campo corazzate nazionali e internazionali, organizzazioni private e collegate ai poteri forti della finanza come per esempio la casa editrice Pearson, leader mondiale nell’editoria scolastica e nei servizi didattici multimediali, o TreeLLLe, Fondazione Agnelli, Confindustria, Comunione e Liberazione. Sono scesi in campo mezzi di comunicazione e opinion leader, intellettuali, accademici e giornalisti in una campagna straordinaria di comunicazione che trovava talvolta la semplificazione in slogan vuoti e insulsi del tipo “ce lo chiede l’Europa”. Sono stati versati fiumi di inchiostro, si sono svolti innumerevoli convegni, sono state fatte numerose ricerche, non c’è stato salotto televisivo in cui si parlasse di scuola e di merito in cui la problematica non fosse affrontata. Tranne i casi in cui si è scaduti in banalizzazioni polemiche semplificatrici e rozze per cui coloro che con buone ragioni mettevano in discussione la filosofia sottostante le prove invalsi sono stati accusati di essere contro la valutazione, il dibattito, comunque, ha raggiunto spesso alti livelli finché…. finché non è arrivato il semplificatore, versione postmoderna del rottamatore. E cosa ha fatto? Quale novello Alessandro Magno ha reciso di netto il nodo gordiano che teneva dialetticamente contrapposti, ma al contempo uniti, i difensori dell’invalsi, dei metodi econometrici, della misurazione quantitativa, e i loro critici secondo i quali l’oggettività si ferma sulla soglia dei processi che investono la persona umana, i suoi complessi, soggettivi, particolari, unici processi di apprendimento e crescita culturale e psicologica.
Gli uni e gli altri su una cosa almeno concordavano, che la valutazione è un processo collegiale che ha bisogno di procedure e metodi condivisi, di cui si dà giustificazione con la trasparenza dei meccanismi attraverso cui si perviene a determinati giudizi di valore, si dà giustificazione del fatto che i criteri scelti valgono erga omnes, senza differenze e senza discrezionalità verso nessuno, senza personalismi di alcun genere, senza arbitrio. La valutazione, insomma, come una sorta di auto-rendicontazione sociale che garantisce l’equanimità e per ciò da tutti almeno accettata, anche nei casi in cui non è condivisa.
Il nodo gordiano è stato reciso dal ddl del governo che fa strame di ogni dibattito appassionato, colto, specialistico, scientifico. Quello che hanno elaborato e scritto in tanti anni studiosi e specialisti come Israel, Oliva, Gavosto, Vertecchi, Losito, Muraglia, Sestito, Valeria Pinto ecc. ecc., niente, non vale niente, elaborazioni e pensiero gettati alle ortiche, non servono. Tutti i paradigmi quantitativi o qualitativi che siano, comunque tutti caratterizzati da dignità scientifica, pedagogica e culturale gettati alle ortiche.
Lavoro inutile. Il semplificatore ha trovato il modo di risolvere la vexata quaestio assegnando ad una
singola persona, il dirigente scolastico, il potere di valutare, decidere, scegliere piani, risorse materiali e umane su tutto il complesso fronte dell’articolata e multiforme vita scolastica, senza bisogno di competenze opportune, di paradigmi qualitativi o quantitativi, senza bisogno di giustificare e rendicontare criteri e parametri, senza controllo alcuno se non quello del governo centrale, senza il dovere primo di attenersi a regole che non siano discrezionali, ma giustificate da criteri trasparenti, condivise, universalmente valide in tutte le scuole, che non possono essere dei regni indipendenti in cui ciascun sovrano si dà le leggi che ritiene giuste a suo insindacabile giudizio. Chiamare l’indipendenza di questi regni “autonomia” fa torto e contraddice l’altro termine che esegue il dettato costituzionale, che è il “sistema” delle scuole della Repubblica. Ogni scuola fa sistema a sé perché ha in sé il soggetto e l’autorità regolatrice e insieme alle altre scuole non formano sistema, mancandone i presupposti, regole di governance e criteri trasparenti e oggettivi che valgono per tutti.
Alla fine il potere assoluto e discrezionale del dirigente è il terminale della “cultura della valutazione”? Qui si risolvono i complessi problemi teorici, scientifici, pedagogici di una valutazione oggettiva o soggettiva che sia, inflessibile e rigorosa o comprensiva, formativa e amichevole che sia, rivolta a misurare la prestazione per stabilire scale di valori e differenze oppure elemento interno al processo che aiuta e indirizza la crescita? Basta assegnare ad una sola persona il potere di decidere tutto, basta togliere la responsabilità collegiale, basta sottrarre la condivisione delle scelte alla comunità scolastica per risolvere i problemi della scuola?
Basta un intervento legislativo che accentri la governance per elevare la qualità degli apprendimenti, per motivare ed elevare la professionalità, per responsabilizzare la comunità scolastica e in particolare i docenti? Basta abolire il principio costituzionale della libertà di insegnamento per rendere la scuola all’altezza dei tempi, delle sfide globali, dei cambiamenti culturali che caratterizzano il mondo moderno? Chi è d’accordo alzi la mano, argomenti, dimostri. Altrimenti dica a chiare lettere che questo ddl è la rovina per la scuola, un arretramento che non fa compiere un passo avanti, ma due indietro e disperde quello di buono che c’è nella scuola, quel patrimonio costituito dalle buone pratiche che si sono diffuse nonostante le sciagurate politiche dei governi e si sono diffuse grazie al clima di libertà e autonomia che necessita per sperimentare ricerca e sperimentazione contenutistica, metodologica, didattica.

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