Lavorare fa bene: docenti in pensione a 67 anni, ci si ammala di meno restando occupati

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di Robert Brumărescu,  Professionisti Scuola Network, 7.11.2017

– La buona notizia è che viviamo più a lungo – in media 80 anni, secondo stime Istat – la cattiva è che si allunga l’età di entrata in pensione sia per gli uomini che per le donne. Non saranno più sufficienti gli attuali 66 anni e 7 mesi, bensì ne serviranno 67 tondi, tondi. Queste le previsioni per il 2019 elaborate dall’Istituto nazionale di statistica. Se così fosse, l’Italia sarebbe il primo Paese in Europa a superare la soglia dei 67 anni per la pensione di anzianità. Le cifre in ballo sono le seguenti: contrariamente a quanto accade attualmente, dove per l’uscita anticipata servono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne, saranno necessari 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi il gentil sesso.

Non solo numeri
Oltre i numeri c’è di più. Se è vero che l’aspettativa di vita nel Bel Paese sia cresciuta dell’0,4% rispetto al 2015 – con un rischio di morte prima dei 65 anni praticamente dimezzato rispetto a 40 anni fa – non si può dire lo stesso della salute mentale degli italiani. Da un’indagine Istat del 2017 sulle condizioni di salute e il ricorso ai servizi sanitari in relazioni ai vincoli lavorativi, emerge come lo stress da lavoro colpisce ben sei milioni di italiani, praticamente un dipendente su cinque. Pressioni, scadenze, incertezze sui contratti lavorativi, incidono sulla salute psichica e la qualità di vita. Depressione e ansia tra i disturbi più comuni, con un impatto notevole sulla comunità e sull’economia globale.

Riflettori puntati sull’OMS

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) la salute mentale è una “condizione di benessere emotivo e psicologico nel quale l’individuo si trova in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all’interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti, nonché partecipare costruttivamente ai mutamenti dell’ambiente”. Società, cultura, fattori genetici e ambientali interagiscono e determinano la salute psico-emozionale degli italiani. Per tali ragioni, oggi la salute mentale si trova ai primi posti tra gli obiettivi che la Comunità europea intende raggiungere nei prossimi anni.

Lavorare fa la differenza
La ripresa economica sembra alle porte: a luglio 2017 la stima degli occupati cresce dello 0,3% rispetto allo scorso giugno, mentre la disoccupazione giovanile resta stabile al 35,5% (Istat). Dati che spiegano la realtà. Quello che si vede è come l’occupazione possa fare la differenza non solo nel recupero e nella guarigione da malattie psichiche ma, risulti anche un vero e proprio fattore di promozione della salute. La disoccupazione è ritenuta infatti un fattore di rischio per le cadute depressive e i disturbi psichici in generale. La vulnerabilità è maggiore tra gli uomini dove, il non percepire un reddito mensile, incrementa del 2,2% il rischio di disturbi dell’umore. Rispetto al 2011 incrementa il tasso di suicidi – spesso associati a malattie psichiche o disabilità fisiche – con una frequenza che sale di un punto percentuale. Proprio sulla volontà di togliersi la vita il nostro Paese si colloca sotto la media europea (6,6% rispetto al 12,6% del vecchio continente).

Riferimenti

 
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