Licei di 4 anni sotto vigilanza

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di Marco Nobilio,  ItaliaOggi, 23.5.2017

Sì con riserva del Cspi al decreto. Serve un pool di esperti a livello regionale e nazionale.

Sì alla sperimentazione dei percorsi quadriennali di scuola secondaria superiore. A patto che ciò non si riduca a una mera compressione in 4 anni del curriculo ordinario. E che le scuole che aderiranno al progetto non vengano lasciate sole dall’amministrazione centrale. È un placet con riserva quello espresso dal Consiglio superiore della pubblica istruzione (Cspi), in sede di emanazione del parere sullo schema di decreto ministeriale sul piano nazionale di innovazione ordinamentale per la sperimentazione di percorsi quadriennali di istruzione secondaria di II grado. Dunque, anche il governo Gentiloni prova a ridurre da 5 a 4 il percorso di studi delle secondarie di II grado. Riduzione che porrebbe la scuola italiana in linea con la maggior parte dei paesi europei. E che consentirebbe di ridurre il numero dei docenti di scuola superiore del 20%.

In passato si è tentato di colmare il gup con gli altri paesi introducendo la laurea triennale. Ma in molti casi si è sortito l’effetto contrario. Si pensi, per esempio, alla trasformazione di alcuni corsi universitari quadriennali da 4 a 5 anni a ciclo unico, con relativo aumento del numero degli esami. Per non parlare della previsione obbligatoria del successivo conseguimento di un ulteriore specializzazione biennale ai fini dell’accesso a concorsi importanti, prima accessibili con il possesso del mera laurea quadriennale. Uno per tutti: il corso di laurea in giurisprudenza, già quadriennale e ora quinquennale a ciclo unico e la successiva specializzazione ai fini dell’accesso al concorso in magistratura. Dunque, si ritorna al vecchio progetto della riduzione da 13 a 12 anni del percorso scolastico. E si riattiva la proposta della sperimentazione.

Che però ha messo in allarme gli addetti ai lavori. Perché la riduzione del ciclo da 5 a 4 anni determinerebbe, inevitabilmente, una corripondente riduzione degli organici, con insorgenza di esuberi strutturali e conseguente riduzione delle immissioni in ruolo e degli incarichi di supplenza. E ha destato perplessità anche sul piano culturale da parte del Cspi: «A parere del Consiglio», argomenta il collegio presieduto da Francesco Scrima, «va evitato che la proposta sperimentale, se non supportata da un solido impianto teorico e da una cornice di riferimento nazionale, possa concretizzarsi in soluzioni difformi rispetto alle finalità dichiarate e orientare scelte dell’utenza verso una mera abbreviazione dei percorsi di studi».

Nessun problema sulla necessità di adeguare l’ordinamento scolastico agli standard internazionali, prosegue il Cspi; a patto che ciò avvenga tenendo conto della necessità di coniugare questa finalità con quella di assicurare il mantenimento «degli irrinunciabili standard del profilo di uscita». Anche perchè, sempre secondo il parlamentino dell’istruzione, bisogna considerare il fatto che la realtà internazionale e assai diversificata rispetto alla durata dei percorsi di studi. In altre parole, la preoccupazione espressa nel parere dal Cspi va nel senso di evitare a ogni costo che la riduzione da 5 a 4 anni del percorso di studi si traduca in un mezzo per risparmiare denaro a tutto discapito della qualità dell’istruzione. Tanto più che i livelli di apprendimento degli alunni, a differenza che in passato, sono costantemente monitorati tramite le prove Invalsi. E il rischio che tali livelli si abbassino per effetto della quadriennalizzazione della secondaria di II grado appare più che concreto.

Per scongiurare o tamponare tali rischi, il Cspi ha proposto alcune modifiche al testo del decreto. In particolare, l’organo consultivo ha chiesto al ministero di modificare il testo del comma 4 dell’articolo 1 del decreto evidenziando gli strumenti didattici e metodologici che dovranno essere adottati per dare attuazione alla sperimentazione: contributo di comitati scientifici costituiti a livello nazionale e regionale, redazioni di curricula specifici e uguali per tutti gli studenti, didattica laboratoriale e utilizzo delle compresenze. In pratica un metodo di lavoro da applicare su tutto il territorio nazionale, nelle 100 scuole che saranno autorizzate ad adottare la sperimentazione, con l’aiuto di pool di esperti a livello centrale e periferico e una maggiore attenzione agli alunni che dovranno essere seguiti, se necessario, anche individualmente, dai docenti. Così da rimuovere gli ostacoli all’apprendimento veloce, necessario a garantire loro: «Il raggiungimento degli obiettivi specifici di apprendimento e delle competenze previsti al termine del quinto anno di corso, entro il termine del quarto anno». Insomma, una specie di corso accelerato, con sgravi sugli adempimenti, in favore della velocizzazione e l’efficientamento del processo didattico apprenditivo. Fermo restando che, se la sperimentazione dovesse andare male, secondo la proposta del Cspi: «Non potranno essere autorizzate nuove classi prime ma si potrà consentire il completamento del circolo sperimentale». Ora tocca al ministero guidato da Valeria Fedeli decidere quali osservazioni recepire nel decreto finale prima della firma. Si parte dall’anno scolastico 2018/19.

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