Liceo breve: possibile, ma… se fosse di 6 anni?

il BO, maggio 2014

– Liceo in quattro anni: possibile, forse, ma… Durata delle scuole superiori, l’Europa va in ordine sparso. Liceo breve, alla scoperta della sperimentazione. Liceo: e se invece fosse di 6 anni? 

Liceo in quattro anni: possibile, forse, ma…

di Daniele Mont D’Arpizio

E così in un prossimo futuro anche i ragazzi italiani, come molti loro colleghi europei, potrebbero diplomarsi a 18 anni, invece che agli attuali 19. Continua infatti, secondo le recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, la fase di sperimentazione del liceo quadriennale, che attualmente coinvolge alcuni istituti statali e paritari: “È una sperimentazione esistente, introdotta dal ministro Profumo e attuata dal ministro Carrozza – ha detto il ministro –, io doverosamente lo sto portando a compimento. Non abbiamo ancora dati ma credo che il tema del liceo a 4 anni, legato all’ingresso più precoce dei nostri ragazzi nel mondo del lavoro, debba essere inserito in una rivisitazione complessiva del secondo ciclo d’istruzione”.

L’anno scorso il ministro Carrozza aveva presentato la riforma come un passaggio necessario per permettere ai nostri diplomati di competere con i loro colleghi europei. Una posizione che però aveva suscitato diverse osservazioni e proteste da parte di chi faceva notare come l’Italia, con uno degli indici più alti di disoccupazione giovanile nel continente, sembri  già adesso assai poco affamata di lavoratori adolescenti. Come potrà però attuarsi questa riforma, e quali costi e soprattutto quali benefici rappresenterebbe per il sistema Paese? iniziamo la nostra inchiesta sulla scuola superiore quadriennale chiedendolo a Paolo Mazzoli, dirigente scolastico di una grande scuola romana che ha partecipato concretamente alla sperimentazione, collaborando con l’allora sottosegretario Marco Rossi Doria Nel prossimo articolo invece indagheremo sulla situazione negli altri paesi europei.

Nell’ipotesi favorita dal ministro Carrozza, sarebbe possibile rendere quadriennale il Liceo senza una riforma complessiva dei cicli? Lei, personalmente, sarebbe favorevole a questa ipotesi?
Teoricamente sì. Se si decidesse di intervenire solo sul secondo ciclo d’istruzione, cioè sui licei e sugli istituti tecnici e professionali, non sarebbe strettamente necessario rivedere gli altri ordini di scuola e cioè la scuola dell’infanzia, la primaria e la scuola media. Ma quale che fosse la scelta da operare si tratterebbe comunque di un cambiamento strutturale molto rilevante. È per questo che, prima che si insediasse il ministro Carrozza, il ministro Francesco Profumo istituì una commissione tecnica per esaminare a fondo le opzioni possibili e le loro conseguenze. La Commissione aveva il compito di analizzare quali soluzioni erano concretamente disponibili per realizzare l’obiettivo di far conseguire ai nostri studenti a 18 anni, anziché a 19, il diploma di scuola secondaria. Furono prospettate tre ipotesi: l’anticipazione a 5 anni della scuola primaria, la riduzione da otto a sette anni del primo ciclo (primaria + media), la riduzione da cinque a quattro anni del secondo ciclo. Ebbene la Commissione si espresse a favore di questa terza ipotesi. Personalmente ero e resto a favore della riduzione della scuola secondaria.

Quale lavoro sui programmi comporterebbe un liceo di quattro anni?
Nell’ipotesi minima, che non prevedesse alcun cambiamento ordinamentale, si tratterebbe di operare una compressione dei contenuti di studio sulla base di un’accurata analisi delle competenze irrinunciabili riferite a ciascuna disciplina. Se ci limitiamo ai licei, abbiamo un esempio a portata di mano: i licei italiani all’estero che, già  oggi, hanno una durata di quattro anni. Gli studenti di questi licei svolgono nel primo anno gli argomenti che normalmente si svolgono nei primi due e, successivamente, seguono un curricolo equivalente al nostro.

Al Miur sono state fatte simulazioni sui costi, i risparmi e gli impatti sull’occupazione di una riduzione di un anno del Liceo?
Sì. La stessa Commissione già  citata elaborò un prospetto sull’impatto economico e occupazionale. La contrazione a quattro anni della scuola secondaria di secondo grado comporterebbe, a regime, un esubero di 40.000 docenti circa, corrispondenti a 1 miliardo e 300 milioni di retribuzioni lorde. C’era però nel report finale della Commissione una valutazione estremamente netta a favore del reimpiego integrale delle risorse risparmiate all’interno del sistema scolastico e, assumendo questa prospettiva, venivano anche indicati due scenari: a) La progressiva redistribuzione dei 40.000 docenti “non curriculari” in alcune attività  attualmente non presidiate come il recupero, il tutoraggio, la prevenzione dell’abbandono, l’alternanza scuola-lavoro (anche nei licei), la compresenza per alcune attività didattiche che lo richiedono, ecc; b) La progressiva riduzione del personale docente e la contemporanea assegnazione di un budget straordinario per il potenziamento e il miglioramento dell’offerta formativa, anche prevedendo un organico reclutato direttamente dalle scuole. Si tratterebbe di un budget tutt’altro che trascurabile oscillante dai 150.000 ai 450.000 euro a scuola, a seconda che si destinassero i finanziamenti derivanti dalla riduzione del personale di ruolo a tutte le scuole o alle sole scuole secondarie di secondo grado.

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Durata delle scuole superiori, l’Europa va in ordine sparso

di Martino Periti

Diploma di maturità dopo quattro anni di studi: la sperimentazione in corso in Italia, che accorcia di un anno la durata delle scuole superiori, non può non indurci a curiosare negli ordinamenti scolastici europei, per capire come si regolano gli altri Stati dell’Unione. In realtà è molto difficile fare confronti a partire dal concetto italiano di “scuola secondaria di secondo grado”, perché in Europa la struttura dell’istruzione ha delle sue peculiarità in ogni Paese, quindi cicli e gradi non corrispondono. Molto meglio, quindi, usare la classificazione internazionale Isced 1997, creata dall’Unesco proprio per risolvere questo problema.

L’Unesco individua sette livelli di istruzione, che vanno dallo zero (scuola per l’infanzia) al sesto (gli studi finalizzati a formare i ricercatori). Una revisione dei livelli Isced ha portato, nel 2011, a definire nove livelli complessivi, senza però mutare quelli che analizzeremo. Il livello che a noi interessa è il terzo (“upper secondary”), che identifica il ciclo preuniversitario o finalizzato a formare “competenze professionali rilevanti”. Vediamo anzitutto, a prescindere dalla durata del ciclo nei vari Paesi, a che età gli studenti europei lo terminano. Fatte anche qui le doverose eccezioni (alcuni ordinamenti sono molto complessi e ramificati), l’Unione si divide in due gruppi principali: da una parte l’ex Europa dell’Est, i Paesi nordici e l’Italia, in cui il ciclo si conclude a 19 anni; dall’altra gli stati dell’Europa occidentale, in cui il diploma si consegue a 18. La Germania è a metà strada (le scuole di questo livello terminano a 18 o 19 anni a seconda dell’indirizzo scelto).

È da notare che questo ciclo si intreccia con il termine dell’obbligo scolastico, che nella maggioranza dei Paesi europei è fissato a 16 anni: un’età che, a seconda dell’ordinamento nazionale considerato, può ricadere o nel terzo livello Isced, o (è la maggioranza dei casi) al confine tra secondo e terzo livello, o (molto più raramente) all’interno del secondo livello (sono i casi di alcuni Paesi dell’Est Europa in cui il secondo ciclo dura fino ai 17 anni). Risulta quindi evidente come, rispetto al modello italiano, la maggioranza dei componenti dell’Unione opta per un secondo livello (“lower secondary”) che rispetto alle nostre scuole medie triennali è spostato in avanti, e si estende fino ai 15 o 16 anni contro i nostri 14; invece, ad essere abbreviato praticamente ovunque è, rispetto al nostro quinquennio superiore, il terzo livello (“upper secondary”), che dura in genere 3 o 4 anni, e si conclude a 18 o 19 anni a seconda dell’area europea analizzata (una esigua minoranza di Stati prevede una durata biennale o di cinque anni come in Italia).

Se dunque tentiamo di riassumere un panorama molto variegato, e cerchiamo di trovare aspetti comuni, possiamo dire che una maggioranza di Paesi prevede una “scuola media” che si protrae fino ai 15/16 anni (momento che spesso coincide col termine della scuola dell’obbligo) cui segue un triennio o quadriennio di “scuola superiore” che si conclude, ovunque, a 18 o 19 anni di età. Andando poi nel dettaglio dell’istruzione “upper secondary” in alcuni tra i maggiori Stati europei, la Francia dedica a questo ciclo un triennio (15–18 anni) in cui gli studenti possono frequentare il lycée negli indirizzi generale (propedeutico agli studi universitari), tecnologico (area tecnico-scientifica) oppure professionale (finalizzato all’inserimento nel mondo del lavoro, con eventuali percorsi scuola-lavoro). In Spagna il tipico terzo livello Isced è biennale (16–18 anni) e prevede il bachillerato (studi generali) o moduli biennali di formazione professionale teorico-pratici. In Inghilterra (ogni nazione costitutiva del Regno Unito ha un proprio ordinamento scolastico) il livello “upper secondary” è inserito come seconda parte del più ampio ambito delle secondary schools, ciclo unitario che abbraccia l’istruzione dei ragazzi tra gli 11 e i 18 anni. Esistono però anche colleges biennali che si rivolgono esclusivamente a studenti tra i 16 e i 18 anni. Vi sono poi numerose varianti nell’organizzazione scolastica che sono diffuse in un numero limitato di aree della nazione. Dai 16 ai 18 anni i programmi prevedono tanto programmi di carattere generale quanto percorsi professionalizzanti, alternati o no a tirocini ed esperienze lavorative.

In Germania, infine, troviamo il sistema di istruzione “upper secondary” più complesso e ricco, che costituisce il naturale proseguimento di un livello precedente ad esso collegato ed altrettanto variegato. Una ricchezza che si traduce anche in una grande flessibilità, che permette frequenti passaggi da un indirizzo all’altro nel corso dello stesso ciclo. Ciclo inferiore e superiore coprono la fascia d’età che va dai 10 ai 18 o 19 anni. In genere il ciclo superiore inizia a 16 anni e si conclude a 18 o 19, a seconda del percorso scelto. La scuola principale per gli studi generali è la Gymnasiale Oberstufe, che costituisce la parte finale (dai 16 ai 18-19 anni) del Gymnasium. Nella stessa fascia d’età c’è il biennio (16–18 anni) della Fachoberschule: un primo anno di lezioni teoriche e tirocini, un secondo anno di materie professionalizzanti. C’è anche la Berufsfachschule, una scuola per la fascia 16–19 anni orientata al mondo del lavoro, che lascia ampio spazio alla pratica professionale. Vi sono poi molte varianti, anche specifiche dei singoli Länder (gli Stati federati della Germania).

Come si vede, in Europa tra tante formule diverse c’è una costante: quasi ovunque, le scuole equivalenti ai nostri licei (o istituti superiori) non durano più di quattro anni. Vale la pena di rifletterci.

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Liceo breve, alla scoperta della sperimentazione

di Francesca Boccaletto

Due classi e poche aule, ma altre sono già pronte e attrezzate per accogliere, a settembre, i nuovi studenti. Una quarantina di allievi, un silenzio quasi irreale. Quattro indirizzi, una decina di lingue, o poco meno, tra cui scegliere (anche giapponese, cinese e russo), un buon numero di professori under 30, iPad per tutti, lezioni partecipate in italiano e in inglese, una community online per il confronto tra studenti e docenti, focus sulle competenze e i talenti individuali. E tutto questo in quattro anni di studio, anziché cinque. Si finisce prima al Guido Carli di Brescia, liceo internazionale per l’impresa che, per l’anno in corso, ha ricevuto il via libera a procedere con la sperimentazione del cosiddetto “liceo breve”: quattro anni e poi la maturità, un tentativo di accorciare i tempi della secondaria superiore anticipando così lo sbarco degli studenti all’università e nel mondo del lavoro.

“Siamo stati tra le prime scuole a partire con la sperimentazione. Anzi, aspetti, forse proprio la prima”. Barbara Ongaro, dirigente scolastica della scuola paritaria nata nel 2012, ci accoglie in sala insegnanti: “Qui ci riuniamo con regolarità per confrontarci e fare il punto sulle lezioni e i percorsi da intraprendere. La nostra è una scuola d’eccellenza non d’élite, ma l’ammissione prevede una prova di accertamento per valutare livello e motivazione degli studenti. Ci proponiamo come un luogo di formazione piena della persona; qui i ragazzi si sentono liberi di potersi esprimere, anche grazie al buon utilizzo della leva della valutazione che non deve essere mai percepita come una spada di Damocle”.

E spiega: “Si è iniziato a lavorare a questa scuola tra il 2007 e il 2008, pensando fin dall’inizio di doverci adeguare agli standard internazionali. Quando ne parlò l’ex ministro Profumo, ancora prima che l’idea fosse rilanciata da Maria Chiara Carrozza, noi sapevamo di essere già pronti perché l’approccio sperimentale è alla base del nostro progetto”, e quindi ora in linea con gli obiettivi della sperimentazione del Miur. “Ci siamo presentati con il progetto del doppio biennio, inizialmente proponendo il quinto anno con un programma di esperienze professionalizzanti e approfondimenti di impianto seminariale su temi specifici, con l’idea però che la programmazione venisse esaurita entro il quarto anno. Un percorso didattico inquadrato giuridicamente nell’ambito dell’art. 11 ex Dpr 275, 1999. L’impianto era dunque quadriennale anche nel progetto di avvio, approvato dal ministero con decreto del 2011. Poi, per l’anno in corso, si è attivato il percorso quadriennale tout court, in linea con la sperimentazione del liceo breve, con un piano educativo approvato, con decreto, dal ministero dell’Istruzione”.

Non si resta a scuola più ore degli altri – si entra alle 8.30, si esce alle 13.30, qualche volta alle 14.15 – si lavora semplicemente in modo diverso, “attraverso la costruzione progressiva di un portfolio personale che garantisce il coinvolgimento diretto e proattivo di ciascuno studente”, con più attenzione alle competenze individuali, utilizzando materiali originali per le lezioni, sfruttando i vantaggi del tutoring e del coaching, “con docenti a disposizione degli studenti anche dopo le lezioni”, e puntando sull’internazionalizzazione, la didattica integrata, con lezioni in lingua (tra le materie anche il problem solving), workshop e formazione trasversale esperienziale.

Anna Ruggeri ha 28 anni e al Carli insegna italiano: “Questo è un liceo che mette insieme le eccellenze della scuola italiana e di quella anglosassone, partendo da basi classiche imprescindibili guarda al modello europeo. In classe io insegno in maniera tradizionale, certo, poi però invito i ragazzi ad affiancarmi e costruisco con loro nuove lezioni, momenti di condivisione delle conoscenze e di confronto. Diciamo che scommetto su di loro”. L’obiettivo è quello di superare la semplice lezione frontale, puntando sulla cooperazione e la partecipazione attiva degli studenti. E sulla sperimentazione Ongaro non ha dubbi: “Non possiamo pensare di tornare indietro, questo deve essere il futuro della scuola”.

Dall’esperienza di una scuola paritaria al programma a cui sta lavorando una statale della provincia veneta. Dagli spazi pacifici del Carli ad aule e corridoi gremiti di studenti (circa un migliaio) dell’Anti.

Anche l’istituto superiore Carlo Anti di Villafranca di Verona si prepara, dunque, ad avviare la sperimentazione, lo farà da settembre, aprendo l’anno scolastico 2014-2015 con una importante novità: due classi in più, da inserire nella sperimentazione del ‘liceo breve’.

“La nostra scuola comprende l’Itis, il liceo scientifico delle scienze applicate, l’indirizzo commerciale e il liceo artistico. Inaugureremo la sperimentazione partendo dall’Itis e dal liceo delle scienze applicate – spiega il dirigente scolastico, Claudio Pardini – Aumenteranno le ore per le materie scientifiche e le lingue, ma non in maniera eccessiva perché all’Anti facciamo già ore in più, dedicandole soprattutto ai laboratori. Le 32 ore dell’Itis diventeranno 34 e al liceo delle scienze applicate si passerà da 27 a 30. Ma la vera grande rivoluzione avverrà fuori dalle aule: sfruttando soprattutto l’e-learning con 4 ore pomeridiane di tutorato in piattaforma”, l’utilizzo di metodologie di flip teaching e debate, le verifiche online.

“I ragazzi avranno la possibilità di lavorare molto e bene da casa, mantenendo un dialogo a distanza con i professori”, sottolinea Pardini.

E gli insegnanti? Di nuovi certamente non ne arriveranno, quindi a chi sarà richiesto lo sforzo? “A lavorare con i nuovi studenti saranno i nostri professori, ma non verrà chiesto uno sforzo eccessivo. Ci stiamo già organizzando e la disponibilità dei docenti dell’Anti c’è”. Per accedere al programma quadriennale dell’Anti non sarà necessario dimostrare di avere un grado di preparazione particolarmente alto, non saranno richiesti eccezionali talenti o meriti scolastici. “Quel che conta è la motivazione”.

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Liceo: e se invece fosse di 6 anni?

di Valentina Pasquali

Nell’eterna ricerca del perfetto equilibrio di cicli scolastici — la giusta combinazione di anni di studio, curricula e formazione professionale che prepari al meglio le nuove generazioni — c’è chi, come la provincia canadese dell’Ontario, sceglie di ridurre la durata delle scuole superiori, e chi invece preferisce allungarla.

Ha preso forma a Chicago nel 2012 un liceo sperimentale di sei anni, alla cui conclusione gli studenti ottengono non solo un diploma di scuola superiore, ma anche quello che negli Stati Uniti si chiama “associate degree”. Si tratta di una laurea breve, di soli due anni, solitamente accordata dai “community college”, piccole istituzioni sparse in ogni angolo del Paese e molto meno costose delle grandi università.

“Penso sia una buona idea di garantire a tutti un percorso educativo e di formazione professionale più lungo di quello odierno – dice Jeffrey Jensen Arnett, professore di Psicologia presso Clark University in Massachusetts – Nell’economia di oggi, e del futuro, è assolutamente necessario andare oltre la scuola superiore: basta guardare al tasso di disoccupazione tra chi ha solo un diploma, che è due volte superiore di quello degli americani con una laurea”.

La scuola di Chicago prende il nome di Sarah E. Goode, una delle prime donne nere a aver registrato un brevetto negli Stati Uniti, e si trova nel South Side, tradizionalmente tra le aree della città di matrice working class, ma anche nota per le tensioni razziali e per la povertà e violenza diffuse. Il modello delle superiori a sei anni è noto invece come “P-Tech”, un’abbreviazione di “Pathways in Technology Early College High School”. Questo tipo di liceo propone infatti un curriculum specializzato nelle Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM in inglese, da Science, Technology, Engineering, Math), curriculum che è stato sviluppato in stretta collaborazione con IBM, che ne è il maggiore promotore. Tra i tanti benefici per i ragazzi che si diplomano qui anche la promessa di un lavoro da almeno 40.000 dollari l’anno presso questo gigante dell’informatica.

“P-Tech è fortemente caratterizzata a livello occupazionale, è un modello che funziona meglio per chi sa già, a quattordici anni, di voler entrare in settori professionali specifici, ad esempio l’IT – dice Thomas Bailey, Professore di Economia e Scienze dell’Educazione presso il Teachers College di Columbia University – Per chi pensa di fare il professore universitario, lo storico, il dottore, forse questo non è il percorso più adatto”.

Per il momento l’esperimento sta suscitando molto entusiasmo tra genitori e politici, tant’è che l’IBM ha già aperto otto scuole del genere, inclusa Sarah E. Goode, fra Chicago e New York e ha in programma di inaugurarne altre 29 in giro per il Paese nei prossimi due anni.

Anche se nessuno mette in dubbio il valore delle risorse e del sostegno offerti agli studenti dal modello P-Tech e da IBM, rimane però la preoccupazione di quale effetto possa avere, sui giovani e sulla loro formazione, questa grossa ingerenza aziendale nelle scuole. “È legittimo domandarsi quanta enfasi sull’ambiente sarebbe posta in un liceo sponsorizzato da un’impresa del settore energetico e del petrolio”, dice Bailey.

Al di là dei problemi specifici del modello P-Tech, non tutti sono d’accordo sul fatto che un semplice prolungamento della scuola superiore sia la strategia più adatta a preparare meglio i giovani alla vita adulta e al mondo del lavoro. “Penso che quando i ragazzi raggiungono la fine delle superiori siano davvero pronti a un cambiamento di marcia – dice Arnett, che ha coniato il termine “emerging adulthood” (o età adulta in fase emergente) proprio per descrivere chi non è più adolescente ma comunque ancora in fase di transizione e lontano dalla stabilità che si raggiunge a trenta-quarant’anni – Credo siano desiderosi di avere più scelta in fatto di percorsi di studio e che si sentano più maturi e meno dipendenti dai genitori e quindi più capaci di prendere le proprie decisioni”.

Per Arnett, quindi, la chiave non è tanto ripensare i cicli scolastici e aumentare gli anni di liceo, anche perché le strutture per l’istruzione post-secondaria esistono già, a partire proprio dalla rete dei community college. “Quello che manca negli Stati Uniti è il sostegno economico – dice lo psicologo dello sviluppo di Clark University – Qui tutti hanno il diritto all’istruzione primaria e secondaria, ma questo meccanismo si ferma alla scuola superiore e penso che sia un errore, penso che i governi abbiano l’obbligo, in questa nuova economia, di provvedere anche all’istruzione terziaria”.

Ad ogni modo, avverte Thomas Bailey di Columbia University, sia per gli entusiasti sia per gli scettici è ancora troppo presto per giudicare il funzionamento di P-Tech, che è ancora in fase sperimentale e che difficilmente potrà essere replicato su scala nazionale. “Non penso sarà facile trovare tante aziende delle dimensioni di IBM che hanno le risorse e sono interessate a sostenere progetti del genere – conclude Bailey – Per il momento direi che vale senz’altro la pena testare questo modello, per capire quanto aiuti effettivamente gli studenti”.

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