L’Italia è una Repubblica fondata sulle corporazioni

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Pasquale Almirante,  La Tecnica della scuola  9.1.2016.  

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E sono ovunque: dalle dinastie accademiche all’alta burocrazia, passando per sindacati e associazioni di categoria.E poi notai, farmacisti, giornalisti, avvocati: professioni rappresentate da appositi ordini che in alcuni casi ne garantiscono inaccessibilità e privilegi.

Senza tornare al XII secolo e alla nascita delle gilde medievali, leggiamo su Linkiesta.it, basta ricordare la nostra storia recente. A partire dalla Camera dei Fasci e delle Corporazioni istituita durante il Ventennio.Le attuali corporazioni spesso non portano avanti un legittimo interesse, ma tendono unicamente a difendere se stesse, come ha fatto rilevare Tito Boeri sul caso dei notai, «molto abili nel vanificare ogni incremento del numero di operatori fissato per legge». Il risultato è paradossale: oggi in Italia abbiamo gli stessi notai di un secolo fa. Nel 1914 erano 4.310, adesso sono 4.776

I giornali raccontano di assalti alla diligenza nei corridoi parlamentari, lobbisti in agguato fuori dalle commissioni. Esponenti di questa o quella categoria pronti a proporre l’emendamento giusto al deputato più disponibile. In alcuni casi non serve nemmeno alzare troppo la voce, molti ordini professionali siedono già in Parlamento.

«Nella XVI legislatura ci sono ben 338 tra avvocati, medici, ingegneri, commercialisti, architetti, notai, giornalisti e farmacisti in Parlamento. Più di un terzo del numero totale di deputati e senatori».

E non è difficile capire perché molte riforme restano bloccate: perché un professionista dovrebbe danneggiare se stesso? Perché liberalizzare, creare altre licenze, o più semplicemente togliere le barriere a nuovi concorrenti?

In Italia esistono 19 ordini e 8 collegi professionali. In totale ci sono 27 diverse professioni che richiedono l’iscrizione a un albo, per un totale di oltre 2 milioni di iscritti. Il dibattito è aperto da tempo: c’è chi propone di abolire tutti gli ordini e chi ne giustifica l’esistenza.

In alcune professioni avere un familiare già iscritto facilita l’accesso all’ordine. Anche di parecchio. Non è un mistero: chi è cresciuto in una famiglia di medici avrà più possibilità di lavorare in ospedale. Nulla di male. Il problema si crea quando l’accesso a una professione si accompagna a pratiche di nepotismo e corporativismo.

Giornalisti, medici, veterinari, ma anche psicologi, agronomi, consulenti del lavoro. In Italia esistono 19 ordini e 8 collegi professionali. In totale ci sono 27 diverse professioni che richiedono l’iscrizione a un albo, per un totale di oltre 2 milioni di iscritti

Il mondo accademico è colpito da  familismo che  è più diffuso di quanto non accada in altre categorie. E non ci sono solo le università. Forse i tassisti non hanno voce in capitolo quando in Parlamento si discute di liberalizzazioni?

«Ad esempio nessuno pensa mai alla Coldiretti, che rappresenta una voce molto importante, e legittima, in tema di agricoltura. Vede, in Italia la politica sugli Ogm rispecchia fedelmente la posizione di questa associazione di categoria. Mi chiedo, è solo un caso? Non c’è nulla di male, ma forse in democrazia bisognerebbe sapere da dove viene un determinato indirizzo politico».

«La limitazione dell’accesso a una professione è una delle componenti della difesa corporativa, ma oggi il mondo è cambiato. Oggi la dimensione corporativa è cambiata. È un processo di transizione in corso da almeno venti anni, la crisi economica l’ha solo accelerato.

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