Legge Fornero: le nostre proposte

dalla Gilda degli insegnanti di Venezia,  25.11.2017

– La Gilda degli insegnanti di Venezia ribadisce la sua posizione critica nei confronti dell’inerzia del governo. Manca ancora una visione di sistema per riformare la previdenza. Con particolare riferimento alla scuola e ai docenti.

La Gilda degli Insegnanti della Provincia di Venezia ribadisce la sua posizione critica sulla posizione del Governo in merito alla mancata revisione dei parametri previsti dalla riforma Fornero che obbliga i lavoratori ad un iniquo allungamento dell’attività lavorativa a partire dal 1 gennaio 2019.

Ricordiamo che dal 1 gennaio 2019 si potrà andare in pensione con una anzianità di servizio di almeno 43 anni e 3 mesi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne con un incremento di ben 5 mesi rispetto al 2018. Per le pensioni di vecchiaia, quelle per raggiungimento dell’età pensionabile a prescindere dall’anzianità di servizio, dal 2019 serviranno 66 anni e 7 mesi che verranno progressivamente aumentati calcolando nel futuro l’aumento delle speranze di vita su base ISTAT. I confederali avevano chiesto che alcune categorie, i lavori usuranti, fossero esentate dall’aumento dei requisiti per andare in pensione e che si bloccasse o si riducesse per tutti l’incremento della quota di lavoro per la  pensione anticipata.

Il governo ha dato una parzialissima risposta ad alcune richieste. Positivo, ad esempio, è il fatto che le insegnanti della scuola dell’infanzia siano comprese tra i lavori usuranti. Ma sui temi più importanti il governo ha confermato gli assetti della riforma Fornero adducendo problemi di bilancio.

A nostro avviso manca ancora una piattaforma seria da parte delle tradizionali forze politiche e sindacali per una radicale modifica non solo della Legge Fornero, ultima di una serie di riforme che hanno ridotto negli ultimi trent’anni i diritti dei lavoratori nel campo pensionistico, ma di tutto il sistema previdenziale. In particolare manca ancora una visione chiara delle riforme da proporre in merito alla situazione dei docenti che non possono essere assimilati a semplice “personale dello Stato di natura impiegatizia”. Su questo i sindacati confederali scontano ancora una storica mancanza di riflessione.

Quali le nostre proposte?

  • DISTINGUERE CHIARAMENTE TRA SPESA PREVIDENZIALE E SPESA ASSISTENZIALE.

Il sistema pensionistico italiano, in relazione alla spesa delle pensioni sostenuta dai contributi dei lavoratori, è sostanzialmente in equilibrio. L’anomalia è che a carico dell’INPS, e perciò della massa dei contributi pagati dai lavoratori, rientra la quota GIAS (Gestione Interventi Assistenziali). La quota GIAS comprende una parte consistente di interventi di carattere esclusivamente assistenziale come le integrazioni al minimo, le maggiorazioni sociali e gli assegni familiari, ecc. In concreto l’INPS supplisce a tutti quegli interventi di welfare che nella contabilità di altri paesi europei sono a carico di fondi separati dal sistema previdenziale classico e sono finanziati dalla fiscalità generale. Separare la spesa pensionistica reale dalla spesa assistenziale significa fare chiarezza su chi paga il welfare in Italia. Non è accettabile che i contributi dei lavoratori siano utilizzati surrettiziamente per sostenere le spese assistenziali del welfare. SI DEVE INVECE PENSARE A FORME DI REDDITO DI CITTADINANZA (o come si voglia chiamarlo..) a carico della fiscalità generale per tutta la variegata casistica di erogazioni assistenziali e per le varie forme di disoccupazione o di sottoccupazione.

  • RIFORMARE RADICALMENTE LA LEGGE FORNERO

Il progressivo aumento dell’età per andare in pensione viene calcolato su base ISTAT. Ciò comporta l’aumento degli anni di contribuzione necessari per la pensione anticipata (quella che si ottiene prima del raggiungimento dei requisiti per la pensione di vecchiaia). Ad esempio tra 10 anni serviranno ben 44 anni e 3 mesi di contributi per andare in pensione anticipata. Sempre applicando i parametri di aspettativa di vita previsti dalla legge Fornero tra 10 anni si potrà andare in pensione per il raggiungimento dei limiti di età a 68 anni e 1 mese. Nel 2045 serviranno 69 e 10 mesi.  Di fronte ad un mercato del lavoro frammentato e fondato su precarietà e contratti a tempo determinato possiamo immaginare un futuro di anziani costretti a lavorare fino ed oltre i settant’anni non potendo versare i contributi sufficienti per andare in pensione anticipatamente. SERVE UNA RIFONDAZIONE DEL SISTEMA PENSIONISTICO soprattutto per consentire ai giovani che tentano di entrare ora nel mercato del lavoro di poter andare in quiescenza ad una età non superiore a 65 anni (la media europea è ora di 63 anni). Nel caso della scuola non è pensabile immaginare una scuola in cui i docenti invecchino nelle aule fino a settant’anni.

  • RICONOSCERE COME LAVORO USURANTE L’INSEGNAMENTO PER TUTTI I DOCENTI CHE LAVORANO IN AULA CON GLI ALLIEVI

Se è positivo il riconoscimento della qualifica di lavoro usurante per i docenti della scuola dell’infanzia, è necessario che tale status sia esteso a tutti i docenti che lavorano in classe con l’esclusione di chi svolge mansioni di natura gestionale, di ricerca, per i comandati e distaccati presso il MIUR e negli enti di formazione e ricerca riconosciuti dal MIUR e per i sindacalisti in distacco dall’insegnamento.

  • INTRODURRE IL PART-TIME VOLONTARIO A PARITA’ DI STIPENDIO PER I DOCENTI ALMENO NEGLI ULTIMI CINQUE ANNI DI SERVIZIO

E’ impossibile immaginare che un docente abbia sempre le stessa capacità psicofisiche per reggere il complesso e impegnativo lavoro di docenza in aula soprattutto in quelle realtà socialmente complesse e difficili o nei settori della formazione e istruzione che necessitano di maggiori competenze relazionali e di aggiornamento professionale. Bisogna evitare che lo stress e la stanchezza legati ad un lavoro in cui i casi di burnout sono maggiormente diffusi abbiano ricadute negative sulla scuola e gli allievi. Proponiamo che si possa chiedere a livello volontario negli ultimi anni di carriera prima del pensionamento una riduzione al 50% delle ore di insegnamento frontale per dedicare le ore di lavoro residue ad attività di tutoraggio, organizzazione dei progetti, definizione dei contenuti del PTOF, figure strumentali, ecc. Ciò consentirebbe di favorire un turnout adeguato con i nuovi docenti e di ridurre il peso delle risorse dedicate nel FIS (Fondo dell’Istituzione Scolastica) al pagamento del lavoro accessorio per funzioni diverse da quelle previste dal lavoro di insegnamento.

La Gilda degli Insegnanti di Venezia confida che, sulle ipotesi di revisione del sistema previdenziale e pensionistico, con particolare riferimento alla situazione dei docenti della scuola statale, si trovi la più ampia convergenza delle forze sindacali e politiche.

Gilda degli Insegnanti della Provincia di Venezia

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