L’inclusione non si fa più con i docenti di sostegno, ma con le “classi rinforzo” e doppi docenti curricolari che sappiano rispondere a tutti i bisogni educativi speciali, comprese le eccellenze

Una scuola inclusiva ha bisogno di docenti con uguali competenze didattiche e disciplinari
che applicano le strategie di una didattica inclusiva in contesti eterogenei e complessi.

In risposta alle riflessioni di Salvatore Nocera

di Daniela Boscolo, 25.5.2015

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Gentilissimo dott. Nocera,

sono lieta di poter confrontarmi con lei in tema di inclusione scolastica, non prima però di averla ringraziata pubblicamente per essere stato, in tutti questi anni, un riferimento importante e autorevole in tema di disabilità e scuola. Sempre disponibile e competente come nessun altro e penso di esprimere un pensiero condiviso da molti.

Ho letto molte volte la PdL n° 2444 e purtroppo devo confermare alcune mie perplessità, eccetto naturalmente per la formazione obbligatoria iniziale ed in servizio di tutti i futuri docenti, prevista dal documento in esame.

Sin dalla prima lettura, si ha la sensazione che il termine “inclusione” abbia la sola funzione di un effimero  belletto che copre un costrutto concettuale spesso contraddittorio.

Si dichiara che scopo di tale proposta è quello di migliorare la qualità dell’inclusione scolastica, soprattutto attraverso il superamento della delega del progetto di inclusione ai soli docenti di sostegno, ma poi l’annunciato “cambiamento epocale” si limita proprio ad un intervento discutibile sulla figura dell’ Insegnante di sostegno consegnando a quest’ultimo  di fatto, la responsabilità della qualità dell’inclusione.

Questo concetto viene meglio esplicitato all’art. 6, comma 2 della PdL n° 2444 dove si legge: “I docenti per il sostegno (…)seguono gli alunni loro affidati….”, ma in una scuola inclusiva i ragazzi con disabilità non dovrebbero essere affidati a tutto il sistema scolastico? In che modo tale affermazione aiuta ad eliminare la delega del progetto educativo dei ragazzi con disabilità ai soli docenti di sostegno?

E’ lapalissiano che il “costruire” competenze specifiche significa automaticamente autorizzare e favorire le deleghe.

Questa proposta di legge, non solo propone una preparazione specifica per alcune persone, ma addirittura ruoli diversi, si può quindi parlare ancora di “docenti”?

Più che una proposta di Scuola Inclusiva mi sembra una curvatura verso una maggiore discriminazione, operata attraverso un’inevitabile divergenza di ruoli, funzioni e utenti.

Operare una modifica così drastica sul ruolo del docente di sostegno è una palese dichiarazione di resa: l’inclusione non è possibile.

Tale posizione è condivisa dalla comunità scientifica. Così infatti si esprimeva la Prof.ssa Marina Santi docente Universitaria e rappresentante della SIPeS – Società Italiana di Pedagogia Speciale- nell’audizione parlamentare del 9 aprile 2015 sulla Buona Scuola  “A nostro avviso la formazione separata acuisce anziché risolvere il problema dell’isolamento dell’”insegnante di sostegno” minando le fondamenta della prospettiva inclusiva e il valore didattico della compresenza e della corresponsabilità nella classe” (http://webtv.camera.it/evento/7754).

Quando si afferma che bisogna agire in maniera considerevole sul docente di sostegno, perché, nel corso degli anni, ha dimostrato diverse lacune, talvolta incompetenza, bisognerebbe anche specificare a quale tipologia di “docente di sostegno” ci si riferisce: al precario senza esperienza, non abilitato e quindi non specializzato? Al docente curricolare perdente posto e privo di ogni formazione sulla disabilità abbondantemente “usato” in questi anni? Al docente specializzato (ancora molto pochi)?  In ogni caso, ripeto, così facendo, si conferma e si dà per scontata l’idea che la qualità dell’inclusione dipenda esclusivamente dal “docente di sostegno”, nonostante le poche ore del suo intervento in classe (9 in media alla settimana)  rispetto l’orario scolastico (30/32 ore), annullando, di fatto, le responsabilità altrui.

Lei sostiene che i futuri docenti specializzati, secondo la PdL n° 2444, non potranno più “subire” la delega da parte dei docenti curricolari, non essendo più docenti di alcuna disciplina curricolare. La realtà dei fatti smentisce questa sua affermazione dal momento che, ogni giorno, docenti curricolari, privi di ogni formazione, convinti che il progetto educativo dei ragazzi con disabilità non sia di loro competenza (per “quelli” ci sono i docenti di sostegno altrimenti cosa ci starebbero a fare a scuola?),  non hanno alcuna remora a delegare il piano educativo dello studente con disabilità all’Operatore Socio Sanitario (OSS) o all’Operatore per le Disabilità Sensoriali (ODS). Personale sicuramente non docente, spesso in possesso  della sola licenza media e di un corso di formazione di 1000 ore. Molti genitori che mi telefonano o mi scrivono si lamentano proprio di questo. Va bene il docente di sostegno, ma non sopportano che, in assenza di quest’ultimo,  il progetto educativo del proprio figlio sia in mano a persone prive di ogni competenza didattico-disciplinare. I loro figli hanno diritto, come tutti gli altri ragazzi, di poter esprimere e quindi esercitare le proprie abilità, capacità e competenze ai massimi livelli. Affinché ciò avvenga, oltre ad una vasta preparazione in materia di approcci e metodologie didattiche, il “precettore” deve conoscere bene la disciplina per renderla accessibile.

Molto probabilmente il docente specializzato secondo la PdL 2444, privo di una adeguata preparazione disciplinare,  può risultare una soluzione felice agli occhi del genitore di un ragazzo con deficit intellettivo grave, essendo costui molto più interessato, per il proprio figlio, ad un’assistenza socio-relazionale-personale, piuttosto che ad una preparazione disciplinare. Ci si dimentica, in questo caso, che le materie fungono da strumenti di lavoro (la cassetta degli attrezzi) che il bravo docente utilizza per uno sviluppo cognitivo non tanto per un’assimilazione di contenuti “L’educazione tende a sviluppare la sensibilità e la forza della mente”(J. Bruner). Allo stesso modo può andar bene al genitore di uno studente con “pure” disabilità sensoriali (percentuale minima rispetto alle altre disabilità)a cui serve più un “traduttore preparato” che un docente di sostegno competente nelle discipline e in questi casi il docente curricolare è più che sufficiente, basta saperlo interpretare/tradurre. Le figure preposte a tali compiti, però, ci sono già (OSS/ODS), forse bisogna pensare ad una loro maggiore formazione e ad una loro presenza regolare a scuola. L’insegnante di sostegno è altra cosa, a meno che non si stia già pensando ad una sua graduale sostituzione con le figure sopraccitate, perché, come diceva qualcuno con molta esperienza: “ A pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”,  – aggiungerei:  “visto i precedenti”.

Questa, però, è solo una visione parziale e piuttosto personale di ciò che è necessario a scuola per l’inclusione di tutti i ragazzi. Gli studenti con diritto al docente di sostegno presentano Bisogni Educativi Speciali di vario tipo e molti di questi, dal momento che i docenti curricolari non sono formati, hanno bisogno di un docente di sostegno competente sia in didattica speciale che nelle discipline. E’ proprio quando il docente curricolare e il docente di sostegno condividono la stessa preparazione disciplinare che avviene la “magia” dell’inclusione (la medesima competenza aiuta il dialogo e il rispetto reciproco). La lezione frontale lascia il posto ad altre forme di approccio didattico e pedagogico più inclusive e che sfruttano,  al meglio,  le risorse del gruppo classe come: il cooperative learning, lo scaffolding, a tutti i livelli, e quindi il problem solving, il learning by doing, la peer education. La condivisa autorevolezza, captata in primis da tutti gli studenti, fa sì che il docente di sostegno sia vissuto veramente come una risorsa per tutta  la classe (estremamente eterogenea) a cui, secondo la L.104 è affidato (non al singolo ragazzo con disabilità come scritto nella PdL 2444) e non come uno stigma da sopportare con imbarazzo.

Le assicuro, dott. Nocera, che la critica all’abolizione delle aree disciplinari nelle scuole superiori non è frettolosa ma è frutto della mia esperienza in tale ordine di scuola (18 anni di cui gli ultimi 11 su sostegno). Ho visto studenti iniziare il loro percorso con programmazione differenziata ed è stato grazie ad un efficace  intervento dei docenti di sostegno, competenti nelle varie discipline di riferimento, in grado di rendere accessibile (non più facile o banale) i contenuti disciplinari favorendo la meta cognizione ed il processo di apprendimento, se, nel corso degli anni, tali studenti hanno raggiunto i livelli di competenza di una  programmazione per “Obiettivi Minimi” e hanno conseguito il diploma. Se c’era un problema nell’area tecnico-professionale, cosa che non ho mai sperimentato nel mio istituto, si doveva eventualmente sistemare quel problema e non abolire le aree. Sono convinta, però, che la ragione sia un’altra e che questa non abbia nulla a che vedere con il bene dei ragazzi, ma non è luogo e momento per discutere di ciò.

Imporre una scelta professionale così drastica tra l’essere docente curricolare o di sostegno è molto pericoloso. Quanti opterebbero, all’inizio del loro percorso universitario, per quest’ultima alternativa? Quanti ipotecherebbero  il loro futuro sul numero di alunni con disabilità? E se poi scoprissero di non essere fatti per essere docenti di sostegno? Già, perché i buoni propositi poi devono fare i conti con le proprie reazioni nel momento in cui si vive la realtà. Dedicarsi alla disabilità è frutto di un consapevole percorso personale. Ecco perché, qualsiasi forma di costrizione, 5/10 anni, una vita, sono controproducenti, soprattutto per i ragazzi che si troverebbero in balia di persone demotivate e/o deluse dalla scelta fatta e per questo non all’altezza della situazione.

Tra mille dubbi si corre il rischio di trovarsi senza docenti specializzati e allora si ritorna all’utilizzo di personale non adeguatamente formato e il problema non sarebbe risolto.

Lei sostiene che la separazione delle carriere metterebbe fine alla mancanza di continuità. Forse il vero motivo del turnover di questi anni è stato il largo ”uso” di docenti di sostegno non specializzati e precari che difficilmente vengono confermati l’anno dopo e che sono ancora tantissimi. Cinque anni di obbligo sul ruolo di sostegno, prima dell’eventuale passaggio sulla materia, mi sembrano un numero di anni considerevole, un intero ciclo di studi alle superiori. Consideri poi che il passaggio, dopo i cinque anni, non è così automatico come lei descrive. Bisogna vedere se ci sono le disponibilità. Inoltre, se l’ambiente è accogliente e inclusivo (molto dipende dal Dirigente) l’insegnante di sostegno tende a rimanere al suo posto ben oltre i 5 anni, questo glielo posso assicurare.

Ma poi, perché concentrarsi ancora sul docente di sostegno? Perché non sulla continuità del docente di italiano o di matematica? Vogliamo sì o no eliminare questa delega? Vogliamo sì o no una scuola inclusiva?

Se c’è un progetto educativo inclusivo ben delineato non ha importanza se il docente di sostegno cambia, ci sono tutti gli altri insegnanti che sapranno portare avanti tale progetto e includere il nuovo docente di sostegno. Mi sembra che si tenda ad alimentare un rapporto “malato” tra docente di sostegno e lo studente, una relazione disfunzionale come lo sono tutte le relazioni chiuse, che per forza di cose diventano escludenti e non includenti e, soprattutto, creano dipendenza, che non aiuta di certo lo studente ad acquisire né l’autonomia né tanto meno la necessaria competenza relazionale utile al di fuori e dopo la scuola e questo è vitale nella scuola superiore. Questa è una delle ragioni per cui, oltre per rispettare le competenze disciplinari dei docenti di sostegno, nel mio Istituto, un ragazzo, anche il più “grave”, non ha mai un solo docente di sostegno. Ci si dimentica spesso che la scuola, per alcuni ragazzi, è l’unica occasione per coltivare, in un ambiente protetto, la competenza relazionale. Il sapersi confrontare con diverse persone aiuterà poi il ragazzo ad inserirsi più facilmente nella società, e perché no, anche in un contesto lavorativo e le garantisco che i risultati si vedono con grande gioia da parte dei genitori, anche di quelli che all’inizio si dimostravano titubanti. Avere poi più di un docente di sostegno ha sempre minimizzato il problema del possibile turn over e ha garantito la continuità del dialogo Scuola-Famiglia.

Auspico, in nome di una scuola inclusiva senza deleghe, una formazione uguale per tutti gli insegnanti che preveda 60 CFU relativi alle didattiche inclusive. L’insegnante d’italiano deve essere cosciente che nel suo paese c’è una scuola inclusiva, una scuola che prevede ragazzi con disabilità nelle classi “normali” e che, come per gli altri, è lui il responsabile della loro educazione/istruzione.

Per porre fine a frasi tipo:“ Io sono pagata per insegnare matematica ai normali, per gli altri ci sono i docenti di sostegno che sono lì apposta. Se fosse altrimenti, qualcuno mi avrebbe senz’altro avvisata”, oppure per impedire al docente curricolare che, appena vede arrivare il collega di sostegno, avvisa lo studente con disabilità che il suo insegnante è arrivato e che quindi può uscire (poi ci si stupisce che il docente di sostegno dopo 5 anni voglia passare alla sua disciplina) o per evitare che in molte scuole, nonostante i programmi differenziati, alcuni docenti curricolari si rifiutino di insegnare la propria materia agli studenti con disabilità, non vedendone l’utilità e alla fine dell’anno scolastico vengano esposti i cartelloni con valutazioni incomplete, in barba alla legge sulla privacy, non servano ulteriori distinguo.

Penso che una scuola inclusiva abbia bisogno di codocenze, docenti con uguali competenze didattiche e disciplinari, che applichino le strategie di una didattica inclusiva, che sappiano insieme gestire complicate situazioni in contesti estremamente eterogenei e quindi molto complessi. Senz’altro un merito la direttiva sui BES l’ha avuto, quello di evidenziare l’eterogeneità delle classi italiane. E’ facile parlare di didattica individualizzata/personalizzata, difficile è attuarla senza risorse. Non bastano i PEI/PDP che, senza personale competente, rimangono semplici adempimenti burocratici, delle mere “prescrizioni” che nessuno trasformerà in concrete “cure”.

La codocenza, limitata alle classi con ragazzi con disabilità e/o in generale “complesse” dal punto di vista didattico (presenza di diversi BES anche non certificati in base alla L.104), per un monte orario settimanale adeguato e misurato a seconda delle necessità, è la risposta di una scuola inclusiva. Quindi non più docenti di sostegno, ma “classi rinforzo”, con doppi docenti curricolari che sappiano rispondere a tutti i bisogni educativi speciali, incluse le eccellenze.

Alla scuola dell’Infanzia e Primaria non c’è alcun problema dal punto di vista dei contenuti disciplinari, per la secondaria di 1° e 2° grado le discipline in cui intervenire con codocenze sarebbero decise in base ai bisogni educativi dei ragazzi, rilevate attraverso il PAI. Il personale per l’autonomia potrebbe risultare determinante in tal senso.

Smettiamola poi di dare dei furbetti ai docenti di sostegno solo perché, attraverso ulteriore studio e uno sforzo economico non indifferente, si sono creati delle opportunità lavorative in più rispetto agli altri. All’estero questo sarebbe considerato merito e competenza aggiuntiva, riconosciuti con stipendio maggiore (in effetti così è). Solo in Italia ciò non è apprezzato anzi, al contrario, crea fastidio. Nel nostro paese, invece,  va benissimo e non crea sdegno il fatto che alcuni ruoli fondamentali e delicati siano occupati da persone senza titolo e preparazione, per cui si è sempre permesso che docenti non specializzati o comunque incompetenti, nonostante una normativa precisa, insegnassero su posti di sostegno e che molti docenti curricolari non abbiano alcuna formazione pedagogico-didattica. Questo all’estero non è permesso. Le regole in altri paesi sono chiare e sono rispettate.

Per concludere quindi, prima di pensare a cambiamenti drastici, ricordiamoci che esiste una legge, la L.104 che già esclude le deleghe visto che assegna i docenti di sostegno alle classi non ai singoli studenti con disabilità. Se nel corso degli anni si è arrivati a comportamenti scorretti in materia di integrazione/inclusione scolastica questo è dovuto non tanto alla mancanza di normativa, ma ad una sua non applicazione o ad una applicazione scorretta grazie a deroghe e interventi fatti sicuramente non nell’interesse degli studenti.  Forse sarebbe sufficiente osservare e quindi rispettare quanto già previsto dalla normativa vigente e provvedere, finalmente, alla formazione obbligatoria per tutti. Se non si è in grado di far ciò,  si ritorni chiaramente, senza giri di parole e, soprattutto, senza prendere in giro alcuno, alle scuole/classi speciali.

Questo dott. Nocera è il mio pensiero, condivisibile o meno ma sincero.

Con rispetto

Daniela Boscolo

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